Si sposa in rosso
Il rosone decorato colorava la luce
creando un gioco cromatico delizioso. La navata centrale, per quanto
riuscisse a vedere era gremita di gente: parenti, vassalli e altri
che non conosceva. Era emozionata e la veste candida non faceva
accentuare il rossore sulle gote. Davanti a lei, il vescovo in
persona, venuto ad officiare la cerimonia recitava una litania in
latino. Ansa non conosceva la lingua e pochi nella corte di suo padre
potevano vantarsi di conoscerla.
Con timidezza sollevò lo sguardo verso
il futuro marito, Sigurd. Era alto, prestante e con un lunga chioma
bionda raccolta in una folta treccia dorata. Era il figlio di un
capoclan che dalle terre degli antenati era finito per stanziarsi nei
territori dominati da Aimone, il padre di Ansa. Costui non aveva un
titolo prestigioso, era un semplice vassallo e in virtù di tale
carica aveva ricevuto dal duca un territorio comprendente due
villaggi e un bosco. Proprio in questo bosco Voden, il padre di
Sigurd aveva portato il suo clan. Il duca preferì lasciare ad Aimone
il compito di dirimere la questione. Vedendone l'utilità Aimone
concesse alcuni piccoli appezzamenti a Voden e alla sua gente,
inoltre sapendo che non avrebbe potuto sperare nulla di meglio,
concesse sua figlia.
Ansa era la minore aveva solo sedici
anni quando il matrimonio tra lei e Sigurd venne combinato. Era
terrorizzata, spaventata soprattutto a causa delle storie che le
raccontavano le sorelle maggiori, sposate con funzionari di scarso
prestigio. Invidiose della sorella minore le avevano raccontato storie terrificanti su quanto succedeva la
prima notte di nozze.
Ansa sperava che non sarebbe successe
nulla di così orribile, ma ogni volta che sbirciava Sigurd da sotto
il velo vivide immagini le si concretizzavano nella testa.
Fece di tutto per non gridare e
scappare via, si conficcò le unghie nel palmo della mano e un
rivoletto di sangue le colò sulla manica. Sentiva su di se gli
occhi di tutti, specialmente di suo padre.
La tradizione voleva che le famiglie
sedessero separate in chiesa, i genitori dello sposo nel lato della
sposa e viceversa. Un borbottio diffuso si levava dalla parte di
Voden e della sua gente: non erano ancora cristiani e l'arianesimo
era la religione dominante. Come atto di sottomissione avrebbero
dovuto abbracciare la fede del Cristo nella sua forma ortodossa, ma
le vecchie tradizioni erano dure a morire. In segno di buona volontà Voden
aveva permesso al figlio di sposarsi secondo il rito cristiano, ma
questo non significava che gli piacesse.
L'aria si fece sempre più calda e
l'atmosfera più pesante. Ancora poco e Ansa sarebbe scoppiata, ma
finalmente la cerimonia finì, e gli astanti, primi tra tutti Voden e
i suoi, spalancarono le porte di legno e uscirono all'aria fresca
dell'autunno padano.
Alla cerimonia seguì il festoso
banchetto nella corte di Aimone: più festoso di un banchetto tra
soli romani cristiani, meno festoso di un banchetto tra soli germani.
Sigurd si sedette al posto d'onore, non
indossava più la tunica di lino azzurro e le brache rosse, ma una
corta tunica di pelle non conciata, bracciali, calzoni e stivali e lo
scramasax, la corta lama a doppio taglio simbolo di libertà.
Ansa si sedette accanto a lui:
occupavano i posti centrali della lunga tavolata mentre ai loro
fianchi erano sedute le rispettive famiglie.
Durante il banchetto Ansa ebbe tutto il
tempo per osservare il marito: sembrava la copia più giovane del
padre. Erano simili anche nell' appetito: Sigurd divorava ingenti
quantità di carne, non importava di che tipo, così suo padre. Due
formidabili carnivori.
