venerdì 24 ottobre 2014

Una buona occasione

La faccia del famoso presentatore riempie lo schermo. La sua trasmissione è la più seguita della nazione e all'ora di cena è quasi un dovere riunirsi davanti al teleschermo a guardarla.
Il sorriso del presentatore è perfetto e magnetico e gli occhi così mobili affascinano tutti.
Un ottimo condimento per le bistecche succulente che riempiono i piatti della famiglie a tavola. Indossa un completo scuro con una vivace cravatta azzurra. In mano ha una cartelletta.
Dopo la sigla dell'orchestra e gli applausi di rito presenta gli ospiti della serata, presentandoli come un caso "veramente particolare".
Altra musica d'ingresso. Entrano due uomini dalle quinte. Il primo è un uomo normalissimo in giacca e cravatta. Sembra un poco in soggezione di fronte al pubblico e alle telecamere.
Il secondo è un giovane sui venticinque anni, occhi stretti, viso affilato, pizzetto e capelli scurissimi. A differenza dell'altro sembra perfettamente a suo agio.
Il presentatore, sfoderando il suo migliore sorriso, li fa sedere.
Eccolo che sfoglia la cartelletta.

Presentatore: Questa sera abbiamo con noi queste due persone, che, non voglio anticiparvi nulla, sono i protagonisti di un caso veramente particolare. Io stesso quando ho saputo quello che avevano combinato ho riso di gusto pensando fosse una barzelletta. Poi ho ascoltato attentamente la loro storia e credo che tutti noi dobbiamo a queste due persone la possibilità di raccontarla. Prego.

L'uomo a disagio guarda il giovane che rimane impassibile.

Ospite 1: Io...ehm.... meglio se partiamo dall'inizio. Mi chiamo ******* e sono una persona come tante altre. Lavoro per una grande azienda e sono un semplice impiegato. Un signor nessuno come tutti voi.

Il pubblico borbotta visibilmente infastidito. Il presentatore fa un gesto con la mano, come per scacciare una mosca e continua a sorridere.

Ospite 1: Io al contrario di voi non ho mai accettato la mia condizione. Per un motivo o per l'altro l'altr però non sono mai riuscito a raggiungere quegli standard che ho sempre desiderato.

Presentatore: In quel momento ha deciso di intraprendere strade poco ortodosse. Dico bene?

Ospite 1: Esattamente. Era un sabato sera...

Ospite 2: Domenica per l'esattezza.

Ospite 1: Ah... era già domenica. La mia memoria ogni tanto... Tornando a noi. Era stata una settimana disastrosa, qualcuno aveva fatto casino in ufficio e ho dovuto fare straordinari tutta settimana fino a tardi. Insomma ero distrutto.

Ospite 2: Un uomo finito.

Ospite 1: Semplicemente non potevo andare avanti così. Non ero quello che volevo.

Presentatore: Che cosa voleva?

Ospite 1: Ho studiato per tutta una vita e l'ho fatto con le mie sole forze. Ho due lauree, parlo fluentemente due lingue, ma l'unico lavoro che ho trovato è quello da impiegato in un ufficio dove tutti mi odiano e dove vengo sottopagato.

Presentatore: Perchè non ha cercato altro?

Ospite 1: Pff... crede che non l'abbia fatto? In ogni posto mi sentivo rispondere "no grazie non abbiamo bisogno". Sa cosa mi mancava?

Ospite 2: Diglielo.

Presentatore: Non saprei, l'esperienza?

Ospite 1: Acqua. Quello che mi mancava erano le conoscenze giuste. Non conoscevo quel politico o quel cardinale che mi avrebbero assicurato un posto sicuro come avrei voluto.

Presentatore: Così entra in gioco un certo libro.

Ospite 2: Di cui io sono fiero di essere l'autore.

Ospite 1: Il libro era in possesso dei miei genitori da un sacco di tempo. Probabilmente apparteneva a mio nonno o forse era ancora più antico. L'avevo letto da ragazzo e mi sembravano tutte stupidate, poi lo ripreso quel sabato sera... quella domenica notte e alcune cose non mi sono parse così chiare come quella volta. E le ho messe in pratica.

Presentatore: Di preciso cosa ha fatto? I nostri telespettatori vogliono saperlo.

Ospite 1: Ho seguito passo per passo il rituale presente in quel volume. Ho tracciato col gesso sul pavimento un cerchio e all'interno vi ho disegnato il simbolo.

Sullo schermo, alle spalle del presentatore e degli ospiti, appare il simbolo menzionato.

Ospite 1: Ho acceso delle candele e le ho sistemate nei punti esatti del circolo, poi con un coltello affilato mi sono tagliato il palmo della mano. Il sangue è una componente essenziale per questo tipo di rituale, più ce n'è, più il rituale sarà potente.

Mostra al pubblico la mano offesa. Non è bendata e il taglio profondo è ancora ben visibile. Il sangue si è appena coagulato ma sotto le luci dei riflettori luccica. Il sorriso del presentatore per un attimo vacilla.

Ospite 1: Ho recitato il rituale in latino o quel che era.

Presentatore: Lei conosce il latino?

Ospite 1: No ho semplicemente imparato le formule a memoria.

Ospite 2: Sei andato benissimo.

Ospite 1: All'inizio non è successo nulla, poi tutto ha cominciato a tremare, le luci si sono spente e accese a intermittenza. Ho cominciato a sentire delle voci tutte intorno a me: alcune gridavano, altre piangevano e supplicavano, altre bestemmiavano Dio. Poi tutti suoni si mescolati e si trasformati in ansiti e ruggiti. Ero spaventato ma ho concluso il rituale imponendo le mie mani all'interno del cerchio.

Presentatore: Cosa è successo?

Ospite 1: Ha funzionato. Si è scatenato nel mio salotto un turbine nero che mi ha devastato tutti i mobili. Il televisore è esploso. Quando il trambusto è cessato all'interno del cerchio c'era un orrida creatura, tutta corna, ali, facce e peli. Puzzava di zolfo e putrefazione.

Ospite 2: Esagerato.

Ospite 1: Mi ha chiesto che cosa volessi, perchè io, patetico umano, l'ho evocato.

Presentatore: Possiamo presumere che cosa abbia chiesto.

Ospite 1: Non ci ho pensato un secondo. Volevo la fama e la ricchezza che ne conseguiva. Volevo vivere senza dover fare più un lavoro che mi uccideva giorno dopo giorno. Volevo il potere di mandare affanculo (si sente un beep tardivo della censura) la gente e sentirmi dire "grazie".
Così ho pensato a tutto questo e ad altro. Il diavolo è una creatura subdola che ti promette oro ma ti regala pirite.

Presentatore: Era il caso di saperne una più del diavolo.

Il pubblico ride esageratamente alla battuta. Li ha in pugno.

Ospite 1: Sapevo che se avessi espresso un desiderio incompleto o aperto ad interpretazioni, lo avrebbe rivolto contro di me. Così ho semplicemente chiesto la fama, ma non per me, per lui.

Presentatore: Ora capite perchè mi sembrava una barzelletta? Il nostro ospite è stato accompagnato dal diavolo in persona.

Parte l'applauso del pubblico. L'ospite numero 2 si alza dalla poltrona e ringrazia il pubblico con un inchino.

Presentatore: Immagino abbia pensato anche che essendo il primo individuo ha dimostrare l'esistenza del diavolo sarà richiesto un po' ovunque in ogni notiziario e in ogni programma. Indirettamente la fama è tutta per lei.

L'ospite sorride soddisfatto.

Presentatore: Un colpo da maestro, veramente. Ma siamo in chiusura, un ringraziamento speciale al Diavolo...

Ospite 2: Un momento prima di chiudere vorrei dire due parole.

Presentatore: Con piacere.

Ospite 2: Vorrei fare i complimenti al signore per la correttezza dell'evocazione e per il modo in cui ha cercato d'intortarmi. Bravo, nessuno ci ha più provato da un paio di secoli. C'è stato un signor Faust, ma lei devo dire che lo supera di parecchie spanne. Però...

Il pubblico mormora.

Ospite 2: Però vorrei soffermarmi un attimo sul desiderio. Lei mi ha chiesto espressamente di partecipare ad un Talk Show per dimostrare a tutti la mia esistenza, mi sbaglio?

Ospite 1: No... ma non vedo...

Ospite 2: Non ha specificato dove o quando?

Ospite 1: ...

Ospite 2: Questa non è la Terra, o meglio non è la terra dove è nato lei. Ho scelto un universo alternativo in cui è usanza mangiare gli altri esseri umani. Faccia un po' vedere quella mano ferita...sanguina...

Il pubblico si alza e si muove come un singolo organismo. Il presentatore ha perso il suo sorriso e questi denti perfetti sembrano troppo affilati.

Ospite 2: Buon appetito...




lunedì 15 settembre 2014

Ci siamo detti addio

Non ho potuto dirti ti amo.
Le finestre della stanza sono aperte, spira da est una brezza calda e leggera. Le tende si muovono sinuose ad ogni refolo. Tu sei sdraiata sul letto, addormentata.
Dalla cucina arriva il suono smorzato della radio. Trasmette una musica leggera, adatta a staccare la spina.
Mi accosto al tuo cuscino e mi avvicino alle tue labbra. Sento il tuo respiro caldo sulla mia bocca. Il profumo, quel profumo che ti ho regalato a Natale, mi riempie le narici. Vaniglia.
Mi avevi chiesto di non farti nulla, non potevamo permettercelo. Non ti avevo ascoltato, all'ultimo momento avevo guidato al centro commerciale per comprarti quel profumo.
Non c'era nessuno per strada, credo fossero tutti in casa ad ascoltare le ultime notizie.
La tua faccia quando apristi il pacchetto.
Eri sorpresa, forse un po' arrabbiata.
Adesso quel profumo sei tu, la tua immagine, il tuo ricordo.
Apri gli occhi. Occhi più azzurri e limpidi di qualsiasi sorgente, occhi di cui non puoi non innamorarti. Da prendere a piccole dosi, capaci di farti impazzire.
Accenni un sorriso dolce. I capelli sul cuscino incorniciano il tuo viso come un'aureola d'oro.
Stai per dirmi qualcosa e la radio si ferma. La musica cessa all'improvviso, sostituita da una voce monotona che annuncia l'evacuazione.
Ti alzi a sedere e mi guardi preoccupata.
L'aria si fa più calda. Ci volgiamo entrambi, mano nella mano, stretti in una promessa, verso lo spettacolo oltre la finestra.
Abbiamo una parola ferma sulle labbra, un bacio annegato in gola, ma le nostre mani si stringono alla ricerca l'una dell'altra.
La luce si fa più intensa. Caldo.
L'orizzonte esplode.
Fumo e luce. Un fungo colossale, spaventoso, terribile. Accecante.
Il caldo è insopportabile.
La radio ha smesso di gracchiare, le luci si spengono. Anche il cellulare è morto.
Siamo soli. Anime terrorizzate tra le ombre più fitte e la luce più accecante.
Sei spaventata.
Sussurri. <<E' la fine?>>
Non ti rispondo, lascio che sia il silenzio a soddisfare la tua risposta.
I primi a raggiungerci sono i detriti. L'esplosione era lontana quel tanto che bastava per non polverizzare i nostri corpi all'istante.
Entrano dalla finestra aperta assieme al vento soffocante e alla cenere.
La casa intera trema.
Hai il volto e i vesti coperti dai frammenti di questo mondo morente. I tuoi occhi sono fari in tutta questa oscurità. Una lacrima si fa strada, solitaria, sulla tua guancia, rivelando la pelle rosea e candida.
Siamo arrivati al capolinea.
La luce si è ridotta eppure gli occhi cominciano a farci male.
La tua mano sta lasciando la presa. Sento l'aria che mi brucia in gola e la vista mi si appanna.
Eppure il destino crudele mi permette di vedere la tua candida mano.
Prima era morbida, calda, una delizia da accarezzare e baciare, ora il vento la sta scavando. Vedo la carne viva sotto di essa, i muscoli e il biancore delle ossa.
Ciononostante non smetti di stringere. Ti aggrappi alla vita.
Il vento scolpisce impietosamente il tuo bellissimo volto creando orbite vuote e nere sulle tue guance. I tuoi capelli si mischiano ai miei sulle lenzuola del letto matrimoniale.
La finestra si frantuma.
La parete crolla.
Possiamo vedere meglio la devastazione. Case distrutte, edifici in fiamme. Ogni tanto si odono le grida degli sfortunati sopravvissuti.
Il vento caldo cessa di soffiare ma ormai ha ultimato il suo lavoro.
Ti guardo e non vedo più la donna che ho amato, la ragazza con cui ho passato metà della mia vita e credo sia lo stesso per te.
Vedo solo un teschio con pochi brandelli di carne attaccati come scadente carta da parati.
I tuoi occhi sono ancora vivi e mi cercano. Non riesci a muoverti, il vento radioattivo ti ha consumato le gambe le mani.
Cerchi di parlare ma ti esce solo un rantolo, un suono spezzato, una parola non detta.
Non voglio sapere quale fosse quella parola.
Lentamente, delicatamente mi avvicinò a te. Non so bene cosa mi manchi, non riesco più a vederci.
Appoggio la mia testa sulla tua spalla.
Sento il profumo, quello è sopravvissuto.
Respiro, forse per l'ultima volta, e aspetto assieme a te la prossima esplosione.


