mercoledì 18 dicembre 2013

Si sposa in rosso

Il rosone decorato colorava la luce creando un gioco cromatico delizioso. La navata centrale, per quanto riuscisse a vedere era gremita di gente: parenti, vassalli e altri che non conosceva. Era emozionata e la veste candida non faceva accentuare il rossore sulle gote. Davanti a lei, il vescovo in persona, venuto ad officiare la cerimonia recitava una litania in latino. Ansa non conosceva la lingua e pochi nella corte di suo padre potevano vantarsi di conoscerla.
Con timidezza sollevò lo sguardo verso il futuro marito, Sigurd. Era alto, prestante e con un lunga chioma bionda raccolta in una folta treccia dorata. Era il figlio di un capoclan che dalle terre degli antenati era finito per stanziarsi nei territori dominati da Aimone, il padre di Ansa. Costui non aveva un titolo prestigioso, era un semplice vassallo e in virtù di tale carica aveva ricevuto dal duca un territorio comprendente due villaggi e un bosco. Proprio in questo bosco Voden, il padre di Sigurd aveva portato il suo clan. Il duca preferì lasciare ad Aimone il compito di dirimere la questione. Vedendone l'utilità Aimone concesse alcuni piccoli appezzamenti a Voden e alla sua gente, inoltre sapendo che non avrebbe potuto sperare nulla di meglio, concesse sua figlia.
Ansa era la minore aveva solo sedici anni quando il matrimonio tra lei e Sigurd venne combinato. Era terrorizzata, spaventata soprattutto a causa delle storie che le raccontavano le sorelle maggiori, sposate con funzionari di scarso prestigio. Invidiose della sorella minore  le avevano raccontato storie terrificanti su quanto succedeva la prima notte di nozze.
Ansa sperava che non sarebbe successe nulla di così orribile, ma ogni volta che sbirciava Sigurd da sotto il velo vivide immagini le si concretizzavano nella testa.
Fece di tutto per non gridare e scappare via, si conficcò le unghie nel palmo della mano e un rivoletto di sangue le colò sulla manica. Sentiva su di se gli occhi di tutti, specialmente di suo padre.
La tradizione voleva che le famiglie sedessero separate in chiesa, i genitori dello sposo nel lato della sposa e viceversa. Un borbottio diffuso si levava dalla parte di Voden e della sua gente: non erano ancora cristiani e l'arianesimo era la religione dominante. Come atto di sottomissione avrebbero dovuto abbracciare la fede del Cristo nella sua forma ortodossa, ma le vecchie tradizioni erano dure a morire. In segno di buona volontà Voden aveva permesso al figlio di sposarsi secondo il rito cristiano, ma questo non significava che gli piacesse.
L'aria si fece sempre più calda e l'atmosfera più pesante. Ancora poco e Ansa sarebbe scoppiata, ma finalmente la cerimonia finì, e gli astanti, primi tra tutti Voden e i suoi, spalancarono le porte di legno e uscirono all'aria fresca dell'autunno padano.
Alla cerimonia seguì il festoso banchetto nella corte di Aimone: più festoso di un banchetto tra soli romani cristiani, meno festoso di un banchetto tra soli germani.
Sigurd si sedette al posto d'onore, non indossava più la tunica di lino azzurro e le brache rosse, ma una corta tunica di pelle non conciata, bracciali, calzoni e stivali e lo scramasax, la corta lama a doppio taglio simbolo di libertà.
Ansa si sedette accanto a lui: occupavano i posti centrali della lunga tavolata mentre ai loro fianchi erano sedute le rispettive famiglie.
Durante il banchetto Ansa ebbe tutto il tempo per osservare il marito: sembrava la copia più giovane del padre. Erano simili anche nell' appetito: Sigurd divorava ingenti quantità di carne, non importava di che tipo, così suo padre. Due formidabili carnivori.
Dal canto suo Ansa non mangiò nulla, lo stomaco contratto le impediva di ingurgitare qualsiasi cosa. Bevve solo un paio di bicchieri di vino caldo aromatizzato.
Appena Sigurd vide che la sua sposa non stava mangiando nulla estrasse il suo coltellaccio e tagliò una larga fetta di carne di maiale a Ansa. Questa si fece forza e mangiò e appena ebbe terminato il boccone i convitati scoppiarono in un fragoroso applauso. Sigurd e suo padre parvero compiaciuti. La musica attaccò più forte e il vociare si fece ancora più allegro. Il banchettò durò tutta la giornata tra esibizioni di saltimbanchi, ballate di menestrelli e ricche pietanze.
Il sole era ormai sparito all'orizzonte quando Aimone con un batter di mani annunciò la fine del banchetto. Pochi tra i convitati avevano mantenuto una parvenza di dignità: almeno una dozzina dormiva saporitamente sotto i tavoli, alcuni si erano impadroniti delle serve ed erano scomparsi dietro i pesanti tendaggi. La maggior parte continuava ad ingozzarsi.
<<Mie cari>> esordì. Il vociare si abbassò fino a spegnersi. <<L'ora è tarda e i nostri sposi sono stanchi, è tempo di condurli a letto.>> Non vide o finse di non vedere l'occhiata terrorizzata che gli lanciò la figlia.
I convitati ligi alla tradizione seguirono i due sposi fino alla camera da letto. Le madri di entrambe avrebbero vegliato davanti alla porta tutta la notte, perché solo a matrimonio consumato i due sarebbero divenuti veramente sposi, e le donne erano li per assicurarsi che questo avvenisse. Siccome la madre di Sigurd era morta qualche anno prima, ed il padre Voden non ne aveva voluto sapere di prendere in moglie un'altra donna, a vegliare insieme alla madre di Ansa, Aligarda, era stata scelta una sorella di Sigurd, Frej.
Si posizionarono ambedue su uno sgabello proprio davanti alla porta della camera e aguzzavano l'orecchio ad ogni minimo rumore. Da fuori proveniva il chiasso della festa: quella nella corte era finita, ma quella del clan, fatta di strani riti intorno al fuoco e di bevute esagerate era appena iniziata.

La mattina colse tutti di sorpresa: perfino i tiepidi raggi di quel sole autunnale facevano male agli occhi dei convitati, i quali cominciavano ora a smaltire i postumi di una pesante ubriacatura. Aimone si levò dal morbido letto, tutto anchilosato, si sentiva come se la notte prima avesse combattuto una feroce battaglia. Si lavò la faccia nell'acqua fredda e si fece portare i vestiti più sontuosi: brache di seta e scarpe di velluto rosso, giacchetta rossa e mantella scura. Preferì il pugnale romano allo scramasax. Così bardato uscì dalla stanza seguito dai servi. Mano a mano che passava tra i corridoi della corti, i convitati svegli si univano all'allegra processione.
Aimone si fermò davanti alla camera degli sposi, di Voden nemmeno l'ombra. Al suo fianco era sopraggiunto il figlio maggiore Ado, al quale sarebbe passato il titolo una volta che Aimone fosse morto. Ado aveva in faccia un'espressione sorniona e maliziosa, tipica del giovane alle prese con qualsiasi faccenda inerente al sesso.
Aligarda e Frej avevano spostato silenziosamente gli sgabelli e si erano fatte da parte.
Aimone aprì la porta.
Le parole del discorso benaugurante gli morirono in bocca alla vista di quell'orrido spettacolo. La camera era interamente inzaccherata di sangue. Le pietre, i mobili, perfino il lampadario di ferro grondava sangue. Più che una camera da letto sembrava un macello.
Il letto di piume lacerato e il suo contenuto era sparso ovunque. Piume e sangue.
Degli sposi non c'era traccia, solo la finestra rotta dall'interno poteva suggerire qualcosa.
La corte era un vecchio edificio romano e aveva mantenuto intatte le sue caratteristiche. In sole due stanze le finestre in vetro, secondo l'uso romano, erano abbastanza grandi da far passare un uomo.
Aimone corse verso la finestra con la lama sguainata. Ogni finestra era rinforzata da sbarre di ferro spesse almeno quattro dita. Qualsiasi cosa avesse rotto le finestre aveva anche piegato le sbarre come se fossero esili e teneri ramoscelli, ed ora giacevano piegati come tanti denti storti.
<<Guarda padre>> disse Ado indicando qualcosa per terra. L'uomo si chinò e prese un pezzo di vetro, uno dei pochi all'interno della stanza. Non solo era macchiato di sangue ma c'era anche qualcos'altro: un ciuffo di peli marrone scuro. Lo guardò meglio e lo annusò, poi lo passò al figlio.
<<Sembrano peli di lupo>> azzardò.
<<Non essere sciocco, i pochi lupi della zona si tengono a largo da qui. E poi come avrebbe fatto un lupo ad entrare nella stanza?>>
Nel frattempo la notizia si era diffusa anche tra i famigliari di Sigurd, Voden arrivò trafelato, rosso in viso con la barba sporca. Non si era ancora ripreso totalmente dalla sbornia.
Appena vide il ciuffo di peli il suo volto passò dal rosso della foga al bianco cinereo. Sembrava stesse vedendo i fantasmi dei nemici uccisi. Balbettò una sola parola che pochi dei presenti intesero, ma che Aimone capì perfettamente.
Bersekr.

Dopo meno di un'ora metà degli abitanti della corte, e del villaggio vicino furono alla ricerca della ragazza e del giovane, chi a cavallo, i più a piedi. Molti portavano fiaccole, pochi erano armati, impugnavano più che altro roncole e forconi.
Aimone cavalcava davanti a tutti assieme a Ado e Voden. Le poche tracce, fatte perlopiù di brandelli del vestito di Ansa, conducevano nel piccolo bosco allodiale. La macchia non si estendeva per molti chilometri, in compenso era molto fitta e la luce faceva fatica a penetrare.
Al limitare del bosco Voden venne chiamato da uno dei suoi e fu costretto a rallentare, Aimone e Ado rimasero in testa soli.
<<Ascoltami bene figlio e non perderti nessuna parola>> bisbigliò Aimone al ragazzo. Ado dovette avvicinarsi per udire il padre, ma appena lo ebbe a tiro d'orecchio lo ascoltò attentamente, scuro in volto.
<<Hai visto l'espressione che Voden aveva questa mattina? Ha paura che sia successo qualcosa di brutto.>>
<<Come noi padre.>>
<<No, taci e ascoltami. Lui teme che suo figlio abbia fatto qualcosa di brutto.>> Aspettò che il figlio meditasse su quelle parole e riprese. <<Appena ha visto i peli ha pronunciato una parola nella sua lingua, bersekr.>>
<<Che cosa significa?>>
Aimone sospirò. <<Nella lingua dei nostri padri il berserkr era un formidabile guerriero, un essere più bestia che uomo. Ogni maschio di ogni tribù covava nel cuore questo empio demone che usciva durante le battaglie per fare scempio di nemici. Spariva qualsiasi traccia di lucidità, diventavano orsi o lupi negli atteggiamenti e l'unica cosa che li muoveva era il sangue e non importava che fosse amico o nemico.>>
Ado deglutì ripensando alla pelle d'orso indossata da Voden durante il banchetto.
<<Così credi che...>>
<<Non credo nulla, spero. Spero che tua sorella sia viva, e che quel bruto non le abbia fatto del male. Guarda, i cani hanno fiutato una pista.>> In effetti il gruppo di quattro bracchi che aprivano la pista si era fiondato, muso a terra e coda alzata, a seguire una traccia olfattiva nel fitto sottobosco.
Non fecero molta strada prima di interrompersi davanti all'ingresso di una grotta artificiale. Aimone notò subito il loro strano atteggiamento: due stavano letteralmente tremando invece, gli  avevano assunto una posa minacciosa e mostravano le fauci.
<<Fai portare via i cani>> disse ad Ado.
La volta della grotta risultò più bassa del previsto, Aimone dovette abbassarsi. Uno dei falegnami del villaggio si offri di seguirlo: in una mano reggeva una fiaccola, nell'altra una scure brunita. Aimone impugnava nella destra lo scramasax ma un tremito tradiva tutta la sua sicurezza. Benchè fosse protetto dal gambeson fino alla coscia, temeva che non sarebbero bastati.
Ado ritornò con due giovani con i quali era solito bere, armati anch'essi. Uno sopratutto impugnava una lancia, arma assai scomoda in uno spazio così ristretto. Aimone, in testa, si fece passare la fiaccola e si inoltrò nelle profondità di quelle grotte. Trovarono il primo ostacolo a qualche metro dall'ingresso: un bivio.
Aimone sentiva ancora il nitrire dei cavalli all'ingresso, non erano troppo lontani, ma la luce faceva fatica a raggiungerli.
<<Andiamo a sinistra>> decise Aimone.
Il corridoio naturale sembrava scendere nelle profondità della terra ma ben presto dovettero fermarsi, era un vicolo cieco.
<<Torniamo indietro, c'è solo roccia davanti a noi.>>