Dal canto suo Ansa non mangiò nulla,
lo stomaco contratto le impediva di ingurgitare qualsiasi cosa. Bevve
solo un paio di bicchieri di vino caldo aromatizzato.
Appena Sigurd vide che la sua sposa non
stava mangiando nulla estrasse il suo coltellaccio e tagliò una
larga fetta di carne di maiale a Ansa. Questa si fece forza e mangiò
e appena ebbe terminato il boccone i convitati scoppiarono in un
fragoroso applauso. Sigurd e suo padre parvero compiaciuti. La musica
attaccò più forte e il vociare si fece ancora più allegro. Il
banchettò durò tutta la giornata tra esibizioni di saltimbanchi,
ballate di menestrelli e ricche pietanze.
Il sole era ormai sparito all'orizzonte
quando Aimone con un batter di mani annunciò la fine del banchetto.
Pochi tra i convitati avevano mantenuto una parvenza di dignità:
almeno una dozzina dormiva saporitamente sotto i tavoli, alcuni si
erano impadroniti delle serve ed erano scomparsi dietro i pesanti
tendaggi. La maggior parte continuava ad ingozzarsi.
<<Mie cari>> esordì. Il
vociare si abbassò fino a spegnersi. <<L'ora è tarda e i
nostri sposi sono stanchi, è tempo di condurli a letto.>> Non
vide o finse di non vedere l'occhiata terrorizzata che gli lanciò la
figlia.
I convitati ligi alla tradizione
seguirono i due sposi fino alla camera da letto. Le madri di entrambe
avrebbero vegliato davanti alla porta tutta la notte, perché solo a
matrimonio consumato i due sarebbero divenuti veramente sposi, e le
donne erano li per assicurarsi che questo avvenisse. Siccome la madre
di Sigurd era morta qualche anno prima, ed il padre Voden non ne
aveva voluto sapere di prendere in moglie un'altra donna, a vegliare
insieme alla madre di Ansa, Aligarda, era stata scelta una sorella di
Sigurd, Frej.
Si posizionarono ambedue su uno
sgabello proprio davanti alla porta della camera e aguzzavano
l'orecchio ad ogni minimo rumore. Da fuori proveniva il chiasso della
festa: quella nella corte era finita, ma quella del clan, fatta di
strani riti intorno al fuoco e di bevute esagerate era appena
iniziata.
La mattina colse tutti di sorpresa:
perfino i tiepidi raggi di quel sole autunnale facevano male agli
occhi dei convitati, i quali cominciavano ora a smaltire i postumi di
una pesante ubriacatura. Aimone si levò dal morbido letto, tutto
anchilosato, si sentiva come se la notte prima avesse combattuto una
feroce battaglia. Si lavò la faccia nell'acqua fredda e si fece
portare i vestiti più sontuosi: brache di seta e scarpe di velluto
rosso, giacchetta rossa e mantella scura. Preferì il pugnale romano
allo scramasax. Così bardato uscì dalla stanza seguito dai servi.
Mano a mano che passava tra i corridoi della corti, i convitati
svegli si univano all'allegra processione.
Aimone si fermò davanti alla camera
degli sposi, di Voden nemmeno l'ombra. Al suo fianco era
sopraggiunto il figlio maggiore Ado, al quale sarebbe passato il
titolo una volta che Aimone fosse morto. Ado aveva in faccia
un'espressione sorniona e maliziosa, tipica del giovane alle prese
con qualsiasi faccenda inerente al sesso.
Aligarda e Frej avevano spostato
silenziosamente gli sgabelli e si erano fatte da parte.
Aimone aprì la porta.
Le parole del discorso benaugurante
gli morirono in bocca alla vista di quell'orrido spettacolo. La
camera era interamente inzaccherata di sangue. Le pietre, i mobili,
perfino il lampadario di ferro grondava sangue. Più che una camera
da letto sembrava un macello.