sabato 13 settembre 2014

Nero

Sapete come si dice no, l'uomo giusto al momento sbagliato.
Quando ho aperto la porta lei era nel letto con un altro, vestita. Si muovevano convulsamente l'uno sopra l'altro. Caricai la mia arma, puntai alla nuca dello stronzo e sparai.
Bang! Bang! Bang! Due, tre, quattro colpi a segno. Il bastardo cadde morto senza neanche una goccia di sangue.
Mi accosta al corpo caldo e lo rigirai con uno strattone mentre la mia donna, quella puttana, gridava silenziosa e spaventata. Le ringhiai contro a bocca chiusa.
Il volto del bastardo mi era noto, conoscevo quel tipo, Jack Romanelli, un perdigiorno del bar sulla ventiduesima.
A quanto pare le piacciono gli scansafatiche. Buono a sapersi.
Le rivolsi un' occhiata truce e le intimai di starsene zitta.
Raccolsi le mie poche cose dal cassetto accanto al letto: un paio di dollari inconsistenti e un vecchio orologio donatomi da mio padre.
Lasciai l'appartamento così come ero entrato, senza dire una parola.
L'appartamento che condividevo con lei era squallido, miserabile direste voi. I muri era coperti di muffa, il pavimento di legno era sconnesso e di notte si sentivano i topi correre tra i muri.
Ma dannazione era il nostro nido d'amore, e lei ha voluto rovinare tutto.
Dovevo immaginarlo in giorno in cui l'ho sposata in quella piccola chiesetta di Las Vegas. Avrei dovuto capire che non le sarei bastato.
Bah! L'aveva voluto lei, meglio non pensarci.
Scesi le scale appoggiando il palmo della mano ad un corrimano intangibile e mi ritrovai ben presto in strada.
Le auto sfrecciavano lungo la strada, trasparenti, cristalline. Passanti per ogni dove: sul marciapiede, fermi all'angolo a guardare curiosi il ragazzino strillone con le news della costa ovest oppure fermi ad attendere il tram.
Scansai un uomo che stava gesticolando con una pupa mozzafiato, gli feci un sorriso d'intesa e lui, di rimando, mi strizzò l'occhio.
M'incamminai lungo la strada, seguendo il flusso della gente. Con le mani nelle tasche che non avevo e una melodia, che nessuno poteva sentire, in gola girai l'angolo.
Superai il ragazzetto. Vagavo senza alcuna meta e senza alcun pensiero. Questo mio peregrinare mi condusse ad un bar, una bettola. In quel momento mi andava qualsiasi cosa.
Entrai, mi accolse l'atmosfera fumosa del tipico locale di periferia malfamato. Cinque a uno che apparteneva alla mafia. Mi sedetti su uno degli sgabelli alti. Dio se era scomodo!
Il barista era un uomo tozzo e tarchiato. Mi vide e sorrise, forse a causa della maglietta a righe e delle bretelle, forse a causa del cerone in faccia.
Indicai la bottiglia di Gin. Me ne versò un grosso bicchiere che non traboccava. Me lo versai in bocca al vetro.
Non sentii affatto la sensazione di calore lungo tutto la gola. Ne presi un altro, bevvi, pagai e uscii.
Una volta fuori ma mi aspettava una sorpresa.
Qualcuno aveva chiamato gli sbirri. Erano in due, armati. Le loro armi puntavano contro di me.
Mi indicarono di stendermi a terra, cosa che non feci. D'istinto scappai.
Pensavo di riuscirci ma quei bastardi sfoderarono la loro arma segreta. Figli di puttana!
Lanciarono il lazo. Mi bloccarono le braccia ma non volevo dargliela vinta. Cominciai a tirare.
Ci cimentammo in un assurdo tiro alla fune finchè non prevalsero.
Mi sbatterono in gattabuia, le sbarre sembravano più fredde della morte stessa. Cercai di uscire ma ero bloccato su tutti i lati, anche sopra.
Mi giudicarono sommariamente e venni ritenuto colpevole.
Il giorno della mia esecuzione era già stato stabilito. Venne anche lei ed era diversa. Sul viso bianco era disegnata un lacrima nera.

Fu l'ultima cosa che vidi.

venerdì 18 luglio 2014

Al segnale, applausi!

Il messaggio arrivò all'ora di cena. I programmi abituali s'interruppero improvvisamente. Lo schermo di ogni televisore o computer collegato in rete divenne in un primo momento nero e poi bianco. Sullo sfondo comparve una frase: non ora. Subito dopo si udì una voce cavernosa ripetere la frase. Venne ripetuta due volte, a cinque minuti l'una dall'altra. Lo schermo divenne bianco e poi nero. Come se niente fosse successo i programmi ripresero il loro svolgimento.

Washington D.C, Pentagono, 15 ore dopo il Messaggio
Il presidente era rimasto sveglio tutta la notte a guardare quelle registrazioni. Si faceva portare il caffè, forte come piaceva lui, ad intervalli regolari di due ore. Le parole scorrevano sui trenta monitor della sala principale ma solo uno di essi trasmetteva la voce cavernosa.
Si avvicinò al presidente un giovane tecnico che aveva l'aspetto di uno rimasto sveglio quarantotto ore.
<<Presidente abbiamo qualcosa forse.>> Il suo tono era esausto ma soddisfatto.
Il presidente, i ministri e tutti i generali seguirono il tecnico fino alla sua postazione computer. Tutti gli altri addetti aspettavano con il fiato sospeso.
Il tecnico si sedette e armeggiò con il mouse. Sul monitor apparve un'immagine molto nitida del globo. In un punto imprecisato della Siberia lampeggiava un puntino rosso.
<<E' il luogo?>> Chiese il presidente.
<<Sì signore. Il segnale proviene da quel punto preciso.>>
<<Complimenti>> si congratulò il presidente e gli mise una mano sulla spalla. <<Ora bisogna solamente scoprire il motivo.>>

Stazione Spaziale Internazionale, 2 ore dopo il Messaggio
<<Che cazzo hanno questi strumenti. E' tutto scritto in russo dannazione.>>
Il capitano Caldwell fluttuava a gravità zero nel modulo russo della stazione spaziale. Oltre a lui c'era il suo secondo, Combon, con gli strumenti per la riparazione.
<<Vai a svegliare uno di quegli ubriaconi>> disse irritato il capitano. Uno degli ubriaconi entrò nel modulo. Sembrava agitato.
<<Capitano deve venire subito. C'è un problema.>> Il vecchio accento dell'est era riaffiorato distorcendo le parole del membro russo.
<<Altri problemi Sergeij? Non bastano quelli che abbiamo già?>>
Sergeij Macsimovich non rispose si limitò a scuotere il capo e ad abbandonare il modulo.
<<Forse dovremmo seguirlo, capitano>> suggerì Combon.
Caldwell lo trafisse con lo sguardo e, dopo aver borbottato qualcosa di poco appropriato ad un graduato del suo livello, si diede la spinta verso il modulo europeo.
Quando vi arrivò c'era già tutto l'equipaggio. C'era spazio a sufficienza per tutti e sei nella sala computer. Caldwell salutò il secondo membro russo, Anton, quello europeo e quello giapponese.
<<Allora che succede?>>
Macsimovich gli passò un paio di cuffie. <<Ascolti attentamente.>>
Caldwell appoggiò le orecchie. Sentì solo fruscii e scariche elettrostatiche inizialmente, poi udì la voce. Cavernosa.
<<Non ora!>> Comandò.
Il capitano tolse le cuffie e le passò al russo.
<<Cosa ha sentito capitano?>> domandò Combon.
<<Una voce...>> disse Caldwell visibilmente spaesato.
<<In russo?>> chiese Macsimovich.
<<No non era russo, era in inglese.>> Passò le cuffie a Hiroki, il membro giapponese. <<Ascolta un po'.>>
<<Giapponese. Questa volta è in giapponese>> commentò nel suo inglese stentato.
<<Quando è stato trasmesso per la prima volta?>> Chiese il capitano.
<<Circa due ore fa>> rispose Macsimovich.
<<La sorgente del messaggio. Chi lo sta inviando?>>
Sergeij e Anton si guardarono imbarazzati i piedi. Nella stanza nessuno parlò.
<<Allora?>> chiese nuovamente spazientito il capitano.
<<Non si è capito chi, ma il messaggio arriva dalla Siberia.>>
Caldwell guardò i russi con un espressione indecifrabile. <<Io non so che cazzo stiano combinando quegli ubriaconi al Cremlino, ma giuro che se ne sapete qualcosa...>>
<<Siamo stupiti quanto lei capitano. Non è arrivato nessun ordine da Mosca>> confessò Macsimovich.
Nuovamente cadde il silenzio nel modulo. Caldwell si voltò verso Combon.
<<Apri subito un canale con la Casa Bianca.>> Si rivolse nuovamente ai russi. <<Contattate i vostri capi, questa faccenda va risolta subito.>>

Vaticano, San Pietro, 18 ore dopo il Messaggio
Il cardinale Bentivoglio pregava da qualche ora di fronte all'altare maggiore di San Pietro. Era talmente concentrato da non accorgersi nemmeno del tempo trascorso. Pregava in latino rivolgendosi direttamente al Cristo davanti a lui.
Bentivoglio preferiva pregare in una chiesa tanto monumentale che in qualche piccola cappelletta: per lui la fede non era questione di umiltà e intimità, come diceva il Papa precedente, ma tutto il contrario.
Improvvisamente il Dies Irae risuonò ovattato dalla sua tasca. Si riscosse dalle sue preghiere, fece un frettoloso segno di croce e rispose al telefono.
<<Pronto>>
<<Cardinale, il rapporto>> rispose una voce modificata con qualche apparecchio.
Bentivoglio annuì. <<Arrivo.>>
Si alzò e uscì dalla basilica senza dare le spalle alla croce. All'esterno una folla di fedeli, visibilmente spaventata per quello che stava accadendo, rumoreggiò alla vista del porporato.
Bentivoglio si concesse il tempo di fermarsi e benedirli dal secondo gradino, poi imboccò un corridoio secondario e scomparve alla vista dei fedeli. Stava cominciando a piovere.
Il cardinale si affrettò a raggiungere la stanza nell'immenso complesso del Palazzo Apostolico, dove era stato convocato. Non incontrò nessuno.
Arrivò nella stanza camminando lentamente, aprì le porte e venne accolto da un vago sapore d'incenso.
Vide i due uomini vestiti completamente di nero. Lo stavano attendendo, uno dei due aveva sicuramente fatto la chiamata.
Bentivoglio chiuse le porte a chiave. Appoggiò la fronte alla porta e mormorò a bassa voce una preghiera, quindi si volse verso i suoi ospiti.
<<La stanza è sicura eccellenza. Non ci sono cimici, abbiamo controllato.>>
Bentivoglio annuì. <<Allora è ufficiale?>>
Uno dei due si avvicinò al cardinale e gli porse un cd. <<Questo è tutto il rapporto. La missione ha avuto successo, ancora una volta l'Entità ha trionfato.>> L'uomo era soddisfatto.
<<La sentirò più tardi>> disse il cardinale. <<Una sola domanda. I sospetti erano fondati? Russi?>>
La spia dell'Entità annuì con il capo.
<<Andate allora, noi non ci siamo mai incontrati.>> Concluse il cardinale.

