Numeri
Il telefono squillò nell'oscurità. Il suo suono era ossessivo e insistente.
Una mano bianchiccia uscì dalle coperte, sollevò la cornetta, e la avvicinò ad un volto dello stesso colore, recentemente strappato da un sonno profondo.
<<Pronto?>> chiese con voce impastata.
Dall'altra parte del filo rispose una voce maschile. <<48>>. La voce pronunciò solo quel numero. L'uomo rimase istupidito in attesa, sentiva qualcuno respirare dall'altra parte.
Poi la linea venne interrotta e l'uomo sentì solamente il ronzio nella cornetta. Cercò di appoggiarla nel suo alloggio, ma a causa del buio, la fece cadere per terra.
Il tonfo pesante lo risvegliò un poco: sollevò le coperte e scese dal letto. Una fitta dolorosa lo colse all'altezza dell'addome. Il mal di testa scoppiò come un ordigno precedentemente programmato. Tastò la parete, cercando un interruttore, e finalmente lo trovò.
La luce si accese, rischiarando il buio della stanza, e riportando un poco di lucidità nella testa, confusa e dolorante, dell'uomo.
Non riconosceva il luogo in cui si trovava e riconobbe con sgomento che non si ricordava nemmeno chi fosse. Nella stanza non c'erano specchi, né finestre in cui rimirarsi, ma solo due porte verniciate di bianco. Saggiò la prima porta: chiusa. La seconda pure.
Con le mani nei capelli si sedette sul letto, ma il doloroso mal di testa non gli permetteva di pensare. Cercò allora di analizzare la stanza. Era relativamente piccola, verniciata di giallo e tenuta male. Il muro come il pavimento erano sporchi. Gli unici mobili della stanza erano il letto e due comodini, sul primo c'era il telefono, uno di quei vecchi modelli con la rotella numerica, mentre sul secondo comodino vide una sveglia digitale. Prese in mano la sveglia: segnava le 8 di mattina.
Il telefono squillo improvvisamente, strappando un grido all'uomo. Alzò la cornetta ed ascoltò.
<<650>> disse una voce, questa volta femminile, e attese.
L'uomo balbettò qualcosa, ma dopo poco sentì il rumore della linea caduta.
Il mal di testa si era fatto sentire ancora più forte, tanto che cadde in ginocchio, stringendo i denti. Quando il dolore al capo si fu un poco calmato, l'attenzione dell'uomo venne attratta da un oggetto. Era sotto il letto, molto in fondo e quasi invisibile.
Raccolse il portafoglio di pelle nero e lo aprì. Niente soldi, alcuni scontrini ed un documento di identità. Lo aprì e vide un uomo che poteva benissimo essere lui. L'individuo nella foto si chiamava Giorgio Vilano, 35 anni, single, 1.80cm per 74Kg. Gli scontrini erano tutti quanti di un bar, ma non dicevano nulla
Sotto il letto non trovò nient'altro.
Gli sovvenne di non essersi ancora controllato nelle tasche. Indossava una canottiera, sulla quale, sotto le ascelle, si stavano allargando due grosse macchie di sudore, e dei pantaloni larghi e pieni di tasche. All'interno di una di esse trovò una chiave. La contemplò alcuni minuti, come fosse un santino od una miniatura della madonna. Il telefono squillò per la terza volta.
L'uomo aspettò che smettesse di squillare e tornò nuovamente a rilassarsi. Per ora il telefono era l'ultima delle sue preoccupazioni.
Provò la chiave su entrambe le porte, ed entrambe si aprirono. Girò senza problemi la chiave, nella serratura della prima porta. La porta dava su un piccolo bagno, dotato di water, bidet e doccia. Inoltre, appeso al muro, un mobiletto decorato con immagini di fiori, sorreggeva uno specchio ovale. L'uomo si riflesse nello specchio: il volto sulla carta di identità e quello che vedeva allo specchio era lo stesso.
L'uomo era Giorgio Vilano, ma oltre al suo nome, continuava a non ricordare ancora nulla. Più si sforzava più una grande confusione lo assaliva. Tornò nella stanza da letto e si sedette sul materasso. Con la testa tra le mani cercò di fare mente locale.