Imboccarono il corridoio di destra. Scendeva nelle viscere della terra ancora più in profondità del corridoio precedente. Mano a mano che si inoltravano i rumori naturali dell'esterno divennero sempre più deboli e indistinguibili.
<<Da qui in poi si fa più stretto>> riferì Ado. Dovettero procedere in fila indiana e anche così facevano fatica a procedere: sassi e rocce ostacolavano il cammino.
Aimone abbassò la torcia su una roccia su cui brillava qualcosa.
<<Sangue>> mormorò Aimone. Temeva il peggio per la figlia, in fondo alla fila Voden era sempre più nervoso. Nel caso in cui il figlio avesse fatto del male alla figlia del suo signore l'unico epilogo possibile sarebbe stata la morte per se e per tutto il suo popolo.
Arrivarono in un punto più largo, in cui il corridoio terminava e si apriva un grande spazio naturale.
L'aria era umida, grosse gocce colavano sulla roccia.
Gli uomini di Aimone poterono sparpagliarsi e illuminare ogni buio anfratto di quella grotta sotterranea.
Fu in uno di questi angoli remoti che trovarono quello che stavano cercando.
Videro Sigurd rannicchiato in posizione fetale, aveva gli occhi aperti ma non sembrò accorgersi di Aimone e di tutti gli altri uomini. Diverse ferite gli solcavano il petto e le braccia e tutto il sangue si era raggrumato attorno a quei tagli.
Aimone si gettò su di esso e cominciò a scuoterlo, pazzo di rabbia.
<<Dov'è mia figlia, mostro! Ti giuro che se le hai fatto del male...>>
Sigurd si riscosse dalla trance in cui era caduto, sentendosi addosso le mani che lo strattonavano, sollevò Aimone con entrambe le braccia e lo spinse lontano.
Ado sfoderò la spada e gli armigeri puntarono contro Sigurd le lance. Voden aveva reagito allo stesso modo e, snudato il ferro, si era messo dalla parte del ragazzo.
Aimone si rialzò rifiutando l'aiuto degli armigeri. <<Abbassate tutti quanti le armi.>>
Gli armigeri con riluttanza obbedirono. <<Anche tu Voden, se non vuoi peggiorare le cose. Non puoi difendere tuo figlio, ha commesso un crimine e pertanto dovrà pagare.>>

Ritornarono sui loro passi solamente quando furono sicuri di non trovare nient'altro. Nessuna traccia di Ansa e nessuna confessione da Sigurd. Tornarono alla corte e subito Aimone diede l'ordine di preparare il patibolo. La tradizione voleva che l'imputato difendesse il proprio onore in un duello mortale, ma Aimone voleva vedere finita quella storia nel modo più veloce possibile, anche a costo di andare contro la tradizione. Sapeva che Voden avrebbe protestato, per questo lo fece rinchiudere in una delle prigioni della corte, con i suoi uomini.
Torturarono Sigurd, ma questi sopportò stoicamente. Ripeteva di non ricordarsi di quello che era successo, ne come fosse finito in quella grotta. Aimone ne ebbe abbastanza, pur sapendo che non avrebbe riveduto la figlia, ordinò che il giovane venisse impiccato.
Molta gente accorse a vedere, provenivano anche dai villaggi vicini. Il giovane venne scortato al palco con il volto coperto da una sacco. Al cappio lo accolse il sacerdote della corte, che un'ultima volta gli chiese di confessare i peccati e rivelare dove avesse nascosto o seppellito la ragazza. Per tutta risposta Sigurd rimase in silenzio.
La folla attendeva silenziosa l'esito mortale di quell'evento e sussultò quando si udì il primo ruggito provenire dal folto della foresta. Poi un secondo e un terzo, sempre più vicini. Infine la bestia comparve, uscì dalla foresta incedendo minacciosa.
Era alta almeno due metri, il corpo ricoperto da un fitto pelo nero, proprio come gli orsi. Tremenda a vedersi si ergeva eretta sulle zampe posteriori, una bava biancastra gli correva lungo muso bestiale e occhi rossi sanguigni dardeggiavano in direzione del patibolo.
A quella terribile vista il prete tremante si fece il segno della croce, mentre i contadini e molti del seguito di Aimone cercavano di scappare dalla bestia, calpestandosi a vicenda.
Solo Aimone, dopo lo sgomento iniziale, si riscosse, e, saldo nelle sue decisioni, ordinò che gli venisse portata la lancia.
Corse incontro alla bestia ma mancò l'affondo. La bestia scartò di lato e afferrò la lancia per il manico. Aimone non poteva sperare di vincere in forza con un mostro simile, mollò preso e sguainò la spada. Il mostro spezzo l'asta in due come un ramoscello. Una freccia lo ferì tra le scapole, mentre un'altra gli perforò la mano. La bestia gridò furibonda e si gettò su Aimone che non fece in tempo evitarla. Venne travolto dalla furia di quella belva. Sentì i suoi artigli penetrargli nelle carni e i denti acuminati squarciargli il petto.
Aimone sapeva di stare morendo ma con le ultime forze sollevò la spada. Con un unico colpo trafisse da parte a parte il collo del mostro.
Morirono nello stesso momento, il primo a causa del troppo sangue perso, il secondo per la ferita mortale. Ma quando sopraggiunsero servi e vassalli, e tutti quegli altri che erano scappati si verificò un fatto insolito.

Il corpo della bestia cominciò a rimpicciolirsi, i peli scomparvero lasciando il posto alla pelle rosea. Gli arti tornarono alle loro proporzioni umane e la testa ferina assunse i tratti di una giovane fanciulla, che tutti riconobbero: Ansa, la figlia di Aimone e futura sposa di Sigurd.

martedì 29 ottobre 2013

Storia di un garzone di una bottega di stoffe

Ebbi modo di vederla tra una consegna e l'altra.
Era seduta su uno sgabello e con le mani delicate lavorava al telaio. Si vedeva subito che non era una contadina, che facesse quel lavoro per arrotondare. I suoi vestiti, riccamente decorati, mi fecero subito intendere che non potevo nemmeno azzardarmi a rivolgerle la parola.
Lavorava inoltre sotto i portici di una casa nota a tutti in paese. Era il palazzotto di Gulla Crivelli. Costui era il signore delle terre di Brinate, di Cuggiono e di altri paesi nei dintorni. Suo era il mercato, suo il porticciolo sue le strade.
Io non ero che un povero garzone il cui lavoro manteneva a stento i miei fratelli e davanti a tanta ricchezza e potenza non potevo che tirarmi indietro.
Ma le sbirciate non costavano nulla, ed ogni volta che facevo quella strada, senza farmi vedere, la guardavo. Ogni giorno notavo qualche dettaglio che mi era sfuggito.
Aveva grandi occhi blu, intensi. Il naso era talmente squisito da parere un'opera d'arte. Le labbra sembravano morbidi e dolci, il tutto in un ovale perfetto quale era il suo viso. Aveva i capelli d'oro ora legati in una lunga treccia, ora sciolti, ora nascosti sotto un velo leggero. Quando rideva le si illuminava tutto il volto e la pelle prendeva colore.
Una volta la colsi in un momento di dolore: si era punta con un ago e dal dito offeso colava un rivoletto di sangue. Se lo portò delicatamente alle labbra e succhiò via il sangue.
Fu l'unica volta che rischiai di farmi scoprire. Ero rimasto come istupidito, fermo con il mio metro di pannolana ad osservarla.
Feci in modo di prendere tutte le consegne che andavano dalla bottega al porticciolo: era una strada lunga, polverosa e senza neanche un po' d'ombra. Ma sapevo che passando di li avrei visto lei e almeno per un po' avrei dimenticato i miei affanni.
Accadde che una mattina di metà luglio passando per la via consueta non la vidi intenta a filare. Il mio turbamento fu grande. Continuai per la mia strada cercando di non pensarci, ma il mattino dopo fu lo stesso. Non la vidi in quei giorni ne la settimana successiva. Passò un mese circa, un mese inquieto in cui operai per conoscere la sorte di quella ragazza.
Da alcuni tipi in gamba che avevano lavorato per il Crivelli seppi  che la ragazza era a Milano nella casa di Gulla, che di questi era la moglie (e non la figlia come avevo sospettato) e che si chiamava Lucia. Aggiunse poi uno di costoro, a bassa voce, che la fanciulla era stata colpita dalla peste. Sbiancai di colpo.
Nel mio paese la peste non era ancora arrivata, per fortuna. Sentivo quello che i mercanti raccontavano delle città infettate, bastava quello a farmi venire gli incubi di notte.
<<Mettiti il cuore in pace>> mi disse uno di quelli <<Dio ha voluto così.>>
E così feci. Continuai a lavorare come prima ma con il cuore triste. Mi ripetevo prima di andare a dormire che le non sarebbe mai stata mia, peste o non peste. La malattia non aveva fatto altro che farmi capire quanto fosse irrealizzabile il mio sogno.