Da qualche parte nella Siberia orientale, Base Lenin, 16 ore dopo il Messaggio
Il vecchio furgone sobbalzava sulla strada dissestata in mezzo alla neve. Viaggiava solitario nella steppa russa.
Nevicava forte, ma il conducente conosceva la strada e cercava di evitare le buche. Nel retro, coperto da un semplice telone ormai fradicio, sedevano sei uomini. Nessuno parlava, cercavano di stringersi nei propri abiti per conservare il calore. Erano tutti scienziati, alcuni russi, alcuni chirghisi e un polacco.
Il furgone era diretto in un luogo inesistente. Non compariva sulle mappe, non era rintracciabile dai satelliti, nemmeno quelli più avanzati. Lì erano diretti gli scienziati.
Finalmente il furgone si fermò, proprio sotto una struttura interamente coperta dalla neve. Il guidatore scese e con in mano un kalashnikov si portò sul retro. Aprì lo sportello e con poche mosse sbrigative fece scendere gli scienziati.
In fila indiana raggiunsero le porte della stazione segreta e vi entrarono. Una voce femminile registrata li accolse in russo.
Gli scienziati vennero presi due a due da soldati vestiti interamente di bianco e vennero scortati nei loro uffici.
Alekseij Kostantin Gregorovich venne scortato assieme al suo collega, per ultimo. Sbrigativamente il soldato gli indicò l'ufficio e il piccolo appartamento.
<<Avete l'ordine di restare quì dentro finchè non verrete convocati. Ogni trasgressione verrà punita con la morte.>>
Alekseij accolse quesll'ultima affermazione con una smorfia ma non si fece vedere dal soldato. Dietro di lui la porta si chiuse e potè guardarsi attorno in quel piccolo posto. Non aveva valigie da disfare, ma solo i vestiti che portava, e il piccolissimo aggeggio che gli avevano innestato nel polso.
Si diresse subito verso il bagno e quello che vide gli piacque. Cercava una cabina doccia e l'aveva trovata. A prì l'acqua al massimo. Controllò che non vi fossero cimici sotto il lavandino e dietro lo specchio. Soddisfatto a quella ricerca attivò l'aggeggio con la parola russa poka.
<<Rapporto giornaliero, tenente Brown. La segretezza con cui siamo stati condotti in questa istallazione è invidiabile. Non ho potuto memorizzare il percorso da Arcangelo fino a qui, ma ci saremo inoltrati nella steppa per chilometri.>>
Si guardò attorno e proseguì. <<Operazione Red Dot, inizio.>>
Vennero a prenderlo un'ora dopo. Scortato per lunghi corridoi completamente bianchi raggiunse i suoi colleghi in un ampio stanzone. Erano disposti in fila, davanti a loro era stato allestito un piccolo podio. Alekseij salutò i colleghi con un cenno sbrigativo e prese posizione di fianco a loro.
Il podio venne ben presto da un uomo anziano, ma vigoroso. Indossava la divisa dell'esercito russo, e le strisce e le decorazione che portava sul petto lo identificavano come un generale. Molto probabilmente il direttore dell'istallazione.
<<Andrò al punto>> disse in un russo fortemente accentato. <<Tra di voi si nasconde una spia.>>
Alekseij rimase impassibile all'esterno ma dentro era un turbinio di emozioni e pensieri.
I soldati comparvero dietro di loro.
<<Voglio essere magnanimo>> continuò il generale. <<La spia si faccia avanti e forse potrà cavarsela con poco.>>
Nessuno si mosse. Alekseij era pronto a schiacciare la capsula di cianuro posta tra i molari.
<<Nessuno eh? Bene.>> Il generale fece un gesto con la mano. I soldati sollevarono i fucili.
Alekseij attese il colpo che non venne. Vide invece accasciarsi lo scienziato polacco accanto lui, colpito dal calcio di un fucile.
<<Portatelo via>> ordinò il generale. Gettò per terra un piccolo registratore molto all'avanguardia, ma non così tanto da superare le difese della base.
Alekseij si sciolse, tutta la tensione gli si scaricò sulle gambe.
<<Ed ora tornate ai vostri posti.>>
Lo riportarono nella sua stanza dove si concesse un breve riposo.
Passò circa una settimana nella quale Alekseij lavorò per i russi, registrando ogni singolo dettaglio della base sotterranea.
Aveva memorizzato attentamente la mappa del primo e del secondo livello dell'installazione, ed aveva carpito anche altre informazioni. Esistevano altri due livelli sotterranei ed uno di controllo, ancora più in basso.
Agì solo dopo due settimane. Dopo aver preso tutte le precauzioni una notte si portò agli ascensori. Aveva rubato, senza farsi notare, una chiave elettronica da un soldato. Strisciò il chip della carta contro il sensore e l'ascensore si aprì. Entrò furtivamente, pigiò l'ultimo pulsante in basso. Le porte si chiusero e l'ascensore cominciò a muoversi verso il basso.
Dopo una discesa che gli parve interminabile l'ascensore raggiunse il piano e si fermò. Le porte si aprirono.
Alekseij venne raggiunto in pieno volto da un destro. Sentì lontano una risata e poi più nulla.

Si risveglio legato ad una sedia e con la testa leggera. Non riusciva a tenere gli occhi aperti a causa di una forte luce puntata sul suo volto.
<<Una piccola spia, ecco cosa ci mandano gli americani. Alekseij Kostantin Gregorovich, ma questo non è il tuo vero nome, vero tenente?>>
Alekseij non rispose al russo. Aveva riconosciuto la voce del generale. Cerco piuttosto la capsula innestata in bocca ma non la trovo.
<<Non affannarti tanto, te l'abbiamo tolta. Così potremo conversare.>>
Alekseij stava sudando sotto quelle luci. Aveva le mani e le caviglie legate ben strette, non si sarebbe liberato.
Le luci si spensero e se ne accesero altre, questa volta sul soffitto. Potè finalmente capire dove si trovava: in una stanza per gli interrogatori.
Il generale era seduto davanti a lui, impeccabile nella sua divisa.
<<Voi americani sempre a dare la colpa a noi russi. Scoppia una bomba nel Pacifico? Colpa dei russi. Guerra civile in Congo? Colpa dei russi. Sempre colpa dei russi.>>
<<Che avete intenzione di fare? Sono stato addestrato da gente peggiore di voi, non riuscirete a cavarmi niente.>>
Il generale sorrise. <<Abbiamo già tutto quello che ci serve.>>
Gli mostro un piccolo congegno di forma rettangolare. Istintivamente Alekseij si guardò il polso: al suo posto vide una benda intrisa di sangue che gli copriva tutta la mano.
<<Ora invieremo questi dati, con qualche nostra piccola aggiunta alle tue autorità. Possiamo dire che la tua missione è conclusa con successo.>>
Il generale si alzò e dalla fondina estrasse la pistola e gliela puntò contro.
<<Un ultima cosa tenente. Non siamo noi ad aver lanciato il messaggio.>>

Londra, Studi della BBC, 16 ore dopo il messaggio
<<Chi si nasconde dietro il messaggio e che cosa vuole? Per rispondere a queste domanda questa sera in studio abbiamo invitato Joshua Penbrock, vescovo di Gloucester e l'ambasciatrice britannica presso la Federazione Russa, Lora Kleine.>> La voce di Harker, il presentatore delle news, suonava calma ma accattivante.
Dopo aver presentato gli ospiti il giornalista fece alcune domande di rito agli ospiti. Quando dalla regia gli diedero l'ok cominciò a porre quei quesiti per i quali la quai totalità del popolo britannico si era sintonizzata sul canale della BBC.
<<Signora Kleine innanzitutto la ringraziamo per aver accettato il nostro invito. Conosciamo tutti il suo lavoro presso l'ambasciata russa a Mosca, un lavoro di grande responsabilità. Come commenta questa fuga di notizie, più o meno ufficiali, secondo cui il messaggio non sia altro che una strategia dei russi per causare una terza guerra mondiale?>>
Kleine si concesse un sorriso ironico.
<<In un momento delicato come questo credo che sia naturale cercare un nemico da accusare. Mi stupisco che non si sia ancora parlato della Repubblica Cinese.>>
<<Dunque lei non crede a queste voci?>>
<<Harker mi ascolti. Faccio questo l'avoro da dieci anni e so come si comportano i russi. Non sono tanto diversi dalla Corea del Nord, abbaiano ma non combinano nulla.>>
<<Allora se escludiamo i russi e i cinesi secondo lei di chi è la colpa?>>
<<Perchè si ostina a chiamarla colpa? Io non vedo nessuna colpa in tutto ciò. Qualcuno, ancora non sappiamo chi, ma le assicuro che è questione di momenti prima di conoscere l'autore, si è divertito a creare un po' di scompiglio tutto qua.>>
<<Quindi secondo lei tutto questo allarmismo è esagerato.>>
<<Ha colto nel segno.>>
Harker sistemò la cartelletta e si rivolse al vescovo.
<<Rinnovo anche a lei i ringraziamenti per la sua partecipazione.>>
<<Grazie a voi per avermi invitato>> rispose pacato il vescovo.
<<Andiamo al dunque. Da quando è comparso il messaggio lei si è fatto portavoce di un movimento escatologico, possiamo chiamarlo così? >>
Il vescovo annuì.
<<Secondo lei, e qui cito testualmente "sono giunti i tempi". Può spiegarci più dettagliatamente?>>
L'alto prelato si sistemò comodamente sulla poltrona e si rivolse al presentatore.
<<Che cosa vuol dire non ora? Non è ora per l'uomo? No signore, io credo che non sia più l'ora per il Male con la M maiuscola. È giunta l'ora per gli uomini di agire con rettitudine, di abbandonare i costumi immorali, le sozzure e le pratiche blasfeme di questa terra per purificarsi e accogliere Dio nel proprio cuore. Il malvagio non avrà scampo, questa è la parola di Dio.>>
Si rivolse direttamente alla telecamere, aveva abbandonato il tono quieto e pacato di poco prima. Puntò il dito contro i telespettatori. <<Pentitevi o le fiamme della dannazione vi bruceranno l'anima!>>
<<Una posizione a dir poco anacronistica>> commentò sarcastica l'ambasciatrice interrompendo il vescovo nella sua invettiva.
<<Non osare contraddire la parola del signore>> la minacciò il vescovo che sembrò aver ripreso tutta la sua verve.
<<Ma non si rende conto delle assurdità che sta dicendo?>>
<<Taci sgualdrina!>> Gridò il vescovo mentre Harker faceva segno di chiudere.
Kleine si alzò rossa in viso. <<E lei si definisce un uomo di chiesa? Ma se ne vada al diavolo!>>
L'ultima cosa che i telespettatori britannici videro, prima che la trasmissione venisse interrotta, fu la piccola pistola nelle mani del vescovo, puntata alla schiena dell'ambasciatrice.