Ricontrollò il portafogli e gli scontrini. Erano tutti dello stesso bar, il Withe House di Milano.
Cominciò a ricordare il posto. Un locale affollato, pieno di gente, di musica e di chiacchiere. In un angolo doveva esserci un biliardino o qualcosa di simile. Il bancone era di legno e lungo e dietro la postazione del barman c'era uno specchio.
Non era andato lì da solo, c'era qualcun' altro con lui, ma oltre non riusciva a ricordare. Ricordava la folla ma non i volti. I tre scontrini gli dicevano che aveva bevuto nel locale dalle 8 del 14 febbraio fino alle 3 minuto più minuto meno. Controllò la sveglia, ma questa, modello semplice, presentava solamente l'ora e i minuti e non la data.
Il telefono squillò nuovamente, si decise e alzò la cornetta. Altra voce maschile, altro numero.
<<34.>> Sentì nuovamente il respiro dell'uomo dall'altra parte finchè non chiuse la comunicazione.
Giorgio posò delicatamente la cornette aspettandosi un'altra chiamata da un momento all'altro. Ma l'apparecchio rimase silenzioso. Andò in bagno, provò l'acqua calda. Funzionava. Si lavò la faccia, i postumi della sbronza stavano finendo. Si sentiva un poco meglio.
Nell'altra stanza il telefono squillò. Giorgio corse alla cornetta.
La nuova voce sembrava quella di un vecchio. <<1250>> disse con una nota interrogativa alla fine. Giorgio fu sul punto di rispondere qualcosa ma la comunicazione s'interruppe.
Sistemò il telefono e questo prese subito a squillare. Voce femminile. <<230.>>
<<CHI SIETE! CHI CAZZO SIETE!>> gridò nella cornetta Giorgio, ma dall'altra parte non c'era già più nessuno. Andò in bagno e tornò in stanza. Di nuovo il telefono. Alzò il ricevitore. Voce femminile. <<21.>>
Seguirono un “10”, un “789”, un “55”, e infine un “123” tutti pronunciati da voci diverse. Giorgio tremava. I numeri gli apparvero sulla porta e sul pavimento, sul letto e sulle pareti. In cerca d'acqua si recò in bagno ma le piastrelle erano tappezzati di numeri rossi e vividi. Udiva le voci, udiva i numeri, distorti e innaturali. Gridò di tacere a tutti quanti, di smetterla di tormentarlo. Ma queste tornarono, e con esse i trilli del telefono che nella sua testa suonava in continuazione.
Arrivò allora l'illuminazione. La causa di tutte quelle voci non poteva che essere il telefono. Tornò nuovamente in camera, agguantò il telefono con entrambe le mani e lo scagliò contro il muro. L'apparecchio volò per tutta la lunghezza del filo della corrente e raggiunta la sua massima estensione precipitò a terra. In quel precisò istante suonò. Giorgio esasperato staccò la spina, ma il telefono continuò a squillare. L'uomo si gettò a terra rannicchiandosi in posizione fetale, cercò di gridare ma dalla bocca non gli uscì altro se non un rantolo. Poi gli capitò tra le mani il filo del telefono.
Il problema, capì, non era nel telefono, ma nella sua testa.
Al funerale parteciparono in molti. Il prete stava ammonendo i fedeli sull'immoralità del suicidio ma pochi lo ascoltavano. I più erano presenti per assistere all'esito della scommessa. Di certo non si sarebbero aspettati una fine simile.
Erano stati tutti entusiasti ad assecondare Giorgio, la sera prima del fattaccio. Ubriaco marcio aveva proposto che chiunque nel bar avesse indovinato il numero scritto sul sottobicchiere sarebbe stato ricompensato con parecchie migliaia di euro, appena ricevuti in eredità. L'idea era piaciuta perfino al proprietario del bar che aveva offerto la stanzetta sopra al locale e che sperava di vincere il premio. Ma le cose non erano andate come dovevano andare ed il cadavere era stato trovato solo la sera dopo, appeso alla trave della stanza con il filo del telefono.
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