La peste arrivò anche a Brinate, ma per fortuna nostra e grazia di Dio non fece stragi. Certo molti si ammalarono, alcuni morirono, ma a conti fatti ce la cavammo senza troppe perdite.
Io fui immune al contagio, ma più stavo bene fisicamente, più soffrivo nell'animo. Riempì il vuoto che avevo nel cuore avvicinandomi alla religione.
Avevo un cugino, Luigi, figlio della sorella di mia madre, che era il sacerdote del paese. Io ero ignorante, lui invece aveva studiato le lettere degli antichi, sapeva il latino e il greco. Era inoltre un uomo saggio, forse troppo pacato per i miei gusti.
Quando quell'estate in confessione gli parlai per la prima volta di Lucia e dei pensieri impuri che facevo su di lei, mi disse di fare attenzione.
<<Non è la donna tua, è la donna di un altro.>>
<<Ne sono consapevole padre, ma vedo quella donna in ogni luogo e in ogni volto. Non riesco a dimenticarla.>>
<<Devi! Lucia Crivelli non è roba per te. Ora pentiti di questi tuoi pensieri e recita tre pater noster.>>
Ogni volta mi confessavo, ogni volta gli ripetevo le stesse cose, e ogni volta lui tentava di  dissuadermi.
La bella stagione scivolò rapidamente e lasciò il posto al freddo dell'inverno. Arrivò il natale e non avevo più notizie di Lucia da almeno quattro mesi. Oramai mi ero rassegnato a crederla morta.
Vedendomi affranto Luigi fece di tutto per farmela dimenticare, mi propose persino di portare la croce alla messa di natale. Accettai con entusiasmo, e quella sera, dismesso il vestito sudicio del lavoro e indossato il vestito bello della festa mi calai nel ruolo del crocifero.
Regnava un'atmosfera di fiaba nella chiesa della canonica. Le luci delle candele, i fumi dell'incenso, il basso salmodiare dei canonici.
Incedevo solennemente, fiero del compito che mi era stato assegnato.
Fu solo grazie alla mia forza di volontà se non avvenne l'irreparabile. Per un attimo, la croce vacillò e in cuor mio temetti di mandarla in frantumi sul marmo dell'altare.
Il motivo del mio turbamento sedeva in prima fila.
Lucia Crivelli, vicino al marito, aveva lo sguardo assente: non si voltò a guardare la processione nella navata centrale e non si segnò nemmeno quando passammo.

Non prestai la benchè minima attenzione alla messa, ma stetti tutto il tempo a osservarla. Più la guardavo più capivo che qualcosa non andava. Ma cosa?
Innanzitutto la sua pelle aveva assunto una tonalità diversa. Era bianca, pallida da parere trasparente. Le labbra avevano perso colore e gli occhi, quegli occhi di cui mi ero innamorato, avevano dimenticato la vivacità. Se ne stavano immobili a fissare il nulla.
Solo i capelli avevano trattenuto i raggi del sole della passata estate e risplendevano dorati, il che accentuava ancora di più il pallore.
Fu  forse il riverbero delle luci tremolanti delle candele, o i fumi dell'incenso, a farmi vedere cose che non c'erano. Vidi o credetti di vedere un ombra scura passare sul suo volto e per un istante il suo viso angelico si trasformo in qualcosa di estremamente malvagio.
Finita la messa, gran festa.  Malgrado il gelo di quel 25 dicembre la gente del mio paese aveva voglia di concludere un periodo funesto con le risate, le bevute e l'allegria. Erano stati preparati dei piccoli falò proprio davanti al sagrato e qualche anima pia aveva preparato del vino aromatico caldo. Era la festa dei plebei, di noi gentaglia, contadini e artigiani.
Gulla Crivelli tirò dritto. Appena uscì di chiesa la gente si accalcò per augurargli i migliori auguri, per baciare l'anello, per omaggiarlo con una forma di pane dolce appena fatto. Anch'io mi avvicinai e con la scusa di baciare l'anello potei osservare attentamente Lucia.
Sembrava una madonna di marmo tanto era pallida e priva d'espressione.
Stanco di tutte quelle attenzioni Gulla tirò la moglie in malo modo e in pochi minuti si liberarono della folla. Raggiunti i cavalli assieme a ancelle e servitori, lasciarono il sagrato.
La gente li dimenticò quasi subito e tornò alla sua festa. Ballavano e bevevano. Un paio di ragazze mi fecero segno di accompagnarle a danzare, ma declinai l'invito. Avevo in mente solo Lucia.
Finalmente dalla chiesa uscì l'arciprete e dietro di lui Luigi. Per quanto la festa avesse un certo sapore pagano, così mi aveva detto, non aveva fatto nulla per impedire che questa avesse luogo.
Lo vidi solo piegarsi in una smorfia di disprezzo e puntare verso di me.
<<Hai avuto occhi solo per lei. Male!>>
Non seppi cosa ribattere, era vero.
<<Non te lo dico più solo perchè è la donna di un altro.>> Fece una lunga pausa mentre rimirava i volteggi quasi selvaggi delle danze.
<<Ho visto qualcosa...>> Lasciò la frase a metà e mi fece gelare il sangue. Un refolo di vento piegò le punte delle fiamme a destra.
Si scrollo di dosso un carico invisibile e sbuffò. <<Lasciamo perdere, non è cosa di cui deve parlare un uomo di chiesa. Solo un avvertimento: stalle lontano!>>
Quelle parole lapidarie risuonarono nella mia testa per tutta la notte e per tutti i giorni successivi.
Era diventata la mia ossessione.
Passavo davanti al palazzotto sperando di vederla ma mai la trovai seduta a filare. Una volta sbirciai dalle finestre, inutilmente. Pesanti tendaggi precludevano la vista a chiunque.
Venne l'anno nuovo e cominciarono a circolare voci inquietanti. A Buffalora, vicino a Brinate, due bambine erano stati colpiti dalla peste. A Cuggiono erano morte tutte le vacche della chiesa per qualche male sconosciuto ma una donna affermava di aver sentito delle grida disumane provenire dal recinto. Le voci si moltiplicarono e in questo o quel paese accadevano sempre più spesso fatti sinistri. La gente si ammalava di peste e sempre più spesso si udivano i versi bestiali. Ovunque, ad eccezione Brinate.
Qualcuno mi disse che era dovuto alla presenza dei canonici, che allontanavano il diavolo dal paese. Quando lo chiesi a Luigi non mi rispose e si chiuse in uno strano silenzio.
Non passò molto tempo prima che l'argomento delle voci cambiasse. Qualcuno aveva fatto due più due.
Gli omicidi e tutto il resto erano cominciati quando i Crivelli erano tornati e dopo la messa di natale nessuno li aveva più visti. La gente mormorò, ma quando la situazione divenne intollerabile e si ebbe paura persino tra le mura di casa, si sollevò.
Non posso negare che ci fossi anche io a brandire fiaccole e forconi. Davanti al palazzotto si gridava che Gulla venisse fuori.
Io ero più che sicuro che avesse fatto del male a Lucia con qualche sortilegio o stregoneria ed ero pronto a fargliela pagare.
Gulla non venne fuori, ma noi entrammo lo stesso.
Sfondammo il portone e dilagammo nelle stanze. Non trovammo i Crivelli, non erano in casa. Anzi sembrava che la dimora fosse stata abbandonata dall'estate precedente.
Cercammo in tutte le stanze del maniero, ma fui il primo a varcare la soglia della cantina.

Era il tramonto di una giornata grigia e uggiosa. Ci sarebbe stata una notte fredda. L'ultima luce morente filtrava da una piccola finestrella ad arco.
Mi strinsi nei panni. Avevo freddo, avevo il gelo nelle ossa. Sentivo le gambe rigide come tronchi di legno, la bocca impastata e la testa annebbiata. Portai i pugni agli occhi e li sfregai vigorosamente. Udivo i passi della folla al piano di sopra, ma lì sotto regnava un silenzio perfetto.
Davanti a me giacevano due corpi. Uno era quello di Gulla Crivelli, che emanava un lezzo nauseabondo. Il secondo era la mia Lucia, sdraiato su un tavolo con le braccia sul grembo. Era vestita e agghindata come a natale.
Mi avvicinai portandomi il braccio sotto il naso. Gulla era morto da più di qualche giorno, a giudicare dallo stato in cui si trovava.
Lucia invece respirava. Accostai l'orecchio al suo petto. Respirava e la sua pelle era calda. Le scostai delicatamente la collana e vidi quel che già avevo intravisto a messa. Il bellissimo collo era deturpato da un'orrenda cicatrice che correva lungo tutta la circonferenza.
Il sole calò del tutto e alla sola luce della fiaccola vidi quel brutto segno pulsare. Mi ritrassi inorridito e inciampai sul cadavere del Crivelli.
Caddi. Ma feci in tempo a vedere cosa quella ferita avesse trasudato. Era grande quanto un cane, ma completamente nero e glabro. Aveva un paio di corna caprine sulla testa e le zampe anteriori erano molto più simili a quelle di un rapace. Le sue piccole pupille triangolari studiarono la stanza ma non mi videro, a terra, paralizzato dal terrore.
Si erse su due zampe, come gli uomini, e corse su per le scale. Attesi le grida di panico ma non udì niente.
Mi rialzai tenendomi lontano da Lucia. Inciampando sul corpo di Gulla, feci cadere quello che aveva in mano. Era un libricino con la rilegatura in pelle. Non seppi il perchè ma lo raccolsi e lo nascosi tra le pieghe del vestito.

Trovarono la cantina e gridarono al maleficio. La gente temeva che Satana ci avesse messo lo zampino. Non si accorsero che Lucia era viva, e io ero talmente scosso da non riuscire a spiccicare parola. Corpi, cantina e villa vennero dati alle fiamme. Il rogo durò tutta notte, solo quando giunse la mattina, e con essa una pioggerella leggera le fiamme si spensero e della villa non rimaneva che qualche pietra annerita.
Con il libricino nella tasca della giubba mi recai nella canonica. Luigi non aveva partecipato alla distruzione della villa e malgrado fosse presto lo trovai inginocchiato a pregare davanti all'altare.
<<Padre devo mostrarle una cosa.>> Povero me ignorante, non sapendo distinguere una "a" da uno scarabocchio, dovetti affidarmi a lui. Gli diedi il libricino e appena lo aprì sbiancò. Mi strinse il braccio con forza.
<<Seguimi.>>
Mi portò nella sua cella, chiuse nervosamente la porta e mi guardò negli occhi.
<<Dove lo hai trovato?>> chiese.
Gli raccontai quello che avevo visto, i cadaveri, il demonio, tutto quanto.
Luigi scosse la testa, non sembrava inorridito e nemmeno sorpreso.
<<Ascoltami bene ora. Ti leggerò quello che c'è scritto qua dentro ma non dovrai dirlo a nessuno. Intesi?>>
Sebbene fosse più basso e magro di me, mi sentivo intimidito dalla sua autorità. Accennai col capo, istupidito. Si sedette accanto a me e aprì il libricino. Con voce sicura cominciò a leggere quello che era stato il registro di Gulla Crivelli.

12  Agosto
L'orrore! L'orrore è entrato nella mia dimora. La peste ha bussato ma non le abbiamo aperto eppure è entrata e ha colpito coi suoi neri artigli.  Maledetta sia la pesta portatrice di morte e maledetto sia il nome di Dio per questa rovina.

20 Agosto
Forse c'è speranza, forse...

25 Agosto
Ha cessato questa notte di respirare, oramai era questione di minuti. La servitù è scappata, ho cercato di impedirlo. Mi hanno sputato addosso gridandomi le loro maledizioni. Che importanza ha? Siamo tutti maledetti!

29 Agosto
Ho pianto, ho gridato, ho invocato, ma non il nome di nostro signore.

16 Settembre
Ha deciso di comparirmi nella sua vera forma. Prima solo in sogno, ora in carne e ossa. Non assomiglia alle rappresentazioni delle chiese, non ha corna o piedi caprini. Mi ha proposto un patto, la sua vita in cambio di un favore. Ho accettato senza pensarci. Ha voluto il sangue dal mio collo, e non dalle mie mani. Dovrò coprire questa brutta cicatrice con qualcosa.

20 Settembre
Sembra stia meglio. Parla, cammina e... mangia.

26 Settembre
Girano troppe voci strane. Ho paura, troppa paura, ma non mi aiuta. Da quando ha scoperto quello che ho fatto, anche se l'ho fatto per la sua salvezza mi teme. Ha paura anche lui, ma di me. Ha paura di quello che succede di notte nel contado.