Stazione spaziale internazionale, 48 ore dopo il Messaggio
<<Secondo lei capitano, ha sparato?>>
Caldwell non rispose era troppo impegnato a capirci qualcosa. <<Il mondo sta impazzendo si limitò a dire.>>
Continuavano ad arrivare immagini da tutto il mondo. Isteria di massa e nessuno capiva il perchè. Il messaggio era stato analizzato da teologi, filosofi, psicologi, filologi e tanti altri ologi, e tutti concordavano che non ci fosse nulla di minaccioso, se non il tono della voce.
Eppure da quando tutto era cominciato, l'umanità tutta aveva perso il senno. Caldwell aveva saputo del suicidio di massa di Phoenix, Arizona, dove dodicimila persone si erano suicidate ingurgitando un intruglio fatto di cianuro e latte di soia.
Aveva visto il video della gigantesca esplosione in piazza s. Pietro: un pazzo si era fatto saltare gridando che non c'era più tempo. Migliaia di morti e feriti.
Un cecchino aveva preso di mira il campus della Sorbona uccidendo 122 studenti e mezza dozzina di professori.
Lo schermò della comunicazioni con Houston brillò. Caldwell alzò il microfono, dall'altra parte una voce anonima.
<<Capitano Caldwell.>>
<<Chi Parla?>>
<<Non importa, questa linea è sicura. Le parlo a nome del presidente. Gli Stati Uniti d'America stanno per dichiarare guerra alla Russia, sappiamo che ci sono loro dietro il messaggio.>>
Caldwell era rimasto senza parole.
<<Vogliamo che arresti e prenda in consegna i due membri russi dell'equipaggio fino a nuovo ordine.>>
Caldwell, istupidito non rispose nemmeno.
Ordinò a Combon di prendere le armi ma non disse il perchè.
S'incontrarono con i due membri russi a metà strada tra i moduli. Anche loro erano armati.
<<Cremlino?>> Chiese Caldwell.
<<Da>> rispose Macsimovich.
Nessuno sparò.
La loro attenzione venne catturata da una serie di lampi rossastri che scoppiarono come funghi nell'atmosfera terrestre. Li videro dagli oblò.
Era uno spettacolo terribile, era uno spettacolo affascinante.

Orbita di Giove, 72 ore dopo il Messaggio
In un ambiente completamente estraneo al pensiero umano due essere tentacolari si muovevano nell'oscurità della nave. Parlavano tramite suoni acutissimi, modulando armonie totalmente aliene.
Sembravano entrambi corrucciati.
<<Non è andata come speravamo>> affermò il primo fischiando.
<<No fratello.>>
<<Gli umani sono persone strane, paranoiche.>>
<<Eppure non capisco dove abbiamo sbagliato>> confermò contrito il secondo. Emise un secondo fischio per rimarcare il concetto.
<<Abbiamo sbagliato a pianificare, non ci siamo messi nei loro panni. Finora, in tutti i pianeti che abbiamo incrociato ha funzionato. Gli indigeni smettevano di fare la guerra tra di loro, si disarmavano e si facevano invadere facilmente, senza poter opporre alcuna resistenza.>>
<<Invece questi umani si sono fatti saltare. Hanno distrutto il loro stesso pianeta pur di non farsi conquistare>> concluse secco, con un fischio più grave, il secondo.
<<Siamo stati sconfitti fratello.>>
<<Almeno ci abbiamo provato.>>
Il primo essere azionò con il tentacolo una leva. La nave cambiò forma e sfrecciò nello oltre il sistema, confondendosi nelle oscurità dello spazio siderale.


mercoledì 2 aprile 2014

I figli del millennio

Mi hanno chiamato in mille modi: l'eletto, il prescelto, qualcuno mi chiamava Gesù Cristo (ma chi è questo Gesù ?) ma mai nessuno si prese la briga di ricordare il mio nome. Non ho un nome altisonante, non ho il nome di re o di imperatori (anche se non ne ho conosciuto neanche uno). Il mio è un nome semplice. Mi chiamo Ivan Maxim Maximovich. Lo so non vi dice niente, ma vi assicuro che sono una persona importante. Grande Ammiraglio dell' armata dei bambini, ultimo della generazione e blà blà blà.
Il merito di quello che sono diventato, lo  ammetto, va ad una bomba, ma non bomba inteso come una ragazza dalle curve generose, come potrebbe pensare qualcuno di mia conoscenza, bensì ad un ordigno, specificatamente un ordigno nucleare.

Forse prima però conviene fare un grande passo indietro: era il millenovecentonovanta ed il mondo era sull' orlo di una guerra nucleare, mai si seppe chi sganciò la prima bomba. U. R. R. S. e Stati Uniti si annichilirono in un solo giorno di conflitto. Io nacqui quel giorno. Mia madre morì investita da una massiccia dose di radiazioni e così mio padre e pure tutti i medici in sala parto e nell'ospedale. Probabilmente non me la sarei cavata ed ora non sarei qui a comandare una nazione se Piotr non m'avesse trovato. Piotr era un barbone che durante l'attacco si era rifugiato nelle metro di Mosca e che ne era uscito subito dopo spinto dal suo hobby preferito: sciacallare. Non riuscì mai a capire come sopravvisse alle radiazioni, ma ho qualche teoria in proposito, riguardanti il troppo (o troppo poco) alcool che gli girava nel corpo in quel momento. Mi trovò tra i calcinacci, e quel suo vecchio cuore da ubriacone lo spinse a raccogliermi e a portarmi al sicuro.
 Crebbi forte ed in salute, ma sopratutto immune alle radiazioni. Piotr morì il giorno del mio decimo compleanno come molti altri del resto. Sembrava che tutti coloro che non fossero nati quel giorno, ma che semplicemente  fossero sopravvissuti a quel giorno, nel giro di qualche anno morissero. Lo constatai con Piotr e con gli altri del rifugio. Alla fine rimasi solo io, avevo dieci anni in un mondo sconosciuto. Inizialmente pensai di essere l' ultimo sopravvissuto, l'ultimo compagno della grande madre Russia. Vagavo per le immense rovine di Mosca senza una meta quando incontrai lei.
Si chiamava Anja. Anja e basta. Non mi stupì più di tanto quando mi disse di aver dieci anni. Mi raccontò una storia che per certi versi era simile alla mia. Nata durante il bombardamento, sopravvissuta per miracolo, raccolta dai rifugiati ed infine sopravvissuta a  tutti quanti. Mi disse che conosceva un posto dove potevamo stare, tra le rovine di  Mosca. Raggiungemmo il posto in poche ore, non pativamo le radiazioni questo è vero, ma il freddo lo sentivamo eccome. Mai sentii così tanto freddo in vita mia. Il luogo, come tutto il resto, era un cumulo di rovine e lamiere, la prima notte creammo un posto riparato con pezzi di auto e legname. Faceva davvero freddo ma, miracolo o no, sopravvivemmo.
Il mattino seguente con tanto olio di gomito costruimmo una casupola, dotata perfino di una finestra di vetro. Faceva schifo a vedersi, ma l'avevamo costruita noi e ci rendeva orgogliosi. Era la nostra reggia.
Ogni notte accendevamo due o tre fuocherelli fuori dalla baracca, per avvisare che eravamo li, chiunque fosse passato. A quel tempo avevo già un idea in proposito ma la condivisi con Anja solo qualche anno dopo. I fuochi funzionarono a dovere ed in poco tempo fummo raggiunti da altri ragazzi.
Era il duemilauno ed eravamo già milleduecentocinquantasette a popolare la zona. Nel duemiladieci  il villaggio ospitava circa ventitre milioni di abitanti. Tutti coetanei. Abbiamo ricostituito in breve tempo la civiltà, il villaggio era stato ribattezzato Nuova Mosca (lo so lo so, la fantasia scarseggia), io e Anjia fummo  eletti re e regina, più tutti quei titoli sopracitati.
Vivevamo in pace e serenità, non c'erano  furti o omicidi, sommosse o rivolte, niente di tutto questo; sembrava che la violenza si fosse esaurita quando era stato premuto l'ultimo bottone. Questo non significava però che non ci fossero problemi.
Vi ho già detto quanti eravamo nel duemiladieci no? Solo nel duemilaquattordici eravamo tre milioni e l'anno successivo meno di due. Ci fu chi se ne andò, forse desideroso di fondare una sua comunità, chi invece morì a causa delle nuove malattie contro le quali eravamo impreparati, ma soprattutto in questi anni non nacque alcun bambino. Non avevamo più le conoscenze dei nostri genitori per far fronte a questa emergenza. Tutti ci provammo, perfino io e Anja, ma ogni bambino che nasceva viveva per soli cinque minuti. Eravamo disperati nel giro di un anno la razza umana si sarebbe estinta.
Io tuttavia credevo di saper come risolvere la situazione.
Chiesi ad alcuni amici di preparare i bagagli e di aspettarmi davanti alle mura di Nuova mosca, poi chiamai tutta la popolazione in assemblea. <<Amici cari , questa sera non dovrete preoccuparvi, giacete con le vostre donne. Vi assicuro che non avrete nulla da temere. Io vi salverò. Nasceranno i figli del millennio, tra nove mesi a partire da oggi, i nostri figli, i nuovi abitatori del mondo.>>
 Pronunciai le ultime parole con enfasi ed ottenni l'esito sperato. Vidi i volti sorridenti di coloro che tornavano a casa fiduciosi del mio operato.
Anja mi guardò con un espressione indecifrabile. <<Dimmi di tornare a casa e io tornerò>> mi disse con la voce rotta dal pianto. Probabilmente aveva visto i preparativi ed i bagagli, non ebbi cuore di lasciarla li, così le dissi di venire con me.
Camminammo per giorni e solo io sapevo dove stavamo andando e perché stavamo facendo quel viaggio, solo Anja intuì qualcosa quando raggiungemmo il Complesso. Durante i miei sedici anni di regno avevo sentito parlare del Complesso; un enorme installazione militare al centro di Mosca, dove, sempre secondo le voci, erano state lanciate le bombe. Ci impiegammo nove ore ad arrivare nel sottosuolo di Mosca e trovare uno delle migliaia d' ingressi al Complesso. Purtroppo per noi era chiuso. Ci spostammo speranzosi attraverso la città deserta ancora per altre nove ore e trovammo un altro ingresso. Chiuso.
Camminammo ancora per parecchie ore, preoccupati per le scorte quando finalmente trovammo un ingresso aperto. Il Complesso era un intricato dedalo di corridoi bui e cunicoli; sbagliammo parecchie volte la strada e camminammo ore prima di arrivare al nucleo. Il nucleo era il luogo più interno, nascosto e sopratutto più protetto. Un enorme stanzone circolare completamente di vetro; al suo interno strani monitor e schermi di varia grandezza ammiccavano al buio. Funzionano! Pensai. Cominciai a cercare osservato dai miei compagni, fino a che non trovai quel che stavo cercando.
Quella notte ci accampammo li e ripartimmo il giorno dopo, nove ore e fummo di ritorno a Nuova Mosca.