Il letto di piume lacerato e il suo
contenuto era sparso ovunque. Piume e sangue.
Degli sposi non c'era traccia, solo la
finestra rotta dall'interno poteva suggerire qualcosa.
La corte era un vecchio edificio romano
e aveva mantenuto intatte le sue caratteristiche. In sole due stanze
le finestre in vetro, secondo l'uso romano, erano abbastanza grandi
da far passare un uomo.
Aimone corse verso la finestra con la
lama sguainata. Ogni finestra era rinforzata da sbarre di ferro
spesse almeno quattro dita. Qualsiasi cosa avesse rotto le finestre
aveva anche piegato le sbarre come se fossero esili e teneri
ramoscelli, ed ora giacevano piegati come tanti denti storti.
<<Guarda padre>> disse Ado
indicando qualcosa per terra. L'uomo si chinò e prese un pezzo di
vetro, uno dei pochi all'interno della stanza. Non solo era macchiato
di sangue ma c'era anche qualcos'altro: un ciuffo di peli marrone
scuro. Lo guardò meglio e lo annusò, poi lo passò al figlio.
<<Sembrano peli di lupo>>
azzardò.
<<Non essere sciocco, i pochi
lupi della zona si tengono a largo da qui. E poi come avrebbe fatto
un lupo ad entrare nella stanza?>>
Nel frattempo la notizia si era diffusa
anche tra i famigliari di Sigurd, Voden arrivò trafelato, rosso in
viso con la barba sporca. Non si era ancora ripreso totalmente dalla
sbornia.
Appena vide il ciuffo di peli il suo
volto passò dal rosso della foga al bianco cinereo. Sembrava stesse
vedendo i fantasmi dei nemici uccisi. Balbettò una sola parola che
pochi dei presenti intesero, ma che Aimone capì perfettamente.
Bersekr.
Dopo meno di un'ora
metà degli abitanti della corte, e del villaggio vicino furono alla
ricerca della ragazza e del giovane, chi a cavallo, i più a piedi.
Molti portavano fiaccole, pochi erano armati, impugnavano più che
altro roncole e forconi.
Aimone cavalcava
davanti a tutti assieme a Ado e Voden. Le poche tracce, fatte
perlopiù di brandelli del vestito di Ansa, conducevano nel piccolo
bosco allodiale. La macchia non si estendeva per molti chilometri, in
compenso era molto fitta e la luce faceva fatica a penetrare.
Al limitare del
bosco Voden venne chiamato da uno dei suoi e fu costretto a
rallentare, Aimone e Ado rimasero in testa soli.
<<Ascoltami
bene figlio e non perderti nessuna parola>> bisbigliò Aimone
al ragazzo. Ado dovette avvicinarsi per udire il padre, ma appena lo
ebbe a tiro d'orecchio lo ascoltò attentamente, scuro in volto.
<<Hai visto
l'espressione che Voden aveva questa mattina? Ha paura che sia
successo qualcosa di brutto.>>
<<Come noi
padre.>>
<<No, taci e
ascoltami. Lui teme che suo figlio abbia fatto qualcosa di brutto.>>
Aspettò che il figlio meditasse su quelle parole e riprese. <<Appena
ha visto i peli ha pronunciato una parola nella sua lingua,
bersekr.>>
<<Che
cosa significa?>>
Aimone sospirò.
<<Nella lingua dei nostri padri il berserkr era un formidabile
guerriero, un essere più bestia che uomo. Ogni maschio di ogni tribù
covava nel cuore questo empio demone che usciva durante le battaglie
per fare scempio di nemici. Spariva qualsiasi traccia di lucidità,
diventavano orsi o lupi negli atteggiamenti e l'unica cosa che li
muoveva era il sangue e non importava che fosse amico o nemico.>>
Ado deglutì
ripensando alla pelle d'orso indossata da Voden durante il banchetto.