9 Ottobre
Ci siamo trasferiti a Brinate e ci rimarremo finchè non si saranno calmate le acque.

30 Ottobre
Non si è verificato nient'altro. Forse non lo vedrò più ne lo sentirò abbaiare, o udirò quei suoi latrati disgustosi.

1 Gennaio
Sono ricominciate le sparizioni. Questa notte ho sentito qualcosa uscire dalla mia gola, facevo fatica a respirare, credevo di morire soffocato. Ma alla fine è uscito. Prima di buttarsi tra i campi si è voltato fissandomi coi suoi occhi triangolari e mi ha sorriso.

14 Gennaio
Il paese mormora, non va affatto bene.

24 Gennaio
C'è tutto il paese fuori dalla villa, lo sento perfino dalla cantina. Vogliono il mio sangue e quello di Gulla, ma non l'avranno. L'ho ucciso e il suo corpo si è decomposto ad una velocità sorprendente. In cuor mio lo sapevo, era morto già da quest'estate quando la peste lo colse. Ora tocca a me mi toglierò la vita, in modo che il demone che alberga dentro di me, muoia. Chi leggerà queste righe sappia che quello che ho fatto l'ho fatto per amore e ingenuità. Se avessi saputo che la vita di mio marito avesse significato tutto questo, forse non avrei accettato. Ma oramai è tardi ed è tempo che mi ricongiunga con lui.

Me ne tornai a casa sconvolto, sicuro che quella orrida storia fosse finalmente finita. Scacciai i brutti i pensieri e siccome era già ora di lavoro andai alla bottega.
Solo per un attimo, brevissimo come un battito di ciglia, su quella strada in cui la vidi per la prima volta, la vidi di nuovo, seduta a filare, davanti alle rovine del palazzotto. Ma al suo fianco, un grosso essere nero le faceva la guardia e sembrava mi stesse sorridendo.
Chiusi gli occhi, ingoiai la saliva e tirai dritto, inquieto per quello che avevo visto.
Le vie del signore possono anche essere infinite, ma questa di certo non lo è.

lunedì 21 ottobre 2013

 Primavera

Lei è davanti a lui. Splende.
Una bellezza sconfinata davanti alla quale il sole impallidisce e le stelle sbiadiscono. Si è seduta sulla coperta che ha steso per lei sul prato. Tiene le gambe incrociate e la schiena inarcata all'indietro. I palmi delle sue mani si appoggiano sull'erba. Sorride.
Le dice di mettere via gli occhiali da sole. Appena se li leva, i capelli, trattenuti dalle stecchette, si sciolgono brillando nell'aria. Appoggia le lenti sulla coperta sorridendo radiosa.
Lui ha con sè un piccolo cesto di vimini, le ha portato qualcosa da mangiare. Ha pensato a tutto: piatti, bicchieri e forchette.
Prima di tutto estrae la bottiglia di vino e appena la stappa il profumo del mosto si leva dal collo della bottiglia. Ne versa un po' per sè e un po' a lei. Gli dice basta appena prima dell'orlo.
Brindano.
Beve a piccoli sorsi, uno dietro l'altro, seguito da una breve pausa. Appoggia il suo bicchiere e guarda con curiosità al cesto, a quello che ha portato lui. Lo vede estrarre due piatti bianchi, immacolati, seguiti da una torta all'apparenza gustosa.
Lui poggia le forchette ai lati e beve un altro sorso, finendo il vino nel bicchiere.
L'aria è calda profumata.
Lei è rossa in viso, per il sole, per il vino. Si toglie la camicetta a scacchi rossa e blu, rimanendo in maglietta. Il vestito evidenzia le sue forme e lui lo nota. Lei chiede un altro bicchiere e lui versa.
L'aria è calda ma un venticello si è appena levato. E' piacevole. Accarezza la pelle. Percorre tutta la collinetta sulla quale si trovano. Da qualche parte nel cielo svolazza un aquilone. Non c'è una nuvola.
Lui taglia la torta con un coltello. Al primo taglio la torta stilla succo di more. Ne offre una fetta a lei. Al primo morso il suo volto si distende ancora di più. La assapora. Dice a lui di non aver mai mangiato una prelibatezza simile. Lui sorride di rimando e ne prova un pezzo.
Le dice di fare attenzione a non sbriciolare in giro per paura che arrivino le formiche. Lei annuisce e sorride. Mette una mano sotto la bocca e finisce la torta. Ne chiede un altro pezzo, piccolo, raccomanda.
Lui è contento che le piaccia.
Trascorrono così le ore più calde del giorno. Hanno mangiato, hanno scherzato e hanno riso.
Ma lui ora vuole qualcos'altro.
Le chiede di posare per lei. Ha con sè un cavalletto da campagna, la tela e la tavolozza con gli acquerelli. Lei, lusingata, chiede come deve mettersi. Le dice che va bene così, seduta con le gambe incrociate.
Intinge il pennello e comincia a dipingere.
L'aria è diventata frizzante e il vento comincia a soffiare persistentemente. Gli uccelli sono andati in qualche altro posto e chiacchierare ma il cielo rimane sgombro.
Comincia dai capelli d'oro che scendono sulle spalle fino al seno. Il lavoro non lo convince. E' convinto di dipingere la realtà, non quel che vede, e la realtà è grigia. I suoi capelli sono grigi. Guarda il quadro, guarda lei. Si chiede dove alberghi la realtà, se in lei, davanti a lui, o nel quadro. Per saperlo prosegue. Ma il grigio non cambia anzi scolorisce, e i folti capelli non sono che pochi peli radi sul cranio.
Il volto. Pensa che un volto così perfetto, in armonia con tutto il resto, non possa deturparsi.
Lei è turbata.
Comincia con la fronte. Rughe. Ma nella realtà non ci sono o non le vede. Sente qualcuno che sta disegnando un acquerello vicino a lui del tutto simile al suo. Ma non riesce a vederlo.
Tralascia gli occhi per un secondo momento. Sono lo specchio dell'anima e vuole essere sicuro di percepire la realtà.
Il naso è un grumo informe addirittura putrescente. Escrescenze carnose, come funghi autunnali, nascono dalla punta del pennello.
La bocca. Un ghigno sinistro raggelante. La sua mano si muove e danza da sola. Dipinge con scientifica precisione i sottili denti acuminata. Rostri che dilaniano la carne, il luccichio che emanano alla luce del sole. In quell'antro buio che è la gola tratteggia due spiragli bianchi. Si accorge con orrore che lo fissano.
L'aria è diventata decisamente fredda. Il cielo si è rannuvolato. Facce nelle nuvole scorge.
Si sporge. Lei è ancora seduta così come l'aveva lasciata e sorride ancora.
Lui torna alla sua tela. E' la volta degli occhi. La sua destra vuole dipingere, la sua sinistra vuole fermarlo.
Comincia con l'occhio sinistro. Un tondo oscuro. Tenebre sul viso. Il pennello scivola sulla tela fino alla tavolozza e raccoglie il giallo sulla punta. Giallo puro, come il sole. Picchietta. Una sola volta. Un piccolo puntino giallo in quella marea nera. Occhi infinitamente malvagi.
Il cielo è buio. Una sole luce, lei. Ma lui sa. E' falsa.
Con rabbia scaraventa tela e cavalletto. Incede verso di lei, l'afferra per i capelli e la solleva. Lei grida spaventa. Lui le grida di smetterla, di tacere. Le urla addosso. Vede il mostro reale che sta affrontando. Vede l'abominio fin nel fondo dei suoi occhi.
L'impugnatura di legno del suo pennello è affilata, riconosce che quegli occhi sarebbero un bel soggetto. Solleva il braccio che lo impugna col cuore sgombro dalle paure e sollevato.
Ora ha un altro quadro da dipingere.

martedì 15 ottobre 2013

Si avvicina

Corriere.it
NORVEGIA – Il primo ministro non ha rilasciato interviste ma la vicenda è diventata ormai di dominio pubblico. L'esercito di terra e la marina sono sbarcate alle isole Svalbard su preciso ordine del governo mentre l'isola è stata fatta evacuare, ma degli abitanti non si sa più nulla.
Il ministro della giustizia rassicura. <<Sono stati prelevati e portati in una struttura governativa. Sono al sicuro e presto verranno rilasciati.>>
La popolazione non sembra così rassicurata. Soprattutto nella capitale girano voci incontrollate.
La tesi condivisa dalla maggior parte degli abitanti è che sulle isole sia scoppiata qualche epidemia, ma il governo non ha ancora dichiarato la quarantena.

La metro mormora.
Se vuoi sentire qualcosa di vero il posto giusto è la metro. Oltrepassa le chiacchiere futili, penetra nella sostanza. Si scopre un mondo nuovo, completamente diverso. Lo vedi dagli atteggiamenti, da una mano sulla coscia che tamburella con le dita, dal rovistare nervoso nella borsetta, dagli occhiali scuri anche sottoterra. Questo è il posto giusto.
Nessuno ne parla, ma è un po' come se tutti ne stessero parlando. Le voci sono arrivate anche da noi ma stranamente non c'è stata nessuna smentita. Forse hanno finalmente capito che cercare di mettere a tacere la verità non fa altro che renderla più brillante?
Tante voci anche discordanti, tutte relativa ai fatti norvegesi. Sappiamo tutti com'è andata, o meglio, come ci hanno fatto sapere che è andata. Poi è toccata alla Norvegia, così alla Svezia e alla Finlandia. L'ultima notizia che ho letto titolava "Il nord Europa soccombe". Rapido, incisivo e letale. Un bel titolo, dice tutto e non dice nulla.
<<Prego si sieda pure.>> Mi alzo per far sedere un anziano. Ha in mano il Leggo del giorno. Aspetto che finisca di sfogliare svogliatamente le pagine.
<<Gentilmente me lo presterebbe?>> indico il giornale. <<Non ho avuto modo i prenderlo oggi.>>
<<Certo certo tieni pure.>>
Mi passa il giornale con la mano tremante, offesa da qualche malattia senile. <<E' un bene che giovani come te leggano i quotidiani.>>
Gli lancio un mezzo sorriso d'intesa e mi tuffo nelle notizie.

Leggo
GERMANIA - <<Non c'è nessuna guerra in atto, sono solo esercitazioni.>> E' quello che ha dichiarato la cancelliera Angela Merkel di fronte al comitato militare della NATO.
Da qualche giorno è però spuntato un video in rete che smentirebbe le parole della Merkel. Il video di qualche minuto ha raggiunto migliaia di visualizzazioni prima di essere cancellato nella maggior parte dei paesi europei. Una microcamera, molto probabilmente nascosta, segue da vicino le azioni di un gruppo di soldati tedeschi. Li si vede entrare nella case di quel che sembra un piccolo paese e scortare fuori a forza gli abitanti in lacrime. Dopo qualche minuto l'immagine si blocca e diventa completamente nera. L'audio continua ancora per qualche minuto: urla disperate, ordini e spari. Infine il silenzio assoluto rotto soltanto da un leggero ansimare e da un rumore di fondo continuo.
Il video ha fatto nascere molte perplessità e numerosissimi forum hanno azzardato le ipotesi più assurde e inverosimili. Non resta che aspettare per conoscere l'evolversi della situazione.