Sono passati nove mesi dal primo viaggio al complesso, ora sono di  nuovo qui al buio, ma non da solo, c'è Anja accanto a me.
<<Sei sicuro?>> mi sussurra all'orecchio tenendomi la mano.
<<Certo lo sai anche tu che è l'unico modo>> rispondo.
<<Già, forse è davvero così.>>.
Esito un momento poi sento la sua mano sulla mia, il suo palmo sul mio dorso, il  mio palmo sul bottone. Schiaccio. Dopo meno di un minuto sento la terra tremare, i missili sono partiti ed esplosi. Fuori si sta scatenando l' inferno. Sento bussare alla porta ma forse è solo la mia immaginazione. Anja piange, mi siedo vicino a lei.
E' passata un ora da quando sono esplose le bombe. Assieme a noi altre persone stanno emergendo, ovviamente siamo immuni alle radiazioni ma non è questo che ci preoccupa. Dobbiamo cercare i bambini, che concepiti nove mesi fa, oggi, sono nati.

venerdì 28 marzo 2014

Ti ho visto morire

Aveva le fattezze di un angelo, era bellissima.
Vidi il treno della metro che arrivava e corsi. Se avessi aspettato, se fossi rimasto giù, ora la mia anima sarebbe ancora salva.
Ebbi appena il tempo di appoggiarmi ad un palo, con forti scossoni il treno ripartì.
In quel preciso momento la vidi. Indossava un giubbotto di pelle rosso, vivido e acceso, e un paio di jeans stinti e stretti sulle lunghe gambe. Teneva tra le dita della mano sinistra una borsa di colore grigio, mentre con l'altra si teneva ai sostegni superiori con una grazia squisita. Notai che le sue mani erano coperte da un paio di guanti di pelle  neri, che lasciavano scoperte le dita affusolate e sottili.
Si voltò verso di me solo due volte, incrociando il mio sguardo, eppure il suo volto rimase impresso indelebilmente nella mia testa. Era un opera d'arte degna dei più grandi pittori e scultori, sul suo viso regnava un'armonia di forme e proporzioni che mai vidi in un altro volto di donna. Era la ragazza perfetta, talmente bella da fare male agli occhi.
Portava un cappuccio nero dal quale usciva prorompente un ciuffo di capelli dorati e mossi, lungo fino alle spalle. Aveva due occhi meravigliosi, blu, profondi come la notte, una bocca e un naso perfetti, in totale armonia con il resto del volto.
Non portava  tacchi, ma stivali di cuoio scamosciato; ciononostante era molto più alta di me. Rimasi incantato a guardarla: vedevo solo lei, volevo solo lei. Nel mio sogno meraviglioso della sua contemplazione non  mi accorsi che già molte fermate erano sfrecciate proprio davanti a me.
Ad un certo punto, voltandosi  sembrò notarmi: sul suo volto, fino a quel momento sereno si disegnò un espressione di preoccupazione.
Il treno si fermò in quel preciso momento, la vidi staccarsi dai sostegni e guardandomi, arretrò fino a confondersi con la folla. Scomparve.
Scesi alla stazione successiva, turbato  per quel che era successo. Salii i gradini che portavano all'esterno senza sapere dove stessi andando. Mai come in quel momento nella mia testa aveva regnato una tale confusione, poi quando oramai mi ero convinto di essere stato preda di un sogno dai contorni foschi e torbidi  la vidi nuovamente sulla sommità della scalinata: mi stava aspettando. Appena mi avvicinai, lei scappò, di nuovo. <<Aspetta!>> gridai correndole affannosamente dietro.
Quando uscii lei non c'era più, scomparsa come i sogni al mattino. Mi guardai in giro parecchio spaesato, ero in una zona della città che non conoscevo. C'era ancora luce, ma era scesa la nebbia. Una nebbiolina leggera inconsistente ma pungente, tanto che mi strinsi nel lungo cappotto. Della ragazza non c'era traccia da nessuna parte; seguì l'unica strada che  mi portò in una zona della città mai vista. C'erano un sacco di macchine parcheggiate ma nessun' automobile correva lungo la strada. Mi sentii come un naufrago che avvista una nave, quando vidi le  luci di un edicola.
<<Mi scusi, ha visto passare di qua una ragazza di corsa? Indossava una giacchetta di pelle rossa.>> Fu la prima cosa che mi venne in mente. Non chiesi quale fosse strada per tornare indietro o in quale zona della città mi trovassi. Quella ragazza era entrata prepotentemente nella mia testa e non voleva andarsene, né io volevo cacciarla. Mi sentii subito dannatamente stupido, anche perché la vecchia che stava dietro il bancone mi aveva guardato stupita e allarmata. Dovevo sembrarle un tossico o un pazzo.
<<Non ho visto nessuna ragazza>> rispose in fretta facendomi capire che la conversazione era chiusa. Decisi di non insistere e me ne andai. La nebbia era calata ora più che mai, sembrava di camminare in un mare di latte condensato. Cercai la strada per la metropolitana, ma mi persi e mi trovai davanti ad un pub. Guardai l'orologio, erano quai le sei di sera: non era troppo presto per farmi una birra. Mi sedetti ad un piccolo tavolo circolare nell'angolo vicino alla grande vetrata che dava sulla strada. Il locale non era troppo affollato, intravidi nella foschia due o tre avventori al bancone e sentii gli schiamazzi di un gruppo di ragazzi seduti ad un grande tavolo rettangolare. Mi si avvicinò una cameriera, una ragazza poco più giovane di me, sicuramente un' universitaria.
<< Cosa le porto? >> chiese gentilmente.
<<Una media scura>> risposi distratto. La giovane se ne andò lasciandomi ai miei pensieri. Poco dopo il gruppo di studenti uscì da locale, nello stesso momento con un sorriso la giovane cameriera lasciò sul tavolo il bicchiere.
<<Quant'è?>> chiesi.
<<Cinque>>rispose.
Tirai fuori dal portafoglio una banconota da venti <<Tieni.>> La ragazza guardò prima me, poi la banconota, stupita. <<Prendila come mancia>> la rassicurai.
Prese la banconota incerta.
<<Aspetta un momento>> le dissi. << Sto cercando una ragazza, alta, bionda, con un giubbotto di pelle rosso. La conosci?>>
Un altro buco nell'acqua: rispose di non conoscerla e se ne andò lasciandomi ai miei pensieri e alla mia birra. Ero di nuovo al punto di partenza: non avevo ancora scoperto chi fosse la ragazza ne dove fosse finita. Per di più mi ero anche perso e come unica compagnia avevo una birra dall'aspetto parecchio annacquata.
Ne scolai più di metà in pochi sorsi, malgrado tutto scese in gola come ambrosia. La finii velocemente e ne ordinai un'altra. Alla fine della seconda l'alcool era entrato in circolo e cominciava a fare effetto. Non ero ubriaco, ma allegro: la nebbia che c'era all'esterno era piano piano entrata nel mio cervello, distorcendo ulteriormente la realtà circostante. Eppure stavo bene, mi sentivo leggero. Ero perfino riuscito a dimenticare quella ragazza, quando la vidi passare fuori dal locale. Mi sfregai gli occhi credendo di avere un'allucinazione; ma non lo era, era vera. Mi alzai di scatto lasciando i soldi sul tavolo; sentii un bicchiere di vetro andare in frantumi per terra.
Appena uscii ebbi la sensazione, che,  mentre ero dentro a bere, qualcuno avesse cancellato il mondo intero. Era calata la notte e con la nebbia, sempre più fitta, diventava difficile vedere anche le proprie mani. Corsi nella stessa direzione della ragazza, ma inciampai e caddi battendo il naso sull'asfalto. Sentii un liquido caldo colare dalla fronte e dal naso, avevo un occhio accecato dal sangue.
Sangue rosso come il giubbotto della ragazza, che vidi a pochi metri davanti a me.
<<Fermati>> biascicai, ma era già scomparsa dietro l'angolo. Mi rialzai a fatica e dolorante, deciso però a non perderla di vista di nuovo. Era difficile starle dietro, sembrava non stesse toccando terra, ma fluttuando sulla punta dei piedi. Attraversò il cancello di ferro di un parco, cinto da un alto muro di mattoni. I lampioni davano una luce lattiginosa, permettendomi di vederla ad intermittenza. Finalmente terminò la sua lunga corsa e si sedette su quella che sembrava una panchina di pietra. Mi avvicinai asciugandomi il sangue, i tagli facevano un male dell'inferno. Ero stremato, forse per colpa della corsa o della troppa birra. Sentivo sulla mia schiena un peso immane, come se mi avessero caricato di mattoni.
<<Ciao>> mi disse con tutta naturalezza, come se non avessi dovuto rincorrerla per mezza città, come se ci conoscessimo da sempre.
<<Non scappare per piacere ti prego>> le dissi a fatica, quasi implorandola. Mi faceva male perfino parlare.
<<Oh>> sorrise leggermente <<dove vuoi che vada?>>
Anche in quell'atmosfera surreale da romanzo gotico lei era bellissima, così bella che sembrava quasi impossibile non amarla. Mi avvicinai a lei, cautamente, realizzando che era seduta su una lapide. Per nulla turbato le presi il viso tra le mani e la baciai, non oppose resistenza.
Stava nascendo dentro di me un sentimento ambiguo: volevo colpirla, farle male, sentire il suo sangue caldo sulle braccia.
Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi e poi sulle sue bellissime gambe, finché sentii sotto i polpastrelli il marmo freddo della lapide . C'era appoggiato qualcosa, sembrava un bastone. Lo raccolsi scoprendo trattarsi di un badile. Lei intuì in qualche modo le mie intenzioni e accosto le sue labbra al mio orecchio. <<Fallo!>> mi disse bisbigliando. Quella che in origine era solo idea in potenza, lo divenne in atto. La mia volontà si sottomise completamente alla sua.
Mi staccai da quel contatto e, impugnato il badile con entrambe le mani, lo calai con forza sulla testa della ragazza. Non mi fermai: continuai a colpire, finché le forze non mi abbandonarono. Mi accanii solo sul volto splendido di quell'angelo, che, dopo il mio lavoro grossolano era scomparso sotto un informe grumo di carne e sangue. Finalmente era morta,  ed io l'avevo uccisa.
Contemplai la mia opera d'arte con lo spirito dell'artista insoddisfatto. Gettai il badile lontano da me, caddi in ginocchio e con la faccia tra le mani, piansi e gridai. Sapevo di aver compiuto qualcosa di terribile, avevo ucciso la purezza e l'innocenza. Qualcosa nel mio animo mi diceva però che non ero stato del tutto sincero con me stesso. Il rimorso che provavo non era dovuto al gesto in sé, ma al fatto che mi era piaciuto. Ogni volta che il badile calava sul suo volto, una parte di me gioiva.
Dopo qualche minuto che mi parve eterno mi rialzai e  raccolsi il badile, trascinai il corpo vicino al muro perimetrale e lo depositai sotto gli alberi. Ora veniva la parte più faticosa e difficile: scavai la fossa in uno stato di semi incoscienza, finii che avevo le dita intirizzite dal freddo. Sollevai il corpo leggero della ragazza e lo gettai dentro, poi cominciai a gettargli sopra a terra. Piansi nuovamente quando la terra coprì il bel viso, ma non mi fermai fino a quando non colmai tutta la buca.
Finito il lavoro ero sporco di terra dalla testa ai piedi. Appoggiai la pala alla lapide, nello stesso posto dove l'avevo trovato e senza curarmi della macchie di sangue sul sentiero e sulla pala, me ne andai. Tornai a casa con la metropolitana ed il cuore stranamente in pace. Tutti mi scansavano a causa del mio aspetto sporco, dovevo sembrare uno di quei barboni incalliti. Arrivò il treno e lo presi a volo. Mi accomodai su un sedile vuoto: a quell'ora il vagone era quasi deserto, ma quando alzai lo sguardo il mio cuore fece un gran tuffo. La vidi, nello stesso modo in cui la vidi la prima volta. Non mi stava guardando, così potei osservarla attentamente. Era sempre bellissima, proprio come la prima volta che l'avevo uccisa, ma più la guardavo più notavo che qualcosa era cambiato. Sebbene le forme del viso e del corpo fossero sempre armoniose e perfette, trasudavano qualcosa di sinistro, di sbagliato.
Finalmente si voltò verso di me e il suo sguardo mi fece gelare il sangue nelle vene. Sorrise malignamente e mi fece segno di avvicinarmi. Le gambe si mossero da sole e mi portarono accanto a lei.
Mi strinse in un abbraccio soffocante. <<Bentornato!>>
In quel momento capii chi fosse la preda e chi il cacciatore.