<<Così credi
che...>>
<<Non credo
nulla, spero. Spero che tua sorella sia viva, e che quel bruto non le
abbia fatto del male. Guarda, i cani hanno fiutato una pista.>>
In effetti il gruppo di quattro bracchi che aprivano la pista si era
fiondato, muso a terra e coda alzata, a seguire una traccia olfattiva
nel fitto sottobosco.
Non fecero molta
strada prima di interrompersi davanti all'ingresso di una grotta
artificiale. Aimone notò subito il loro strano atteggiamento: due
stavano letteralmente tremando invece, gli avevano
assunto una posa minacciosa e mostravano le fauci.
<<Fai portare
via i cani>> disse ad Ado.
La volta della
grotta risultò più bassa del previsto, Aimone dovette abbassarsi.
Uno dei falegnami del villaggio si offri di seguirlo: in una mano
reggeva una fiaccola, nell'altra una scure brunita. Aimone impugnava
nella destra lo scramasax ma un tremito tradiva tutta la sua
sicurezza. Benchè fosse protetto dal gambeson fino alla coscia,
temeva che non sarebbero bastati.
Ado ritornò con
due giovani con i quali era solito bere, armati anch'essi. Uno
sopratutto impugnava una lancia, arma assai scomoda in uno spazio
così ristretto. Aimone, in testa, si fece passare la fiaccola e si
inoltrò nelle profondità di quelle grotte. Trovarono il primo
ostacolo a qualche metro dall'ingresso: un bivio.
Aimone sentiva
ancora il nitrire dei cavalli all'ingresso, non erano troppo lontani,
ma la luce faceva fatica a raggiungerli.
<<Andiamo a
sinistra>> decise Aimone.
Il corridoio
naturale sembrava scendere nelle profondità della terra ma ben
presto dovettero fermarsi, era un vicolo cieco.
<<Torniamo
indietro, c'è solo roccia davanti a noi.>>
Imboccarono il
corridoio di destra. Scendeva nelle viscere della terra ancora più
in profondità del corridoio precedente. Mano a mano che si
inoltravano i rumori naturali dell'esterno divennero sempre più
deboli e indistinguibili.
<<Da qui in
poi si fa più stretto>> riferì Ado. Dovettero procedere in
fila indiana e anche così facevano fatica a procedere: sassi e rocce
ostacolavano il cammino.
Aimone abbassò la
torcia su una roccia su cui brillava qualcosa.
<<Sangue>>
mormorò Aimone. Temeva il peggio per la figlia, in fondo alla fila
Voden era sempre più nervoso. Nel caso in cui il figlio avesse fatto
del male alla figlia del suo signore l'unico epilogo possibile
sarebbe stata la morte per se e per tutto il suo popolo.
Arrivarono in un
punto più largo, in cui il corridoio terminava e si apriva un grande
spazio naturale.
L'aria era umida,
grosse gocce colavano sulla roccia.
Gli uomini di
Aimone poterono sparpagliarsi e illuminare ogni buio anfratto di
quella grotta sotterranea.
Fu in uno di questi
angoli remoti che trovarono quello che stavano cercando.
Videro Sigurd
rannicchiato in posizione fetale, aveva gli occhi aperti ma non
sembrò accorgersi di Aimone e di tutti gli altri uomini. Diverse
ferite gli solcavano il petto e le braccia e tutto il sangue si era
raggrumato attorno a quei tagli.
Aimone si gettò su
di esso e cominciò a scuoterlo, pazzo di rabbia.
<<Dov'è mia
figlia, mostro! Ti giuro che se le hai fatto del male...>>
Sigurd si riscosse
dalla trance in cui era caduto, sentendosi addosso le mani che lo
strattonavano, sollevò Aimone con entrambe le braccia e lo spinse
lontano.
Ado sfoderò la
spada e gli armigeri puntarono contro Sigurd le lance. Voden aveva
reagito allo stesso modo e, snudato il ferro, si era messo dalla
parte del ragazzo.