La cosa sembra non piacere solo a me. Il vecchio si è addormentato e non mi va di svegliarlo per restituirgli il giornale.
Il treno frena, ancora due stazioni e poi devo scendere. Appoggio il quotidiano sul sedile. Il vecchio borbotta qualcosa e si sveglia.
<<Ecco il giornale, grazie.>>
<<Di niente, hai letto qualche notizia interessante?>>
Scuoto la testa poco convinto. <<Le solite notizie, scritte per allungare il brodo.>>
<<E' sempre così no? Di giorno in giorno. Ti riempiono la testa con assurdità o con frivolezze.
<<Passano dal morto ammazzato sull'impalcatura al culo della velina come se niente fosse. Dei telegiornali poi non parliamone.>>
Il vagone arranca e si ferma, un fiume di gente si riversa nella stazione.
<<C'è sempre internet. Lì l'informazione è gratuita, può averne quanta ne vuole, quando lo vuole.>>
<<Parli bene te che sei giovane, ma io ho 78 anni, cosa vuoi che ne sappia di quelle cose? A malapena riesco ad usare il cellulare quando chiamano i miei figli.>> Estrae dalla tasca un vecchio modello di telefonino, parecchio consumato.
Non è la prima persona che incontro ad essere in serie difficoltà con la tecnologia. Credo che tutto dipenda da un certo tipo di mentalità. Tra trenta o quarant'anni, sarò come lui e come tutti loro? Anche io mi arrenderò di fronte ai nuovi aggeggi incomprensibli? L'occhio cade nuovamente sul titolone del giornale e la domanda che affiora è un altra. Tra trent'anni ci sarò ancora?

La repubblica
ZURIGO – I capi di stato non hanno ancora terminato la riunione e sembra che gli accordi siano ben lungi dall'essere raggiunti. Il primo intervento è stato fatto dal presidente russo Vladimir Putin e ha dichiarato la chiusura dei confini con l'Europa e con l'Asia e lo stato di guerra. Ovvie le reazione dei rappresentati che non hanno potuto far altro che mostrare il loro disappunto.
Diverso invece il discorso del presidente americano, gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare gli alleati europei. Gli altri capi di stato, incluso il nostro primo ministro hanno sostenuto la linea del presidente americano.

Le chiamano teste pensanti. Lo sono? Dovrebbero esserlo. Mi accodo a tutti quelli che affermano di fare meglio di loro, con la metà dello stipendio. In un certo senso anche io sono un qualunquista. Ma non bisogna troppo arrabbiarsi. Come diceva Hobbes, l'uomo nasce selvaggio. Il fatto che questi, votati da noi, siano ai vertici e non facciano affatto i nostri affari è la cosa più naturale del mondo. Un tempo la chiamavano sopravvivenza o legge del più forte. Ora è la legge del più furbo. Puoi essere la persona più candida e onesta di questo mondo, ma se entri nel giro della politica, stai sicuro che dimentichi perfino chi siano i tuoi genitori.
Il treno si ferma alla fermata giusta. Saluto il vecchio che accenna con la testa. Non scende quasi nessuno. Salgo le scale e anche la stazione è semideserta. Mi avvicino all'edicola ad osservare i nuovi arrivi. Guardo l'orologio: ho ancora tempo per un altro giretto prima di recarmi sul posto.
Mi arriva tutto il caldo della superficie, quasi mi fa boccheggiare.

Focus
ARIZONA – L'escalation di violenze nota com "rabbia collettiva" nel nord Europa e diffusosi in breve tempo nel resto del mondo è causato da una roccia. La scoperta, fatta dall' MMTO (Multiple Mirror Telescope Observatory) sul monte Hopkins in Arizona, ha dimostrato che il 12 giugno l'asteroide 6366 Sotirios è penetrato nell'atmosfera terrestre, frammentandosi in piccoli pezzi. Uno di questi ha impattato con il suolo norvegese delle isole Svalbard. Herbert Miller, direttore del centro astronomico, ha affermato di non credere alle coincidenze e ritiene il piccolo frammento di roccia responsabile della rabbia collettiva.
Nel prossimo articolo parleremo di come difendersi da questa malattia e dai suoi portatori.

Non è ancora scoppiato il panico. La gente ritiene che i fatti della Norvegia siano lontani. Non sanno quanti si sbagliano. Per come la vedo io il mondo sta per finire.
Cammino per la piazza, un tizio mi ferma, mi chiede qualcosa. Dico di no, non sono io. Con la coda dell'occhio vedo due ragazzine che mi fanno una foto di nascosto.
Tiro dritto. Macchina dei carabinieri.
<<Si fermi!>> intimano.
Obbedisco. Ora sono quasi alla fine, non voglio impicci o guai di alcuna sorta.
Sono in due e si guardano intorno a disagio.
Uno tira fuori un blocchetto e un foglio A4. C'è su la mia foto.
<<E' lui>> dice il primo senza muovere la bocca.
<<Venga con noi>> dice il secondo con la mano gia sulla pistola.
<<Non ne vedo il motivo, non ho fatto...>> Il grido disperato di una donna m'impedisce di terminare la frase. Ci voltiamo tutti e tre in direzione delle urla.
Una donna di mezza età avvolta nella pelle di qualche animale pregiato si sta tenendo il collo con una mano. Malgrado tutti gli sforzi non riesce a trattenere il sangue che scorre a fiotti e sporca le mattonelle della piazza. Dietro di lei, piegati come bestie ci sono i due assalitori, sporchi di sangue. Ringhiano sommessi.
<<Non dovreste fare qualcosa?>> Guardano la scena inorriditi. <<Forza, dovete mantenere l'ordine, vi pagano per questo.>> Insisto.
Mi sorpassano, non mi volto nemmeno a guardarli. Sento solo i colpi d'arma da fuoco.
Siamo tutti predatori, fino ad un certo punto. Improvvisamente cambiano le carte sul tavolo e da predatori diventiamo prede. Più siamo stati aggressivi, più diventiamo mansueti.
C'è giustizia in fondo no? Giustizia di sangue, ma pur sempre giustizia.
Da qui in poi la strada è sgombra, niente carabinieri nè celere. Qualcuno si ostina ancora a fermarmi, qualcuno vuole l'autografo ma li lascio insoddisfatti. Non ho tempo nè voglia per le pagliacciate.
La porta del Duomo e all'ingresso si è formato un capannello di curiosi. I militari sulla porta bloccano l'entrata. Mi avvistano. Un boato si leva dalla folla, coprendo rumori più minacciosi.
<<Devo entrare>> chiedo gentilmente al militare di guardia. Avrà la mia età ma ha lo sguardo da duro. <<Non entra nessuno>> si limita a dire.
<<Io non sono nessuno. Magari lo ero qualche settimana fa, ma non lo sono più oramai.>>
Il giovane deglutisce, ma non cede. Come vuole.

ANSA.it
Il terrore non sembra essere terminatao e all'asteroide e alla "rabbia collettiva" un altro evento ha scatenato psicosi di massa. Il 21 giugno una astronave aliena è entrata nell'atmosfera terrestre. Le nazioni sopravvissute, già in stato di guerra, hanno puntato tutte le armi a loro disposizione verso quella che sembra una gigantesca corazzata. Al momento il mezzo alieno è fermo a chilometri di distanza proprio sopra Milano. Nessuno chi lo stia guidano e il perchè sia fermo. Alcuni caccia delle basi NATO hanno cercato di penetrare nella struttura ma sono stati disintegrati prima ancora di raggiungerla.
Il mondo è fermo e sta aspettando la mossa degli alieni.

Come su comando, su mio comando la scena si ripete. Qualcuno nella folla impazzisce e comincia a mordere. Ferisce il primo alla gola, ma sente la carne spaventata, si distrae e non lo ferisce. Il secondo ha così modo di evolversi, di mutare. Nel giro di pochi minuti anche lui sta saltando sulle teste e sulle schiene con le mandibole schioccanti.
<<Prede>> mormoro.
<<Rimani quì>> intima il mio coetaneo, chiama i commilitoni e si lancia a "sedare" gli scalmanati. Inutile aggiungere che entro nella cattedrale.
L'aria è fresca, fin troppo. Ho la pelle d'oca alle braccia. Percorro l'intera navata fino all'altare. Non sono solo e ben presto la vedo. Non so perchè abbia scelto quella forma, la stessa dei miei sogni. In quell'involucro mi ha dato le indicazioni, mi ha spiegato quando e come arrivare. Ed io, come vede, sono arrivato.
<<In tempo>> parla con voce femminile, ma flebile, appena udibile. Eppure mi sembra come se stesse gridando nelle mie orecchie. E' un gioco di dualità.
<<In tempo>> confermo.
<<Hai paura, non mentire.>>
<<Ho paura di mentire, di quello che mi succederà se mentissi.>>
<<Hai paura dunque. E' normale.>>
<<Perchè?>>
<<Perchè cosa?>>
<<Perchè mi chiami?>>
Scende verso di me scostando i lunghi capelli ramati.
<<Perchè sei.>>
<<Sono>>
<<Esatto. C'è chi appare, c'è chi sopravvive e poi c'è chi esiste. Tra i tanti sei stato scelto tu. Fidati umano, non c'è stata alcuna macchina pensante dietro la nostra scelta, nessun criterio onnisciente. Abbiamo solamente emulato la vostra vita e abbiamo tirato un dado. La casualità è quello che vi muove.>>
<<Cosa dovrei fare allora?>>
<<Sentire le nostre ragioni. Siediti.>>
Mi accomodo su una panca e attendo.
<<L'asteroide l'abbiamo inviato noi. La "rabbia colletiva" pure. La chiamate malattia, dipende dai punti di vista. L'impiegato che ogni giorno è costretto a subire le angherie del suo capo quanto pagherebbe per poter dire impunemente quello che pensa dei superiori? O lo studente bocciato all'esame, cosa non darebbe per vedere i professori appesi per il collo?
<<Noi abbiamo fatto che questo fosse possibile, vi abbiamo liberato dalle vostre strutture e costruzioni sociali immobilizzanti e vi abbiamo dato il vero dono dell'esistenza.>>
<<Siete dei filantropi.>>
<<Esatto, vogliamo migliorarvi, farvi diventare come voi. Ma c'è un punto che non abbiamo capito. Vi abbiamo dato la libertà e voi vi fate la guerra. Il nostro agire ha generato violenza.>>
<<Io sono il punto di vista interno allora. Quello che vi serve per capire i particolari. Prima non era nulla ora sono l'ingranaggio principale della macchina. Insomma volete un mio sincero e imparziale parere su come proseguire?>>
<<Corretto, è quello che vogliamo.>>
<<E se il mio parere fosse in disaccordo con le direttive, lo seguireste lo stesso.>>
<<Indubbiamente, ne abbiamo bisogno. Noi non sbagliamo, ma questa volta è possibile.>>
<<D'accordo allora ascoltami bene.>>
Lei si china accostando l'orecchio alle mie labbra. La sento fremere, credo sia un momento di euforia per lei.
<<Arrangiatevi.>>