domenica 23 febbraio 2014

La porta

Questa notte credo di aver fatto un sogno strano, ma ora proprio non mi viene in mente. Ho l'abitudine di appuntarmi tutte quelle stronzate appena sveglio, per questo motivo tengo un blocchetto e una matita sul comodino. Di solito mi alzo sempre per primo, sempre nella stessa posizione in cui mi addormento. Mia moglie ride di queste mie stranezze. Lei è una psicologa, è quindi facile per lei ricollegare i miei comportamenti notturni all'infanzia. Si sbaglia, ho avuto un infanzia felice per quel che mi ricordo.
Come in una classica mattina invernale, il sole  fatica a farsi largo tra le nuvole, il grande occhio dell' orologio appeso al muro segna le 9.00 precise, è ora di alzarsi. Monica, mia moglie, si agita nel sonno, stringe con forza il cuscino e sussurra qualcosa.
E' sabato mattina e mi si prospetta davanti una giornata tranquilla. La stanza è fredda e rabbrividisco quando i miei piedi nudi toccano il pavimento di marmo. Ho addosso solamente un paio di mutande e fa un freddo terribile. Raggiungo il bagno quasi saltellando ed entro in doccia. Nudo, aspetto  il getto bollente.
Se penso che fuori ci sono una moltitudine di gradi sottozero, mi vien la pelle d'oca. Resto sotto l'acqua calda per almeno dieci minuti, concedendomi  il tempo di pensare.
C'è stato qualcosa la notte appena passata, qualcosa che non mi torna e non mi convince. Ricordo di aver sognato casa mia, qualcosa emerge dai meandri bui della mente... è la porta d'ingresso: è stranamente illuminata come se avessero puntato dei fari contro.

Guardo l'orologio, segna le 9.30. Cazzo, sono stato quasi mezz'ora sotto la doccia?  Apro la porta del bagno, coperto solo da un asciugamano attorno alla vita, e  trovo Monica davanti alla porta, con le braccia conserte ed il viso assonnato.
<<Era ora, pensavo fossi morto là dentro>>mi dice
<<Ora e tutta tua.>> Mentre le rispondo, mi piego in un inchino grottesco.
Cerco di schioccarle un bacio furtivo, ma lei è più veloce, mi passa accanto sfiorandomi la faccia con in suoi lunghi capelli. Chiude la porta e dopo poco sento di nuovo lo scrosciare dell' acqua.
Entro in camera cercando i miei vestiti, nascosti sotto le coperte rivoltate, ma qualcosa attira la mia attenzione. Mi volto verso il grande specchio dietro di me. Quando ci siamo sposati, Monica ha insistito tanto per volere lo specchio in quella posizione, proprio davanti al letto. All'inizio ero titubante, quello specchio mi metteva angoscia (e a dir la verità ancora oggi mi turba) ma alla fine ho dovuto cedere. Ora lo specchio è proprio lì, e come io fisso lui, quello fa altrettanto.
Qualche attimo fa tuttavia è successo qualcosa. Quando sono entrato in camera lo specchio ha riflesso i miei movimenti, ma in un momento brevissimo la mia immagine si è bloccata.
Sono sicuro che lo specchio si è fermato. Mi avvicino, e lo tocco.
<<Sarebbe?>> Mi volto, Monica è ferma sulla soglia e mi guarda perplessa.
Ora e solamente ora mi accorgo della situazione in cui mi trovo,  riderei se non fosse dannatamente imbarazzante. L'asciugamano è caduto per terra, sono nudo come un verme, un verme ebete direi, data la mia espressione di totale stupore. Il mio braccio è sollevato a mezz'aria e tocca lo specchio.
<< Hai già finito la doccia?>>
<<Ci mancherebbe, pensi che stia un ora sotto l'acqua?>> Risponde lei con un mezzo sorriso.
<<Un'ora? Che cosa stai...>> M'interrompo mentre il mio sguardo sul grande orologio appeso al muro: segna le 10.30. Mi stacco dal vetro farfugliando qualcosa alla ricerca dei miei vestiti, sotto lo sguardo vigile di mia moglie.
<<C'è qualcosa che non va?>>.
<<No>> cercando un tono di voce calmo e tranquillo. << Tutto a posto.>>

Cinque minuti dopo sono in cucina a versarmi del caffè bollente nella tazza. Monica è seduta sulla poltrona del salotto con le gambe incrociate sulle quali poggia un rivista. La sta sfogliando senza interesse, ogni tanto sbadiglia. Alza lo sguardo, sa sempre quando la sto fissando.
<<Beh, che c'è?>> chiede.
<<Oh, niente niente>> rispondo.
<<Sei sicuro di stare bene stamattina?>>
<<Sì sì sicuro.>>
<<Bene, perchè tra poco dovrei uscire, e non vorrei lasciarti solo a casa ammalato o cose del genere>>
<< Non preoccuparti, ti ripeto che sto benissimo, vai pure.>>


La porta sbatte quando lei esce, sono finalmente solo in casa. Mi accascio sulla poltrona mollemente, pregustando già la quiete e la calma, quando una musica leggera mi costringe ad aprire gli occhi. Il mio primo pensiero va a quel fricchettone del figlio dei vicini, lui e la sua dannata musica elettronica. Ma qualcosa non quadra: non è il solito rumore assordante, e sopratutto non viene dalla parete confinante.
Ascolto con attenzione: si tratta di violini, tanti violini che si sovrappongono l'uno sull'altro. La musica non viene da fuori, ed ora la sento bene, è dentro la casa.
Ma non è possibile, sono in casa da solo!
La musica continua incessante, tanto che mi alzo dalla poltrona e seguo la melodia. Arrivo davanti alla porta del bagno, arriva da lì. Ora ha  assunto dei toni più cupi e ritmati.
La mia mano si muove da sola, piega la maniglia e spinge la porta.
Il locale è vuoto e la musica è terminata, tiro un profondo sospiro di sollievo.
Il caso è chiuso.
Esco in corridoio toccandomi la fronte, è fredda e bagnata.
Raggiungo di nuovo la poltrona e mi siedo pesantemente, abbandonando le braccia e le gambe alla gravità. La paura ha lasciato il posto alla stanchezza. Ho sonno, gli occhi rimangono a fatica aperti. Cerco di rimanere sveglio, ma le palpebre sono pesantissime, apro e chiudo gli occhi, apro e chiudo gli occhi. Intravedo qualcosa, sembra un topo e ha in mano una forchetta.
Finalmente si chiudono. Buio.
Improvvisamente, così come era cessata, la musica riprende, questa volta più allegra, anzi più... folle. Mentre mi alzo, il sonno è completamente sparito. Già m'immagino una schiera di piccoli satiri ballare sulle note di quella musica frenetica.
Sono di nuovo davanti alla porta del bagno, apro la porta e questa volta per mia sfortuna la musica non si ferma. Davanti a me un  essere, che definire deforme è un atto di pietà, sta sbavando sul pavimento. Assomiglia ad un cane antropomorfo, alto quanto il lavandino. La musica cessa finalmente e l'abominio comincia a ridere. Sono impietrito, ho le gambe bloccate, non riesco a muovermi e sto sudando.
Gli occhi della bestia bianchi e sporgenti secernono pus giallo e infetto che cola copiosamente sul pavimento. Ho voglia di vomitare, ma mi trattengo a stento. La bocca della bestia si apre e si chiude ridendo, vedo una fila di denti appuntiti.
Lo sento, vuole la mia carne, vuole sbranarmi pezzo per pezzo.
La risata si è trasformata in un ghigno isterico e cattivo.

<<Svegliati dormiglione!>> La voce che giunge alle mie orecchie è familiare e rassicurante. Quando apro gli occhi vedo la mano di mia moglie sulla mia spalla, lei è li in piedi davanti a me e mi guarda in modo strano. <<Sono rientrata da poco e ti ho sentito parlare nel sonno.>>
Sonno? Vuol dire che non era tutto vero? Scatto letteralmente dalla poltrona e corro in bagno. Non c'è nulla., me lo sono solo sognato.
<<Che hai? Sei strano stamattina, intendo dire più strano del solito>> dice con un mezzo sorriso, ma lo vedo negli occhi che è preoccupata.
<<Niente di che, ho fatto solo un brutto sogno.>>
 Lei se ne va lasciandomi di nuovo solo nel bagno, la sento aprire l'acqua e rovistare tra i piatti e le pentole. Mi accascio sul coperchio del water asciugandomi con la manica le ultime gocce di sudore freddo.
<<Vieni ad aiutarmi, ti preparo qualcosa di speciale oggi>> grida dalla cucina.
Mi alzo dalla tazza ma a metà strada mi fermo. La mia mente ha registrato qualcosa.
Mi chino sotto il lavandino trovo una strana macchia bianca, il pus di quella cosa orribile. E' disgustoso, mi mordo la lingua fino a farla sanguinare per non gridare.
Apro il rubinetto e strofino più volte la mano sotto l'acqua. Quando la tiro fuori è rossa e graffiata. Sempre meglio una mano rossa per l'acqua bollente che lurida per una goccia di pus infetto.
Mi asciugo frettolosamente e mi guardo allo specchio: sì, sono a posto.

