Primavera
Lei è davanti a lui. Splende.
Una bellezza sconfinata davanti alla quale il sole impallidisce e le stelle sbiadiscono. Si è seduta sulla coperta che ha steso per lei sul prato. Tiene le gambe incrociate e la schiena inarcata all'indietro. I palmi delle sue mani si appoggiano sull'erba. Sorride.
Le dice di mettere via gli occhiali da sole. Appena se li leva, i capelli, trattenuti dalle stecchette, si sciolgono brillando nell'aria. Appoggia le lenti sulla coperta sorridendo radiosa.
Lui ha con sè un piccolo cesto di vimini, le ha portato qualcosa da mangiare. Ha pensato a tutto: piatti, bicchieri e forchette.
Prima di tutto estrae la bottiglia di vino e appena la stappa il profumo del mosto si leva dal collo della bottiglia. Ne versa un po' per sè e un po' a lei. Gli dice basta appena prima dell'orlo.
Brindano.
Beve a piccoli sorsi, uno dietro l'altro, seguito da una breve pausa. Appoggia il suo bicchiere e guarda con curiosità al cesto, a quello che ha portato lui. Lo vede estrarre due piatti bianchi, immacolati, seguiti da una torta all'apparenza gustosa.
Lui poggia le forchette ai lati e beve un altro sorso, finendo il vino nel bicchiere.
L'aria è calda profumata.
Lei è rossa in viso, per il sole, per il vino. Si toglie la camicetta a scacchi rossa e blu, rimanendo in maglietta. Il vestito evidenzia le sue forme e lui lo nota. Lei chiede un altro bicchiere e lui versa.
L'aria è calda ma un venticello si è appena levato. E' piacevole. Accarezza la pelle. Percorre tutta la collinetta sulla quale si trovano. Da qualche parte nel cielo svolazza un aquilone. Non c'è una nuvola.
Lui taglia la torta con un coltello. Al primo taglio la torta stilla succo di more. Ne offre una fetta a lei. Al primo morso il suo volto si distende ancora di più. La assapora. Dice a lui di non aver mai mangiato una prelibatezza simile. Lui sorride di rimando e ne prova un pezzo.
Le dice di fare attenzione a non sbriciolare in giro per paura che arrivino le formiche. Lei annuisce e sorride. Mette una mano sotto la bocca e finisce la torta. Ne chiede un altro pezzo, piccolo, raccomanda.
Lui è contento che le piaccia.
Trascorrono così le ore più calde del giorno. Hanno mangiato, hanno scherzato e hanno riso.
Ma lui ora vuole qualcos'altro.
Le chiede di posare per lei. Ha con sè un cavalletto da campagna, la tela e la tavolozza con gli acquerelli. Lei, lusingata, chiede come deve mettersi. Le dice che va bene così, seduta con le gambe incrociate.
Intinge il pennello e comincia a dipingere.
L'aria è diventata frizzante e il vento comincia a soffiare persistentemente. Gli uccelli sono andati in qualche altro posto e chiacchierare ma il cielo rimane sgombro.
Comincia dai capelli d'oro che scendono sulle spalle fino al seno. Il lavoro non lo convince. E' convinto di dipingere la realtà, non quel che vede, e la realtà è grigia. I suoi capelli sono grigi. Guarda il quadro, guarda lei. Si chiede dove alberghi la realtà, se in lei, davanti a lui, o nel quadro. Per saperlo prosegue. Ma il grigio non cambia anzi scolorisce, e i folti capelli non sono che pochi peli radi sul cranio.
Il volto. Pensa che un volto così perfetto, in armonia con tutto il resto, non possa deturparsi.
Lei è turbata.
Comincia con la fronte. Rughe. Ma nella realtà non ci sono o non le vede. Sente qualcuno che sta disegnando un acquerello vicino a lui del tutto simile al suo. Ma non riesce a vederlo.
Tralascia gli occhi per un secondo momento. Sono lo specchio dell'anima e vuole essere sicuro di percepire la realtà.
Il naso è un grumo informe addirittura putrescente. Escrescenze carnose, come funghi autunnali, nascono dalla punta del pennello.
La bocca. Un ghigno sinistro raggelante. La sua mano si muove e danza da sola. Dipinge con scientifica precisione i sottili denti acuminata. Rostri che dilaniano la carne, il luccichio che emanano alla luce del sole. In quell'antro buio che è la gola tratteggia due spiragli bianchi. Si accorge con orrore che lo fissano.
L'aria è diventata decisamente fredda. Il cielo si è rannuvolato. Facce nelle nuvole scorge.
Si sporge. Lei è ancora seduta così come l'aveva lasciata e sorride ancora.
Lui torna alla sua tela. E' la volta degli occhi. La sua destra vuole dipingere, la sua sinistra vuole fermarlo.
Comincia con l'occhio sinistro. Un tondo oscuro. Tenebre sul viso. Il pennello scivola sulla tela fino alla tavolozza e raccoglie il giallo sulla punta. Giallo puro, come il sole. Picchietta. Una sola volta. Un piccolo puntino giallo in quella marea nera. Occhi infinitamente malvagi.
Il cielo è buio. Una sole luce, lei. Ma lui sa. E' falsa.
Con rabbia scaraventa tela e cavalletto. Incede verso di lei, l'afferra per i capelli e la solleva. Lei grida spaventa. Lui le grida di smetterla, di tacere. Le urla addosso. Vede il mostro reale che sta affrontando. Vede l'abominio fin nel fondo dei suoi occhi.
L'impugnatura di legno del suo pennello è affilata, riconosce che quegli occhi sarebbero un bel soggetto. Solleva il braccio che lo impugna col cuore sgombro dalle paure e sollevato.
Ora ha un altro quadro da dipingere.
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