giovedì 3 ottobre 2013

Numeri

Il telefono squillò nell'oscurità. Il suo suono era ossessivo e insistente.
Una mano bianchiccia uscì dalle coperte, sollevò la cornetta, e la avvicinò ad un volto dello stesso colore, recentemente strappato da un sonno profondo.
<<Pronto?>> chiese con voce impastata.
Dall'altra parte del filo rispose una voce maschile. <<48>>. La voce pronunciò solo quel numero. L'uomo rimase istupidito in attesa, sentiva qualcuno respirare dall'altra parte.
Poi la linea venne interrotta e l'uomo sentì solamente il ronzio nella cornetta. Cercò di appoggiarla nel suo alloggio, ma a causa del buio, la fece cadere per terra.
Il tonfo pesante lo risvegliò un poco: sollevò le coperte e scese dal letto. Una fitta dolorosa lo colse all'altezza dell'addome. Il mal di testa scoppiò come un ordigno precedentemente programmato. Tastò la parete, cercando un interruttore, e finalmente lo trovò.
La luce si accese, rischiarando il buio della stanza, e riportando un poco di lucidità nella testa, confusa e dolorante, dell'uomo.
Non riconosceva il luogo in cui si trovava e riconobbe con sgomento che non si ricordava nemmeno chi fosse. Nella stanza non c'erano specchi, né finestre in cui rimirarsi, ma solo due porte verniciate di bianco. Saggiò la prima porta: chiusa. La seconda pure.
Con le mani nei capelli si sedette sul letto, ma il doloroso mal di testa non gli permetteva di pensare. Cercò allora di analizzare la stanza. Era relativamente piccola, verniciata di giallo e tenuta male. Il muro come il pavimento erano sporchi. Gli unici mobili della stanza erano il letto e due comodini, sul primo c'era il telefono, uno di quei vecchi modelli con la rotella numerica, mentre sul secondo comodino vide una sveglia digitale. Prese in mano la sveglia: segnava le 8 di mattina.
Il telefono squillo improvvisamente, strappando un grido all'uomo. Alzò la cornetta ed ascoltò.
<<650>> disse una voce, questa volta femminile, e attese.
L'uomo balbettò qualcosa, ma dopo poco sentì il rumore della linea caduta.
Il mal di testa si era fatto sentire ancora più forte, tanto che cadde in ginocchio, stringendo i denti. Quando il dolore al capo si fu un poco calmato, l'attenzione dell'uomo venne attratta da un oggetto. Era sotto il letto, molto in fondo e quasi invisibile.
Raccolse il portafoglio di pelle nero e lo aprì. Niente soldi, alcuni scontrini ed un documento di identità. Lo aprì e vide un uomo che poteva benissimo essere lui. L'individuo nella foto si chiamava  Giorgio Vilano, 35 anni, single, 1.80cm per 74Kg. Gli scontrini erano tutti quanti di un bar, ma non dicevano nulla
Sotto il letto non trovò nient'altro.
Gli sovvenne di non essersi ancora controllato nelle tasche. Indossava una canottiera, sulla quale, sotto le ascelle, si stavano allargando due grosse macchie di sudore, e dei pantaloni larghi e pieni di tasche. All'interno di una di esse trovò una chiave. La contemplò alcuni minuti, come fosse un santino od una miniatura della madonna. Il telefono squillò per la terza volta.
L'uomo aspettò che smettesse di squillare e tornò nuovamente a rilassarsi. Per ora il telefono era l'ultima delle sue preoccupazioni.
Provò la chiave su entrambe le porte, ed entrambe si aprirono. Girò senza problemi la chiave, nella serratura della prima porta. La porta dava su un piccolo bagno, dotato di water, bidet e doccia. Inoltre, appeso al muro, un mobiletto decorato con immagini di fiori, sorreggeva uno specchio ovale. L'uomo si riflesse nello specchio: il volto sulla carta di identità e quello che vedeva allo specchio era lo stesso.
L'uomo era Giorgio Vilano, ma oltre al suo nome, continuava a non ricordare ancora nulla. Più si sforzava più una grande confusione lo assaliva. Tornò nella stanza da letto e si sedette sul materasso. Con la testa tra le mani cercò di fare mente locale.
Ricontrollò il portafogli e gli scontrini. Erano tutti dello stesso bar, il Withe House di Milano.
Cominciò a ricordare il posto. Un locale affollato, pieno di gente, di musica e di chiacchiere. In un angolo doveva esserci un biliardino o qualcosa di simile. Il bancone era di legno e lungo e dietro la postazione del barman c'era uno specchio.
Non era andato lì da solo, c'era qualcun' altro con lui, ma oltre non riusciva a ricordare. Ricordava la folla ma non i volti. I tre scontrini gli dicevano che aveva bevuto nel locale dalle 8 del 14 febbraio fino alle 3 minuto più minuto meno. Controllò la sveglia, ma questa, modello semplice, presentava solamente l'ora e i minuti e non la data.
Il telefono squillò nuovamente, si decise e alzò la cornetta. Altra voce maschile, altro numero.
<<34.>> Sentì nuovamente il respiro dell'uomo dall'altra parte finchè non chiuse la comunicazione.
Giorgio posò delicatamente la cornette aspettandosi un'altra chiamata da un momento all'altro. Ma l'apparecchio rimase silenzioso. Andò in bagno, provò l'acqua calda. Funzionava. Si lavò la faccia, i postumi della sbronza stavano finendo. Si sentiva un poco meglio.
Nell'altra stanza il telefono squillò. Giorgio corse alla cornetta.
La nuova voce sembrava quella di un vecchio. <<1250>> disse con una nota interrogativa alla fine. Giorgio fu sul punto di rispondere qualcosa ma la comunicazione s'interruppe.
Sistemò il telefono e questo prese subito a squillare. Voce femminile. <<230.>>
<<CHI SIETE! CHI CAZZO SIETE!>> gridò nella cornetta Giorgio, ma dall'altra parte non c'era già più nessuno. Andò in bagno e tornò in stanza. Di nuovo il telefono. Alzò il ricevitore. Voce femminile. <<21.>>
Seguirono un “10”, un “789”, un “55”, e infine un “123” tutti pronunciati da voci diverse. Giorgio tremava. I numeri gli apparvero sulla porta e sul pavimento, sul letto e sulle pareti. In cerca d'acqua si recò in bagno ma le piastrelle erano tappezzati di numeri rossi e vividi. Udiva le voci, udiva i numeri, distorti e innaturali. Gridò di tacere a tutti quanti, di smetterla di tormentarlo. Ma queste tornarono, e con esse i trilli del telefono che nella sua testa suonava in continuazione.
Arrivò allora l'illuminazione. La causa di tutte quelle voci non poteva che essere il telefono. Tornò nuovamente in camera, agguantò il telefono con entrambe le mani e lo scagliò contro il muro. L'apparecchio volò per tutta la lunghezza del filo della corrente e raggiunta la sua massima estensione precipitò a terra. In quel precisò istante suonò. Giorgio esasperato staccò la spina, ma il telefono continuò a squillare. L'uomo si gettò a terra rannicchiandosi in posizione fetale, cercò di gridare ma dalla bocca non gli uscì altro se non un rantolo. Poi gli capitò tra le mani il filo del telefono.
Il problema, capì, non era nel telefono, ma nella sua testa.

Al funerale parteciparono in molti. Il prete stava ammonendo i fedeli sull'immoralità del suicidio ma pochi lo ascoltavano. I più erano presenti per assistere all'esito della scommessa. Di certo non si sarebbero aspettati una fine simile.
Erano stati tutti entusiasti ad assecondare Giorgio, la sera prima del fattaccio. Ubriaco marcio aveva proposto che chiunque nel bar avesse indovinato il numero scritto sul sottobicchiere sarebbe stato ricompensato con parecchie migliaia di euro, appena ricevuti in eredità. L'idea era piaciuta perfino al proprietario del bar che aveva offerto la stanzetta sopra al locale e che sperava di vincere il premio. Ma le cose non erano andate come dovevano andare ed il cadavere era stato trovato solo la sera dopo, appeso alla trave della stanza con il filo del telefono.

giovedì 26 settembre 2013

Il genio di Brown

Il racconto "Un giorno allo zoo" e quello che ancora dovrò pubblicare "Al segnale applausi!" sono stati ispirati dai racconti di Fredric Brown, a parere mio, uno tra i più capaci autori di fantascienza. In Italia le sue opere sono state pubblicate dall'immancabile Urania e molti dei suoi racconti inclusi in antologie intitolate Cosmolinea B-1 e B-2. 
Tutti i suoi racconti si sviluppano in poche pagine, con uno stile rapido ed essenziale, capace di evocare mondi alien ie realtà alternative in pochi tratti.
Il caso emblematico è sicuramente il suo racconto più famoso "Sentinella", che narra di una guerra tra uomini e alieni dal punto di vista degli alieni. 
In poche righe riesce a sviluppare una trama solida e evocativa, ma ben strutturata. 
Insomma io lo reputo un genio e un grande maestro e consiglio a chiunque ancora non abbia letto niente di procurarsi al più presto qualche sua opera. Ne vale la pena.
Al prossimo racconto.

venerdì 20 settembre 2013

Fan più male i ricordi

Vado a prenderla questa sera.
Ci sono segni ma non me ne accorgo. Sono innamorato. L'amore non è per nulla razionale, non è molto dissimile dalla follia. Ti fa fare cose sublimi, ti eleva, ma allo stesso tempo ti distrugge se solo provi ad abbassare la guardia.
In questo momento non mi rendo conto di essere così vulnerabile.
Salgo in auto insicuro. Il mio cuore batte a mille. Controllo che le rose non si siano sciupate, che la cravatta non si sia spiegazzata. Con un sospiro mi metto al volante e parto.
Non c'è nessuno in strada, la via è sgombra. Solo qualche camioncino ogni tanto.
Arrivo al terminal dell'aeroporto prima del previsto.
Ci sono momenti in cui ti senti impotente davanti al mondo e ai suoi eventi. Questo è uno di quei momenti. Non posso far altro che sedermi e aspettare. Il tabellone degli arrivi è forse la cosa più angosciante. Continuo a guardare gli orari in modo ossessivo. Il mio cuore batte più forte, le mani mi tremano e la gola si è seccata.
Mi ripeto che va tutto bene, ma tutto bene forse non va. Continuo a ripetermi che le cose si aggiusteranno, che siamo entrambi forti.
Le rose sono a posto e profumano.
Le porte si aprono, i passeggeri cominciano ad uscire. Mi alzo in piedi e allungo il collo per vederla. Cerco i suoi capelli dorati, il suo bel viso dolce.
Eccola finalmente.
Non mi vede. Mi avvicino sorprendendola. La guardo negli occhi ma non riesco a capire. I miei brillano di gioia, mentre i suoi sembrano spenti.
Le prendo il viso tra le mani e la bacio. In quel momento, in quel preciso momento tutti i miei timori, le paure e le incertezze scompaiono.
Purtroppo mi sbaglio.
Entriamo in macchina e arriva il momento tanto temuto: parliamo.
Alla fine della corsa le cose sono chiare per tutti e due. Due sole parole che fanno più male di qualsiasi altra cosa: è finita.

Torno a casa mia solo con il corpo. La mente vagando libera si è fermata sul ricordo di cinque anni prima, quando, ancora inesperti e immaturi, le nostre strade si sono incrociate. Alle volto odio avere una memoria così vivida. Rivedo ogni singolo momento di quell'incontro: i sorrisi, l'imbarazzo, gli abbracci e il bacio. Il primo.
Arrivo a casa e mi butto sotto le coperte. Il sonno non arriva ma me ne rimango a letto finchè il sole non sorge.
I due giorni che seguono sono disastrosi. Mi muovo come un zombie in preda alla fame. Il fatto che sia estate, sentire la natura viva e tutti i tipici rumore di un pomeriggio di luglio, non mi aiuta affatto.
Vivo ma non vivo. Sono morto dentro.
Fino al terzo giorno. Dormo solo qualche ora verso il mattino ma quando mi sveglio inspiegabilmente sto meglio. Il peso sul cuore è svanito, il suo ricordo non mi fa più male e soprattutto riesco di nuovo a sentire qualcosa. Nell'arco di una notte lei è scomparsa e io mi sento di nuovo meglio. Per la seconda volta mi sbaglio.