Mi guarda perplessa, ma fa finta di nulla, anzi esordisce con un "sai chi ho incontrato oggi?".
Ovviamente non l'ascolto, ho altro a cui pensare. Ogni tanto muovo la testa, fingendo di ascoltare.
Perché tutto questo sta succedendo a me? Che cosa ho fatto? Mi ricordo quando da piccolo, dopo che mio fratello si era sposato e mi aveva lasciato da solo in una stanza enorme, avevo paura di dormire, avevo paura del buio, pensavo che se avessi chiuso gli occhi anche un solo momento una creatura pelosa, (chissà perché era sempre pelosa) mi avrebbe divorato partendo dai piedi.
Ora ho paura che tutta questa irrazionalità abbia preso forma. Che cos'era quella cosa? Perché era li?
<<Ma mi stai ascoltando ?>> .
<< Scusa...mi è venuto un mal di testa fortissimo, credo che andrò a riposare.>>
<<Ma non hai mangiato nulla.>>
<< Non credo di aver troppa fame.>>
Mi alzo dalla sedia e raggiungo la porta, lei mi segue con lo sguardo preoccupato. Cerco di calmarla.
<<Non è niente, solo voglio dormire un poco.>>

La camera da letto è immersa nella penombra, ho l'abitudine di tenere le persiane chiuse. Il letto cigola sotto il mio peso e nel buio rimango a contemplare il soffitto. Dalla cucina arriva il suono della televisione. Monica sta guardando il telegiornale, e la voce del giornalista mi arriva nitida e chiara, è una voce regolare e bassa. Ascolto con attenzione, mia moglie pare non essersi accorta di nulla, ma la voce del giornalista sembra diventare sempre più stridula e nasale, e sempre più vicina. Non la sento più dalla cucina, ma nella stanza.
Mormora nel suo tono stridulo.
Verrò col buio, verrò con le tenebre, avrai paura ad abbassar le palpebre.
Cerco di alzarmi, ma sono bloccato, una forza invisibile mi trattiene incollato al letto. I miei sforzi vengono interrotti dall'ansimare pesante che arriva dai miei piedi. Il cuore sta battendo all'impazzata ma trovo lo stesso il coraggio di guardare. Vedo una sagoma  vagamente umanoide, alta quanto il mobile davanti a me, è di nuovo quel mostro. La testa è  più grande del corpo e le zampe sembrano moncherini. Il cane si abbandona ad un ghigno terribile e fa uscire dalla bocca una lingua troppo lunga, si lecca i denti appuntiti, e serra le mascelle con un scatto.
Un secondo ansimare mi fa girare, altri due esseri sono ai mie fianchi, uno è per terra, l'altro è sul materasso e mi fissano con quegli occhi malvagi.
Posso muovere le braccia e non so con quale coraggio cerco di allontanarli. Ridono.
La risata si fa sempre più forte, sempre più forte finché sento qualcosa di caldo scorrermi dalle orecchie. Sto sanguinando e sono terrorizzato. Credo di essermela fatta addosso.
Gli occhi bianchi delle bestie scintillano e cambiano con una lentezza esasperante in un rosso brillante, lo vedo anche nell'oscurità. L'essere che ansimava ai miei piedi ora è salito sul letto, è su  di me. Affonda le sue unghie spropositatamente  lunghe e affilate nei miei vestiti e nella carne. Il dolore è insopportabile, ovunque mi volti vedo facce demoniache. Faccio l'unica cosa che una persona dotata di ragione farebbe in questo momento. Grido.

Sento qualcosa che mi solleva per le spalle. Vedo  una figura familiare, potrei riconoscerla se non ci fosse così tanta nebbia. Ora mi sto muovendo, non con le mie gambe, certo. Una sirena, diverse persone stanno parlando. Sono due e discutono sommessamente, distinguo poche parole: uno, vedere e qualcos'altro d'importante che non afferro.
Si è fatto di nuovo tutto buio...

Ho appena finito di battere a macchina questa storia raccapricciante. Il delirio e la pazzia ci sono, un finale aperto pure e tante sfumature di senso da lasciare ai lettori. Il mio editore sicuramente gradirà questa piccola perla.
Guardo con soddisfazione i fogli di carta, le parole  si stagliano sullo sfondo bianco. Sembrano tante piccole formiche operose.
L'orologio segna le due, è tempo di recuperare tutte le ore di sonno perse per scrivere questa storia dell'orrore.
Sistemo i fogli sulla scrivania e mi corico sul materasso. Il sonno non tarda ad arrivare.

<<Che cosa hai li?>>
<<L'ho preso al paziente 13, è la storia bislacca di un tizio che impazzisce. Pensa è talmente andato che si crede uno scrittore.>>
I due medici risero sguaiatamente e si fermarono davanti alla camera del paziente. Attraverso il vetro infrangibile potevano vederlo contorcersi ed urlare, faceva così ogni volta che si avvicinavano.
<<E' davvero pazzo. Andiamo a mangiarci qualcosa?>>
<<D'accordo ma che sia vivo e spaventato.>>
Il paziente continuava ad urlare.
<<Buona notte>> dissero i medici e spegnendo la luce.
Quattro luccicanti occhi sanguigni brillarono nel buio.

venerdì 10 gennaio 2014

Il giorno più splendente

La prima cosa che vedo è la sabbia, una distesa sconfinata di sabbia. Davanti a me solamente le dune dorate. 
Il bip elettronico del portale interrompe la contemplazione di quel mare infinito. Quando mi volto, il portale, una scarica di energia azzurra, si sta già richiudendo. Scorgo dall'altra parte qualche frammento del laboratorio, ma solo per poco. Quella piccola anomalia estetica (azzurro chiaro ma vivido di energia contro il giallo-oro della sabbia) scompare. 
Ora sono veramente solo.
Sento il calore del sole e i pesanti vestiti che indosso non aiutano affatto. Sono coperto da una lunga tunica blu che mi scende fino ai piedi. In testa ho una sorta di turbante, il cui unico pregio è quello di raccogliere le gocce di sudore che scivolano sulla fronte. Ma come cazzo facevano a vivere in un posto simile? Sembra di stare all'inferno.
Lo so che imprecare non mi serve a nulla, ne mi tirerà fuori da questa situazione, ma è così appagante.
Dunque la prima cosa che devo fare è orientarmi. Sarebbe molto più difficile se dovessi farlo solo con il sole: per quanto siano cose che ti insegnano all'accademia, sono in un altro tempo, in un luogo sconosciuto e soprattutto non c'è un fottutissimo punto di riferimento. Anche un dannatissimo John Rambo riuscirebbe a perdersi in questo nauseante deserto di nulla.
Fortunatamente ho con me alcuni gingilli, sponsorizzati dal governo centrale degli stati uniti d'Europa, che mi aiuteranno nel compito. Il più utile è sicuramente l'orologio che ho al polso destro. Oltre a segnare le ore (cosa che ora mi risulta inutile) possiede altre diverse funzioni: radio, navigatore (la mappa è già segnata e dettagliata grazie alle spedizioni precedenti), telefono satellitare e segnalatore.
Al fianco, ben visibile, ho una specie di lungo coltello, che eventualmente potrei usare. Agganciato alla coscia, nascosta bene sotto gli strati del vestito, ho uno stocco ad onde. Lo stocco è molto simile ad una di quelle doppiette caricate a pallettoni, ma anziché sparare una rosa di proiettili, emette delle microonde. Il malcapitato che si trovasse nel raggio dell'arma esploderebbe, per via di tutta quell'acqua che ci si porta dietro. Lo stocco è molto utile quando hai a che fare con persone che conoscono solamente spade e archi.
Allaccio stretto, fino a farmi male, lo stocco alla coscia, dopo aver inserito la sicura, e sono pronto a partire. Chiedo all'orologio la direzione. Mi risponde una voce femminile, l'IA dell'aggeggio è particolarmente sviluppata, ma non così autonoma.
<<Buon giorno sergente Mcleod.>>
<<Buon giorno a te...>> dico sentendomi ridicolo, anche in mezzo al deserto.
<<Il mio nome è un insieme di lettere e numeri che farebbe fatica a ricordare ogni volta>> risponde.
Ci penso un attimo.
<<Ti chiamerò Magdalene>> dico ridendo per la spiritosa intuizione.
<<Come vuole sergente>> risponde l'IA, senza alcuna inflessione. Forse non ha capito la battuta.
<<Bene, dammi la direzione allora.>>
<<Il luogo è nord-ovest da qui, con un passo sostenuto arriverà entro sera.>>

La tecnologia dei portali non è all'inizio, ma per qualche strano motivo, l'intelletto umano non riesce mai a raggiungere la perfezione. L'esempio è lampante. Gli scienziati mi hanno assicurato che sarei stato teletrasportato a pochi passi dal luogo, ed invece mi tocca una scarpinata di un giorno. Tremo solamente a pensare con quale imprecisione e inesattezza comparirà il portale dl ritorno. 
Magdalene, la mia bella IA mi rivela che sono molto lontano da qualsiasi rotta commerciale per questo sarà molto difficile trovare una carovana di mercanti. Ringrazio Magdalene per questa dritta così rincuorante.
A pensarci bene, intendo alla situazione in cui mi sono ritrovato, mi sfugge un sorriso. Reminescenze bibliche dell'infanzia mi riportano alla mente Maria Maddalena come una puttana, salvata ad un certo punto della sua vita da Gesù, che la conduce sulla retta via.
E' quello che sta facendo tutt'ora l'IA, ovvero condurmi sulla retta via. Paradossi, e non solo temporali.

Il sole sta calando tingendo il cielo di rosso. Se la missione dovesse protrarsi oltre il tempo necessario, la tuta aderente che indosso sotto il vestito, riciclerebbe ogni mia emissione, da quelle liquide a quelle solide, permettendomi di tirare qualche giorno oltre senza mangiare e soprattutto senza bere.
Qui il buio è veramente fitto, non si riesce a vedere assolutamente nulla quando il sole scompare. Calo sugli occhi il visore, quando ad un certo punto Magdalene mi dice che manca poco all'obbiettivo.
Vedo il piccolo villaggio. Bayti Lahmin, conosciuto meglio con altri nomi. Mi muovo silenziosamente tra le case. Tutte le luci sono spente e gli unici rumori provengono dai recinti in cui sono tenute le bestie, soprattutto le pecore. Cazzo sembra che gli ebrei provino una sorta di venerazione per questi animali.
L'obbiettivo si trova poco fuori il villaggio, appena lo vedo, mi fermo e mi siedo. Ho la schiena appoggiata al muro di una casa. Qui usano solo fango e argilla.
<<Obbiettivo confermato>> mi dice Magdalene.
La zittisco e spengo l'orologio. Non voglio distrazioni.
Ripenso al corso all'accademia, ci stanno preparando per questo tipo di missioni. Nella mia testa il professor Geesback sta facendo una ampia premessa sul perché della missione.
<<L'opinione comune è sempre diversa nei confronti di ogni guerra. C'è l'interesse economico, quelli politico, e quello etnico. Con queste motivazioni la gente rifiuta un altro tipo di motivazione, relegandola a pretesto, o semplice causa secondaria. Lo sapete bene di cosa sto parlando: la religione.>>
<<La religione è il vero motivo di ogni guerra, alla base di ogni conflitto c'è un motivo religioso.Senza la religione, qualsiasi intendo, non ci sarebbero odi, conflitti e quindi guerre.>>

Sono di nuovo attivo: la breve sosta mi è servita a fare mente locale. Raggiungo silenziosamente la capanna, le luci sono ancora accese. Il visore mi mostra una catapecchia fatta d'argilla e di paglia. Attivo il visore termico che e mi delinea il contorno degli esseri viventi. Due adulti (dal colore violetto) sono in piedi attorno al corpo di un bambino (rosso) sdraiato. Accanto a loro vedo il contorno di due animali: asini o forse buoi.
Dopo essermi assicurato che non ci sia nessuno in giro, estraggo lo stocco ad onde e lo carico al massimo.
<<Eliminare l'obbiettivo>> gracchia Magdalene nella sua voce registrata.

<<Non preoccuparti bellezza, l'ho sotto tiro.>>

venerdì 3 gennaio 2014

Febbre

Se guardate bene potreste osservare che sto perfino sorridendo. Il che è strano. La gente che mi circonda ha ben poco da sorridere, con tutto quello che è successo negli ultimi mesi, perfino il più ottimista tra gli stupidi avrebbe un muso lungo fino a terra. Quasi mi sembra di percepire la tristezza e l'angoscia di questo vagone. Nessuno parla, nessuno spinge, i cellulari non squillano, più che un treno sembra solo una bara affollata, ma coi tempi che corrono di bare non se ne vedono più: è più rapido ed economico bruciare i corpi. E' meno doloroso e si è sicuri di fermare il contagio.
Quando è successo a me credevo che fosse giunta ormai la mia ora, ma qualcuno a voluto che non fosse quello il momento ed ora sto bene, e per giunta sono immune. A quello scherzo del destino devo la mia salvezza. Se solo avessi potuto sfuggire a quella triste ironia, ora sarei a dormire con i miei cari.