Aimone si rialzò
rifiutando l'aiuto degli armigeri. <<Abbassate tutti quanti le
armi.>>
Gli armigeri con
riluttanza obbedirono. <<Anche tu Voden, se non vuoi peggiorare
le cose. Non puoi difendere tuo figlio, ha commesso un crimine e
pertanto dovrà pagare.>>
Ritornarono sui
loro passi solamente quando furono sicuri di non trovare nient'altro.
Nessuna traccia di Ansa e nessuna confessione da Sigurd. Tornarono
alla corte e subito Aimone diede l'ordine di preparare il patibolo.
La tradizione voleva che l'imputato difendesse il proprio onore in un
duello mortale, ma Aimone voleva vedere finita quella storia nel modo
più veloce possibile, anche a costo di andare contro la tradizione.
Sapeva che Voden avrebbe protestato, per questo lo fece rinchiudere
in una delle prigioni della corte, con i suoi uomini.
Torturarono Sigurd,
ma questi sopportò stoicamente. Ripeteva di non ricordarsi di quello
che era successo, ne come fosse finito in quella grotta. Aimone ne
ebbe abbastanza, pur sapendo che non avrebbe riveduto la figlia,
ordinò che il giovane venisse impiccato.
Molta gente accorse
a vedere, provenivano anche dai villaggi vicini. Il giovane venne
scortato al palco con il volto coperto da una sacco. Al cappio lo
accolse il sacerdote della corte, che un'ultima volta gli chiese di
confessare i peccati e rivelare dove avesse nascosto o seppellito la
ragazza. Per tutta risposta Sigurd rimase in silenzio.
La folla attendeva
silenziosa l'esito mortale di quell'evento e sussultò quando si udì
il primo ruggito provenire dal folto della foresta. Poi un secondo e
un terzo, sempre più vicini. Infine la bestia comparve, uscì dalla
foresta incedendo minacciosa.
Era alta almeno due
metri, il corpo ricoperto da un fitto pelo nero, proprio come gli
orsi. Tremenda a vedersi si ergeva eretta sulle zampe posteriori, una
bava biancastra gli correva lungo muso bestiale e occhi rossi
sanguigni dardeggiavano in direzione del patibolo.
A quella terribile
vista il prete tremante si fece il segno della croce, mentre i
contadini e molti del seguito di Aimone cercavano di scappare dalla
bestia, calpestandosi a vicenda.
Solo Aimone, dopo
lo sgomento iniziale, si riscosse, e, saldo nelle sue decisioni,
ordinò che gli venisse portata la lancia.
Corse incontro alla
bestia ma mancò l'affondo. La bestia scartò di lato e afferrò la
lancia per il manico. Aimone non poteva sperare di vincere in forza
con un mostro simile, mollò preso e sguainò la spada. Il mostro
spezzo l'asta in due come un ramoscello. Una freccia lo ferì tra le
scapole, mentre un'altra gli perforò la mano. La bestia gridò
furibonda e si gettò su Aimone che non fece in tempo evitarla. Venne travolto dalla furia di quella belva. Sentì i suoi
artigli penetrargli nelle carni e i denti acuminati squarciargli il
petto.
Aimone sapeva di
stare morendo ma con le ultime forze sollevò la spada. Con un unico
colpo trafisse da parte a parte il collo del mostro.
Morirono nello
stesso momento, il primo a causa del troppo sangue perso, il secondo
per la ferita mortale. Ma quando sopraggiunsero servi e vassalli, e
tutti quegli altri che erano scappati si verificò un fatto insolito.
Il corpo della
bestia cominciò a rimpicciolirsi, i peli scomparvero lasciando il
posto alla pelle rosea. Gli arti tornarono alle loro proporzioni
umane e la testa ferina assunse i tratti di una giovane fanciulla,
che tutti riconobbero: Ansa, la figlia di Aimone e futura sposa di
Sigurd.
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