Ora posso affermare che la causa scatenante ha le sembianze di un SMS. Mio. Le scrivo a proposito di un libro che non riesco a trovare e che forse è in mano sua. Dimentichiamo presto la questione e mi chiede di vederci per un gelato. Accetto.
Passiamo qualche ora a parlare, a camminare e a scherzare. Insomma un momento piacevole.
Non si può dire lo stesso di quella notte. Spesso sogno e i miei viaggi onirici sembrano quadri metafisici, tanto sono assurdi. Ho l'abitudine di scrivermi su un quadernetto che tengo vicino al letto tutto quello che sogno.
Questo è il primo di una lunga serie.

Sfondo completamente nero. C'è una sola luce ed è puntata verso di lei. Indossa un vestito bianco e lungo. In una sola parola è bellissima. Anzi va oltre il concetto di bello. Credo non esista niente capace di rappresentare un tale stadio di perfezione.
Cerco di avvicinarmi ma i miei movimenti sono lenti. Mi sembra di galleggiare in un mare di melassa. Lei si volta e si allontana. La luce si spegne.

Mi sveglio turbato. So che è normale sognarla ma sento di non aver compreso quella visione. Forse c'è altro ma la testa non vuole collaborare.
Mi dimentico e la giornata procede normalmente, ma la notte arriva di nuovo.

Lo scenario è cambiato. C'è tanta luce. Ho davanti a me la casa dei miei sogni. Immersa nella campagna si erge solitaria in quel paesaggio ameno. Ci sono perfino le lanterne colorati appese tra i rami degli alberi. Lei è seduta sul dondolo con le gambe distese. Indossa un vestito nero a pois bianchi e ha un cappello di paglia con una margherita nella fascetta. Mi fa segno di sedermi accanto a lei. Sposta le gambe facendomi spazio.
La guardo nei suoi bei occhi nocciola. Senza accorgermente sto sorridendo. Lei volta lo sguardo alla casa.
<<E' bello qui>> dice.
<<Lo so. Era tutto quello che desideravo.>>
<<Era?>>
<<Era.>>
<<Ma non è quello che voglio io. Devi capirlo.>> La sua voce si è abbassata.
Alza il braccio e stringe la mano a pugno. Il mio sogno trema, la casa comincia a cadere e a disfarsi sotto i miei occhi. Gli alberi bruciano e tutto il verde si colora pian piano di grigio.
Lei si alza con un sorriso soddisfatto e mentre si allontana vedo che la corruzione agisce su di lei. Sul vestito, sulla pelle e sulle ossa.

Mi sveglio confuso. Credo che questa volta il messaggio sia chiaro.
Il cellulare vibra, è lei. Ci accordiamo per il pomeriggio. Sono indeciso se raccontarle i sogni, sinceramente ho paura della sua reazione. Alla fine opto per starmene zitto evitando così di rovinare una bella giornata.

Siamo io e lei abbracciati. In piedi sulle onde, al tramonto. Non vedo terra da nessuna parte ma la cosa non mi preoccupa.
<<Adesso stai veramente bene.>> Non è una domanda la sua, ma una constatazione.
<<Adesso sì. Sto veramente bene.>>
Lei si scioglie sinuosa dall'abbraccio e mi mette la mani al collo. Stringe. Sento i suoi pollici spingere  sulla gola.
Mi sveglio senza aria. Qualcosa mi ostruisce la respirazione, come se stessi annegando. Annaspo, tiro le coperte, le dita si contraggono. Rotolo giù dal letto e finalmente tossisco. Finalmente l'aria rientra nei polmoni.

Un bene. Un bene che in quei giorni abbia conosciuto un'altra ragazza. Non faccio il nome, voglio tenerla fuori da questa brutta storia ma non potrò mai ringraziarla abbastanza. Le parlo del sogno, non sa darmi alcun consiglio, ma il solo parlarne mi aiuta.
Torno a casa con la paura di addormentarmi. Ho paura di incontrarla nei miei sogni, ho paura di vederla.

Sono a casa solo io. La sala è silenziosa e poco illuminata. Lei entra ma non è da sola. Ce ne sono altre quattro che la seguono.
Sono del tutto simili l'una all'altra se non fosse per un piccolo dettaglio. Si dispongono a ventaglio attorno a me. Davanti a me c'è quella originale, o almeno credo.
<<Non hai mai creduto in noi>> bisbiglia.
<<Io? Io l'ho fatto sempre e lo sto facendo anche ora>> rispondo. Le mie stesse parole mi fanno male.
Sembra che non mi stia ascoltando.
<<Non hai creduto in noi. Non sei stato forte.>> Detto questo sorride mostrandomi una fila di denti acuminati.
Le altre si avvicinano e mi tengono ferme le mani e i piedi. Lei, quella originale, avvicina il suo volto al mio petto...

... mi sveglio prima che possa succedere qualcosa. Stavolta il mio cervello ha agito in anticipo e non le ha permesso di farmi del male. Per questa notte non dormirò più.

La cosa mi sta sfuggendo di mano, ad andare avanti così finisce che ci rimango. Per risolvere la questione devo andare alla radice, cioè lei. Lei è il vero problema.
Le chiedo di vederci e le sottolineo per l'ultima volta. Forse lei non se lo aspetta. Ci sediamo su un muretto e con le gambe a penzoloni svuoto il sacco. Tutto quello che penso, le parole più cattive, i concetti più tristi escono dalla mia bocca senza alcun freno. Quando finisco i suoi occhi luccicano.
Una parte di me mi odia, un'altra si sta complimentando.
Non aspetto nemmeno che mi saluti, me ne vado. Il mio compito è finito.

Siamo nuovamente io e lei da soli. Lei brilla di luce naturale, splende come un piccolo sole.
<<Grazie>> mi dice.
In pochi secondi comprendo che non è la sua immagine quella con cui sto parlando, ma la mia stessa coscienza.
<<Mi avevi rinchiusa nella speranza di ritrovarla un giorno. Ma hai finalmente capito che non sarà così e ora sono libera. Grazie davvero.>>
La abbraccio un'ultima volta ma scompare tra le mie mani.
Ora ho solo il ricordo e sorprendentemente non fa più male.

martedì 17 settembre 2013

Un giorno allo zoo

Era una splendida giornata, la tipica da giornata da attività all'aperto. Non c'era ragione di sprecare tutto quel ben di Dio di sole, di aria frizzante e di tepore, chiusi in casa a vedere qualche programma noioso o qualche vecchia fiction. Mamma e papà decisero allora di portare i figli allo zoo. Il più piccolo dei due non sapeva nemmeno che cosa fosse lo zoo, ciononostante il suo entusiasmo non era secondo a quello del fratello.
Così tutti insieme salirono sul mezzo di Papà e in meno di quindici minuti furono allo zoo della città.
Subito notarono il grande manifesto all'ingresso, che reclamizzava un nuovo arrivo nello zoo. Vicino alla biglietteria, un individuo dentro ad uno strano costume gridava ai passanti la novità.
<<Venite signori a vedere le grandi bestie feroci e i mansueti erbivori. Venite a vedere anche la novità del nostro zoo, la stella del nostro spettacolo. Arriva da un pianeta lontano, molto molto lontano a migliaia di anni luce dal nostro. Signori non spaventatevi quando lo vedrete, è innocuo.>>
Lo strillone riprese a gridare, la famiglia fece i biglietti ed entrò.
<<Facciamo così>> disse il papà. <<Guardiamo tutti gli animali e per ultimo teniamo quello nuovo, così la gente sarà andata via e potremmo guardarlo con tutta calma.>>
Tutti annuirono concordi con la saggezza di papà.
Così guardarono tutti gli animali dello zoo: alcuni erano spaventosi, altri invece piccolini e simpatici, che si avvicinavano quando gli si dava mangiare.
Camminarono tutto il giorno e solo verso la fine del pomeriggio si avvicinarono all'ultima gabbia.
La creatura al suo interno stava dormendo producendo un rumore regolare, ma si svegliò forse infastidito dai rumori della famiglia.
Si alzò sulle due zampe, si stirò gli arti superiori ed emise un verso tra il rantolo e il gemito. Diede un'occhiata alla famiglia e fece un altro verso, questa volta differente. Il tono dei versi crebbe d'intensità: i bambini si rifugiarono dietro le gambe della mamma.
La creatura sembrò perdere interesse per la famiglia, si distese dando loro la schiena e riprese a dormire.
<<Che animale strano che è>> disse il figlio più piccolo.
<<Sembra un Quvari ma ha quattro zampe anzichè tre.>> disse il secondo.
<<Ci dovrebbe essere il suo nome lì>> suggerì il padre indicando la placca bronzea vicino alla gabbia. Si avvicinò e cominciò a leggere.
<<Esemplare di Gordonwhite, età non specificata. Il Gordonwhite è un animale unico nel suo genere. Gli ultimi studi rivelano che il suo pianeta d'origine si trovi nel braccio di Orione della nostra stessa galassia. E' stato trovato in oggetto alla deriva nello spazio. Non sembra essere un animale intelligente: comunica a gesti e a versi e si nutre di sostanze per noi velenose. La particolarità del Gordonwhite è la doppia pelle: la prima bianca e spessa lo ricopre interamente, la seconda , rosa e più morbida, è in alcuni punti coperta da lanuggine.>>
<<Wow!>> esclamarono i bambini all'unisono.
La giornata era ormai al termine e presto sarebbero sorte le due lune. Il papà disse che era ora di tornare e la famiglia al completo si diresse verso il mezzo, sulle sei zampe artigliate.
La luce verdastra del sole si era ormai spenta ma nel giro di qualche ora sarebbe cominciata una nuova splendida giornata.