Ho seppellito personalmente mia moglie e mio figlio in una splendida giornata di luglio. Quando la sentii starnutire per la prima volta, la paura e il timore che potessero essere i sintomi del virus mi passarono sopra come un rullo compressore. Sembra pazzesco come una mente razionale possa essere  ottenebrata da una semplice emozione. Le avevo sempre promesso che l'avrei difesa da qualunque avversità, sarei stato il suo scudo nelle battaglie più difficili. Mi sentivo invincibile. Tutte quelle certezze crollarono come un fragile castello di carte a quel primo starnuto. Lei si accorse del mio stato d'animo angosciato, ma guardandomi come solo lei sapeva fare, mi rassicurò, dicendomi che si trattava di allergia. Ci credetti o forse ci volli credere.
Quella notte non dormii, la sentii tossire e starnutire tutta notte, ad un certo punto gli stessi identici rumori arrivarono dalla cameretta di mio figlio. Sentivo che soffriva e nella mente  immaginavo il suo piccolo torace che si alzava ed abbassava spasmodicamente. Lasciai definitivamente l'idilliaco mondo onirico, dove tua moglie e tuo figlio non muoiono per un banalissimo virus stagionale, e, senza accendere le luci lo raggiunsi. Il suo letto era bagnato dal sudore e un vago odore mi disse che c'era qualcos'altro. Si agitò tra le coperte ma non emise alcun gemito. Gli afferrai la mano ma lui non sembrò accorgersene, la strinsi finché non la sentii più muoversi. Rimasi accanto a lui tutta la notte, e dall'altra camera sentii i ripetuti colpi di tosse di mia moglie.
Quando i primi raggi di un sole troppo caldo invasero la stanza era già morto. La sua mano, ancora serrata alla mia, era fredda.
 Lo lasciai lì com'era, non cercai di sistemarlo.
Quando entrai nella nostra camera da letto, inaugurata solo qualche anno prima, venni colpito dall'acuto odore di sudore e orina. Lei, rivolta sul letto, con ancora indosso il pigiama, bagnato e chiazzato in più punti. Boccheggiava: vedevo la sua bocca cercare freneticamente l'aria come molti notti aveva cercato la mia bocca.
Riuscì a girare la testa e a guardarmi: anche se tutto in quella stanza mostrava i segni di una morte dolorosa, i suoi occhi erano ancora vivi ed intensi. Mi guardava e nei suoi occhi leggevo la paura. Mi avvicinai la baciai sulla bocca e le stetti accanto finché non se ne andò.
Non ebbi nemmeno il tempo di piangere che poco dopo sentì bruciare la gola. Cominciai a respirare a fatica e a tossire. Bene! Era giunta anche la mia ora.

Di quello che successe dopo ricordo ben poco, andavo e venivo come un televisore sintonizzato male. Quando credetti finalmente di morire anch'io tanto era insopportabile il dolore, questo svanì quasi di colpo. Non ci volle molto per riprendere lucidità e mi accorsi di essere stato sdraiato per tutto il tempo sul suo corpo. Avevo il suo odore addosso, e il caldo opprimente  non aveva certo migliorato la situazione. Il tanfo era terribile tanto che vomitai due volte prima di raggiungere l'uscita.
 Prima di tutto mi feci una doccia, ma per quanto mi lavassi non riuscivo a mandare via quell'odore.
Rassegnato raccolsi due sacchi neri per la spazzatura e dopo ore di manovre e mancamenti riuscii a chiudervi dentro sia lei che mio figlio. Feci tutto quanto con la massima indifferenza.
Era come se fossi morto dentro.
Il cimitero era poco distante da casa mia, ma da quel che sembrava era stato abbandonato in tutta fretta. Non dai morti, ovvio, quelli c'erano ancora, anzi ce n'erano più di prima. Non trovai custodi ne qualcuno che potesse darmi una mano, così decisi di bruciare i cadaveri, risparmiandomi una fatica immane.

Passati due anni sembra che tutto sia tornato alla normalità, o ad un certo tipo di normalità, un tipo che proprio non mi piace. I grandi della Terra al sicuro nei loro bunker con un eccezionale riciclaggio d'aria, hanno decise di riunire tutti i superstiti nelle grandi città di ogni stato. Come vedete sono a Milano e questa è la metro rossa, fermata di QT8.
Sto andando al complesso, un centro emergenza costruito in tutta fretta in cui noi, i pochi immuni alla malattia, vengono sottoposti ad esami e test continui in cerca di una cura efficace. A volte mi chiedo perché sto continuando ad aiutare l'umanità, potrei andarmene e scomparire da questa città. Ma forse c'è un perché: voglio ammalarmi anch'io ed andarmene come tutti gli altri. Per questo inconsciamente mi avvicino sempre ai gruppi più numerosi e drizzo l'orecchio per ogni sternuto che sento. Ma sembra che questa dannata immunità sia davvero intaccabile.
Il vagone su cui sto viaggiando è non è pieno, anzi tutto il contrario. La gente cerca di allontanarsi il più possibile e si infastidisce quando qualcuno si avvicina troppo. Non vedrò più quegli incredibili assembramenti che straripavano dal vagone.
C'è una ragazza, direi molto giovane se non avesse occhiaie così pesanti, che, seduta, guarda il suolo con sguardo assente. Poco più in la, un uomo di origine araba, stringe qualcosa al petto, sembra una borsa di plastica. Poi c'è una mamma con il figlio piccolo in braccio e sebbene il figlio sembra scoppiare di salute, la mamma è sciupata e ha i capelli sporchi, che il bimbo ogni tanto afferra per giocare, ma lei non sembra accorgersene. In mezzo al vagone ci sono io appoggiato ad un palo, il mio mezzo sorriso ha attirato diverse attenzioni. Mi guardano di sottecchi due fidanzati seduti in disparte: mostrano i segni della paura. Un tizio corpulento con sotto il naso un paio di folti baffi bianchi mi guarda direttamente con aria di sfida.
So per certo quello che stanno pensando: perché sta sorridendo? E' per caso pazzo o cosa? Bisogna che qualcuno faccia qualcosa per farlo smettere. E via di seguito.
Finalmente lo stallo si rompe e all'altezza di Buonarroti il signore corpulento si avvicina con i pugni chiusi e lo sguardo minaccioso. Ora che mi è vicino riesco sentire l'odore acido del sudore mischiato a quello dolce del vino: l'alito non lasciava dubbi che fosse un avvinazzato, in cerca di guai per di più.
Ma chi sono io per giudicare, in questi tempi così bui?
Lo vedo che freme, che storce la bocca indignato e disgustato.
<<Ragazzo>> mi interpella sgarbatamente. <<La vogliamo finire?.Stai facendo paura a tutti qui con quel tuo dannato sorriso, smettila subito.>>
<<E a lei non faccio paura?>> dico a bassa voce senza smettere di sorridere.
L'uomo non si aspetta certo una risposta del genere, è rosso in volto per la rabbia ma è evidente che ha paura. Immagino stia per insultarmi ma qualcosa non va per il verso giusto, e anziché coprirmi di'improperi mi starnutisce in faccia.
Tutti si voltano spaventati verso di lui; mentre mi pulisco il volto dal muco faccio un passo indietro e mi appoggio alle porte scorrevoli. Il treno è ripartito e si avvicina a Pagano. In tutto questo tempo non ho mai smesso di sorridere.

Vi starete chiedendo perché continuo a sorridere no? Inizia tutto con una certezza, la certezza di non potersi ammalare. Lo so per quanto riguarda il mio caso ma non sono sicuro per gli altri. Teoricamente le città sono aperte solamente ai sani, tutti gli altri vengono lasciati fuori a morire.
Ma non per forza è così, io so che gli altri si ammaleranno prima o poi, ma io no. Come lo so?
Non lo so.
Quello che può passare come sorriso di scherno o di sfida, non è nient'altro che un sorriso amaro, sorrido per non piangere, sorrido perché altrimenti non posso fare.

La paura che quel semplice starnuto possa essere il sintomo di qualcos'altro di ben più pericoloso è letale sta pervadendo tutti quanti sul vagone. Il primo ad essere stupito è proprio l'uomo corpulento che si tocca incredulo il naso. La paura gli ha fatto perdere completamente il colore, ha gli occhi dilatati per la paura, suda parecchio.
Il primo ad agire è l'arabo, grida qualcosa di incomprensibile nella sua lingua e si getta sull'uomo. Quest'ultimo per quanto spaventato reagisce e gli sferra un colpo alla mandibola. Si alza anche il fidanzato e uno tra i vecchi seduti più in là. Riescono a tenere fermo l'uomo: l'arabo cerca con lo  sguardo anche il mio aiuto, ma faccio segno di no con la testa.
Il fidanzato tira il freno d'emergenza e il treno inchioda, cadono uno sopra l'altro, poi rialzatisi goffamente tutti quanti  si guardano spaventati l'un l'altro.
Ma è questione di pochi attimi. L'uomo corpulento viene letteralmente sollevato dall'arabo aiutato dal fidanzato, il vecchio nello stesso momento ha aperto le porte del vagone. Il forte odore di bruciato invade le mie narici ma sembra che gli altri non se ne siano accorti.
La situazione è quasi comica. L'uomo agita le braccia convulsamente, sembra un enorme pesce annaspante. Lo prendono in due e lo gettano fuori: il volo scoordinato termina con un tonfo sordo. Si sente il rumore di un ramo che si spezza e quando l'uomo si rialza capiamo il perché.
L'uomo corpulento sanguina copiosamente dalla fronte, la ferita sembra profonda, molto profonda.
Accecato e contuso cerca a tentoni l'ingresso del vagone, sfortuna vuole lo trova. Sfortuna sua intendo.
La scena si svolge in pochi istanti ma ha la capacità di rimanere impressa nella mente per moltissimo tempo. Il treno riparte e le porte si chiudono sui fianchi dell'uomo salito solo per metà. E' aggrappato alla sbarra di metallo che si trova al centro di ogni scompartimento, le guaine di gomma della porta stringono sull'uomo. Boccheggia e sgambetta fino a che la velocità del treno non diventa eccessiva e sia per la mancanza di fiato che per la scarsa atleticità, smette di correre. Lo vediamo consumarsi proprio davanti noi: il sangue macchia i vetri e se ci fosse la luce anche nelle gallerie potremmo vedere i pezzi di carne e i brandelli di vestiti.
La parte al sicuro, quella nel vagone, grida in modo disumano per poi spegnersi piano piano in rantoli e fiotti di sangue.
Quando arriviamo a Conciliazione è morto, si aprono le porte e il corpo, o quello che ne rimane, scivola sotto il vagone.
Escono dal treno tutti quanti spaventati  da quello che è successo: i due fidanzati escono barcollanti mentre lui cerca di consolare lei, scossa da singhiozzi rotti, invano. Io non scendo, quella non è la mia fermata e nemmeno la loro, ma sono troppo sconvolti per proseguire su quel vagone. L'arabo voltandosi mi getta uno sguardo indecifrabile, non capisco se si tratta di odio o invidia. Si chiudono le porte ed il treno riparte.
Sorrido.