domenica 25 agosto 2013

 Direzioni sbagliate
Ha cominciato a tormentarmi da qualche mese. Si tratta di una faccenda seria, e sembra che solamente io me ne sia accorto. All’inizio non gli diedi peso né importanza, pensavo fosse un effetto della stanchezza e non da ultimo del sonno che sempre mi accompagnava alla fine della giornata.                                                    Ritengo sia meglio cominciare dall’inizio: questa storia risulta ancora misteriosa per me che l’ho vissuta, figurarsi ad un estraneo.
La mia ragazza (splendida persona) abita a circa quindici chilometri da me. Ho percorso la strada che ci separa almeno quattro volte la settimana, sempre di sera. Dopo una serata piacevole in sua compagnia mi congedavo quando ormai la mezzanotte mostrava già le avvisaglie dell’una. La prima volta mi accorsi del  fenomeno con uno strano presentimento, avevo bruciore di stomaco e mal di testa. Qualcosa non andava per il verso giusto, lo sentivo, come si sente il suono lontano delle sirene. La strada si snodava sinuosa davanti a me: un rettilineo, una leggera curva a destra, ancora qualche metro di rettilineo e infine lo stop. Quel breve tratto di strada era fiancheggiato da grigi e spogli capannoni, fabbriche e grandi spazi per il parcheggio. Viaggiavo a una certa velocità e per questo quel che vidi mi parve, in un primo momento, confuso. C’era un grande parcheggio davanti ad una di quelle fabbriche anonime nel quale era ben visibile un grosso camion. Quel che m'impressionò non fu il camion, elemento quasi d’obbligo in un paesaggio così urbano ma quello che c’era dentro. Inizialmente lo scambiai per l’autista: mi sembrò ovvio, il camionista che dorme nel proprio camion. Quando però questo si alzò e si rese visibile nell’abitacolo mi accorsi di quanto mi fossi   sbagliato. La figura era umana, ma la rassomiglianza con l’homo sapiens terminava lì. Ho rimosso, volutamente, tutto quello che vidi eccetto un unico particolare che ancora non riesco a dimenticare, nonostante gli sforzi. Gli occhi di quella cosa (non riesco a definirlo in altro modo, e ogni volta che ci ripenso non posso che tremare) mi fissarono. Brillavano di un'oscura  luce in quella strada illuminata solo a tratti. In quegli occhi scorsi il Male .                                                                                                                                                                        Schiacciai sul pedale e superai quel maledetto tratto, bruciai lo stop e per  mia fortuna non arrivò nessuna macchina. Sentivo quegli occhi su di me, mi sentii al sicuro solo una volta a casa. La sensazione di essere finalmente in salvo però non mi impedì di voltarmi almeno una dozzina di volte e di trasalire a ogni minimo rumore. Dormii male quella notte, rividi nei miei sogni - incubi a dire il vero la creatura al volante. Il mattino successivo avevo rimosso almeno in parte tutto quello che era successo e non riuscii a spiegarmi come mai i vetri della macchina fossero coperti a tratti da una polvere bianca, simile allo zucchero a velo.
La sera  successiva la mia ragazza venne da me. Percorse i quindici chilometri che ci separavano con la sua piccola macchina azzurra. Pensai lì per lì di raccontarle tutto, o almeno quello che mi ricordavo. Decisi di aspettare. Alla fine della serata, tutto mi fece pensare che l’avessi sognato. Tuttavia quando lei già era salita in macchina le chiesi che strada avrebbe preso. <<La solita, no? Quella delle fabbriche, ci metto meno>>. Rabbrividii, ma lei non se ne accorse. La salutai affettuosamente e rimasi in strada finché l'auto non scomparve dietro la prima curva.                                                               Si levò un vento freddo che mi fece rientrare. Ancora una volta tremavo.                                                                                                              
L’impegno costante che l’università mi chiedeva mi tenne lontano per qualche tempo da quella strada. Arrivato il fine settimana, però, pronto a recitare in quella grande opera che si chiama consuetudine, inforcai la macchina come un cavalier cortese sul suo bianco destriero, dimentico quasi del tutto dello spiacevole avvenimento di sette giorni prima. Erano le otto e mezzo imboccai la strada statale, in breve fui da lei.
La salutai alle due: mi ero attardato troppo e facevo fatica a tenere aperte le palpebre. Fuori faceva freddo, un freddo cane se mi è consentito.  Volevo evitare quella strada, per quanto il suo ricordo fosse solo una macchia sbiadita. La statale, come un lungo serpentone grigio, scivolava sotto le ruote della mia auto. Il punto di riferimento di quella strada, un enorme centro commerciale, brillava di una luce fredda e poco invitante che ricordava il neon degli obitori.  All'improvviso, come se qualche strano sortilegio mi guidasse, mi ritrovai a cambiare strada. Forse avrei potuto evitarlo, ma ancora una volta arrivai in quel luogo. Devo confessare che, in fondo, la situazione in cui mi stavo andando a cacciare un po' mi intrigava. Una parte di me mi gridava disperata di andarmene, di girare i tacchi e accelerare fino a che non ci fossero stati chilometri a separarmi da quella cosa. Zittii quella voce insistente e ascoltai l’altra voce, quella un po' perversa, che mi spingeva ad affrontare l'oscurità della strada. Non avevo argomenti validi, eppure il buio mi tentava. Decisi di rischiare.
Attraversai un’inconsistente barriera di polvere bianca che si depositò sui vetri. Provai ad azionare il tergicristallo, ma la polvere si solidificò bloccando le spazzole in movimento. Cominciai a non vedere più nulla e mi fermai. Mi trovavo esattamente davanti al parcheggio dove avevo visto il camion; questa volta però il pesante automezzo non c’era. Attesi parecchio tempo prima di scendere dall'auto e agire manualmente sul vetro: volevo essere sicuro che non ci fosse niente e nessuno in giro. Accesi gli abbaglianti - non mi ero mai reso conto di quanto una luce, per quanto piccola, possa recare conforto a un animo tormentato - e scesi.  La polvere aveva la stessa consistenza e durezza del ghiaccio che si forma dopo una notte d'inverno. Usai mani e gomiti e riuscii a liberare quel tanto che mi  bastava per vedere la strada. Rientrai di corsa in macchina (sicuro di aver sentito dei passi) e tirai un sospiro di sollievo. Il sollievo non durò molto, perché quando sollevai lo sguardo l’oggetto della mia fissazione si trovava fuori dal mio finestrino e oltre la strada.
Sul ciglio, in apparente sosta, riposava un camion identico a quello della sera precedente. Come un futuristico mostro meccanico borbottava. Fissai la portiera e la vidi aprirsi; qualcuno scese ma non lo vidi. Sentii il ticchettio degli artigli sull’asfalto. Non feci tempo a capire se fosse coperta di peli, di squame o di chissà che altro, poiché in quel preciso momento schiacciai nuovamente il pedale e partii spedito. Potrei giurare che quella cosa scesa dal camion mi stesse seguendo.
Dopo quella sera cominciai a vedere la strada ovunque, perfino nei miei sogni, che degenerarono in atroci, terribile ed interminabili incubi. In essi mi ritrovavo a percorrere quella strada senza mai fermarmi, notando ogni volta strani particolari. Temevo - al punto di avere paura di coricarmi - che presto mi sarei fermato anche nel sogno e, impossibilitato a ripartire, sarei stato preda della creatura che viveva nel camion. Cominciai ad avere paura di uscire di casa, specialmente in auto. Mi rintanai in camera e coprii le finestre con panni scuri. Temevo che i suoi occhi mi scrutassero dai vetri.
Nel giro di qualche giorno i miei genitori si accorsero che non stavo bene. Le occhiaie, gli occhi spenti e sospettosi e il pallore innaturale raccontavano da soli ciò che io non riuscivo a dire. Mi chiesero se ci fosse qualcosa che non andava, fino a domandarmi se mi stessi drogando. Evitai tutte le domande concedendo solo risposte vaghe e inconsistenti. Dissi loro che l’università e gli esami - a cui in realtà non stavo minimamente pensando - mi stavano stressando, ma che una volta terminati mi sarei ripreso. Sorrisi. A quanto pare li convinsi e da quel momento in poi cominciò il mio viaggio verso la follia.                                                             
Dormivo due-tre ore a notte, sonni inquieti nei quali creature impensabili popolavano i miei sogni. Il resto del tempo lo trascorrevo in una veglia angosciosa, tendendo l’orecchio per ogni minimo rumore. 
Sebbene cominciassi ad avere paura perfino della mia ombra volevo risolvere al più presto quell’insostenibile situazione. Sapevo dove mio padre teneva la pistola, una Smith & Wesson 29, con una canna di dieci centimetri. Erano rimaste solo quattro cartucce, ma sarebbero bastate per quello che avevo in mente. Nascosi l'arma in un posto sicuro, e nessuno sembrò accorgersi della sua scomparsa. 
Passarono i giorni, uno più terribile dell’altro. A causa di quella maledetta strada avevo raggiunto il punto più basso che la mente umana potesse toccare. Mi rendevo conto, nei brevi momenti di lucidità, di essere preda di comportamenti ossessivi tipici degli schizofrenici. Non facevo che pensare a quella maledettissima strada e alla suo ospite. Deve essere in quel periodo che terminò la storia con la mia ragazza: non ho ben chiaro chi abbia lasciato chi, ma ricordo che se ne andò, gridandomi che sarei dovuto andare da qualcuno bravo a farmi curare. Mi sentii sollevato in un certo senso, ora non avevo più nessuno a cui pensare.                                                                                  
Ero già in auto quando riflettei su questa cosa e la strada oramai la conoscevo bene, la consideravo mia amica, almeno fino al tratto maledetto. Questa volta sentii il malessere prima ancora di entrarci: bruciore di stomaco, mal di testa e nausea. Al mio fianco premeva l'arma, carica e pronta a sparare - se alla fine ne avessi avuto il coraggio.                                                                                                                                                                      Mi inoltrai nella leggera coltre di polvere bianca e assistetti a un evento inquietante: di colpo fu notte - una notte buia e viva, la sentivo attraverso il finestrino. Vidi il camion fermo nella stessa posizione di sempre, o almeno così mi pareva. Fermai la macchina, ma lasciai i fari accesi. Avevo le mani sudate e temevo che nel momento cruciale la pistola mi sarebbe scivolata, cadendo per terra. Cercando conforto nell’impugnatura in gomma, scesi e gridai in direzione del camion.
<<Ehi, facciamola finita! Scendi da quel cazzo camion e affrontami!>> La mia voce tradiva un’infinita inquietudine e insicurezza. L’unica cosa minacciosa in quel momento era la mia arma - e forse nemmeno quella, visto come mi tremava la mano.
Qualcosa si mosse sul sedile nell’abitacolo: comparvero la sagoma e gli occhi sinistri. Poi la portiera si aprì cigolando. Prima di tutto vidi le zampe nere e artigliate e sentii nuovamente il loro agghiacciante ticchettio sul cemento. Le braccia erano le uniche parti chiaramente visibili, il busto invece sembrava un enorme vortice oscuro che pareva risucchiare la luce. Il volto, anch’esso nebuloso e vorticante, divenne parzialmente visibile: riconobbi in esso il viso della mia ragazza – così come lo ricordavo l'ultima volta -, quelli dei miei genitori - angosciati e pronti a tutto per aiutarmi- e mille altri, compreso il mio. Mi sembrava di trovarmi davanti a uno specchio impolverato e sporco e di riflettermi in esso. Vidi allora che quella cosa, con il mio volto, mi sorrideva. Premetti il grilletto e finalmente sparai: sulla fronte della creatura si aprì un foro grande quanto un pugno, che ben presto si allargò risucchiando al suo interno la creatura.                                                                                                                           Gettai l'arma a  terra: la caduta provocò un rumore metallico, poi scomparve anch’esso. Non avevo premura di raccoglierla, così m’incamminai verso l’abitacolo  del camion e vi entrai. Era pieno zeppo di oggetti diversi: vidi uno stivale di pelle nero inconfondibilmente da donna, lenti da vista, una cravatta color senape e un orsacchiotto di peluche. C’erano anche altri oggetti che non riconobbi e sicuramente il rimorchio ne era pieno. Quando aprii il cruscotto mi cadde tra le mani la Smith & Wesson di mio padre.

“Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”. Guardai nell'abisso, quella notte, e lo compresi, e me ne innamorai.  Capii in un istante l’esistenza e il mio appartenervi. Io ero l’abisso, io ero l’esistenza.
Rimisi la pistola al suo posto nel cruscotto. Mi sdraiai sul sedile in attesa. Sentivo la presenza di tutti quelli che vi si erano sdraiati , di tutti gli oggetti che avevano posseduto e che avevano lasciato in quell’abitacolo.  Anche loro avevano aspettato. La realtà era cambiata, lo stesso camion si era trasformato, assumendo gradualmente una forma familiare. Era la mia auto, parcheggiata sul ciglio di una strada deserta e poco battuta. 
Ora sto aspettando. Aspetto che qualcuno passi da questa strada maledetta, qualcuno sensibile e inquieto, qualcuno che riesca a vedermi. Qualcuno che prenda il mio posto.