venerdì 18 luglio 2014

Al segnale, applausi!

Il messaggio arrivò all'ora di cena. I programmi abituali s'interruppero improvvisamente. Lo schermo di ogni televisore o computer collegato in rete divenne in un primo momento nero e poi bianco. Sullo sfondo comparve una frase: non ora. Subito dopo si udì una voce cavernosa ripetere la frase. Venne ripetuta due volte, a cinque minuti l'una dall'altra. Lo schermo divenne bianco e poi nero. Come se niente fosse successo i programmi ripresero il loro svolgimento.

Washington D.C, Pentagono, 15 ore dopo il Messaggio
Il presidente era rimasto sveglio tutta la notte a guardare quelle registrazioni. Si faceva portare il caffè, forte come piaceva lui, ad intervalli regolari di due ore. Le parole scorrevano sui trenta monitor della sala principale ma solo uno di essi trasmetteva la voce cavernosa.
Si avvicinò al presidente un giovane tecnico che aveva l'aspetto di uno rimasto sveglio quarantotto ore.
<<Presidente abbiamo qualcosa forse.>> Il suo tono era esausto ma soddisfatto.
Il presidente, i ministri e tutti i generali seguirono il tecnico fino alla sua postazione computer. Tutti gli altri addetti aspettavano con il fiato sospeso.
Il tecnico si sedette e armeggiò con il mouse. Sul monitor apparve un'immagine molto nitida del globo. In un punto imprecisato della Siberia lampeggiava un puntino rosso.
<<E' il luogo?>> Chiese il presidente.
<<Sì signore. Il segnale proviene da quel punto preciso.>>
<<Complimenti>> si congratulò il presidente e gli mise una mano sulla spalla. <<Ora bisogna solamente scoprire il motivo.>>

Stazione Spaziale Internazionale, 2 ore dopo il Messaggio
<<Che cazzo hanno questi strumenti. E' tutto scritto in russo dannazione.>>
Il capitano Caldwell fluttuava a gravità zero nel modulo russo della stazione spaziale. Oltre a lui c'era il suo secondo, Combon, con gli strumenti per la riparazione.
<<Vai a svegliare uno di quegli ubriaconi>> disse irritato il capitano. Uno degli ubriaconi entrò nel modulo. Sembrava agitato.
<<Capitano deve venire subito. C'è un problema.>> Il vecchio accento dell'est era riaffiorato distorcendo le parole del membro russo.
<<Altri problemi Sergeij? Non bastano quelli che abbiamo già?>>
Sergeij Macsimovich non rispose si limitò a scuotere il capo e ad abbandonare il modulo.
<<Forse dovremmo seguirlo, capitano>> suggerì Combon.
Caldwell lo trafisse con lo sguardo e, dopo aver borbottato qualcosa di poco appropriato ad un graduato del suo livello, si diede la spinta verso il modulo europeo.
Quando vi arrivò c'era già tutto l'equipaggio. C'era spazio a sufficienza per tutti e sei nella sala computer. Caldwell salutò il secondo membro russo, Anton, quello europeo e quello giapponese.
<<Allora che succede?>>
Macsimovich gli passò un paio di cuffie. <<Ascolti attentamente.>>
Caldwell appoggiò le orecchie. Sentì solo fruscii e scariche elettrostatiche inizialmente, poi udì la voce. Cavernosa.
<<Non ora!>> Comandò.
Il capitano tolse le cuffie e le passò al russo.
<<Cosa ha sentito capitano?>> domandò Combon.
<<Una voce...>> disse Caldwell visibilmente spaesato.
<<In russo?>> chiese Macsimovich.
<<No non era russo, era in inglese.>> Passò le cuffie a Hiroki, il membro giapponese. <<Ascolta un po'.>>
<<Giapponese. Questa volta è in giapponese>> commentò nel suo inglese stentato.
<<Quando è stato trasmesso per la prima volta?>> Chiese il capitano.
<<Circa due ore fa>> rispose Macsimovich.
<<La sorgente del messaggio. Chi lo sta inviando?>>
Sergeij e Anton si guardarono imbarazzati i piedi. Nella stanza nessuno parlò.
<<Allora?>> chiese nuovamente spazientito il capitano.
<<Non si è capito chi, ma il messaggio arriva dalla Siberia.>>
Caldwell guardò i russi con un espressione indecifrabile. <<Io non so che cazzo stiano combinando quegli ubriaconi al Cremlino, ma giuro che se ne sapete qualcosa...>>
<<Siamo stupiti quanto lei capitano. Non è arrivato nessun ordine da Mosca>> confessò Macsimovich.
Nuovamente cadde il silenzio nel modulo. Caldwell si voltò verso Combon.
<<Apri subito un canale con la Casa Bianca.>> Si rivolse nuovamente ai russi. <<Contattate i vostri capi, questa faccenda va risolta subito.>>

Vaticano, San Pietro, 18 ore dopo il Messaggio
Il cardinale Bentivoglio pregava da qualche ora di fronte all'altare maggiore di San Pietro. Era talmente concentrato da non accorgersi nemmeno del tempo trascorso. Pregava in latino rivolgendosi direttamente al Cristo davanti a lui.
Bentivoglio preferiva pregare in una chiesa tanto monumentale che in qualche piccola cappelletta: per lui la fede non era questione di umiltà e intimità, come diceva il Papa precedente, ma tutto il contrario.
Improvvisamente il Dies Irae risuonò ovattato dalla sua tasca. Si riscosse dalle sue preghiere, fece un frettoloso segno di croce e rispose al telefono.
<<Pronto>>
<<Cardinale, il rapporto>> rispose una voce modificata con qualche apparecchio.
Bentivoglio annuì. <<Arrivo.>>
Si alzò e uscì dalla basilica senza dare le spalle alla croce. All'esterno una folla di fedeli, visibilmente spaventata per quello che stava accadendo, rumoreggiò alla vista del porporato.
Bentivoglio si concesse il tempo di fermarsi e benedirli dal secondo gradino, poi imboccò un corridoio secondario e scomparve alla vista dei fedeli. Stava cominciando a piovere.
Il cardinale si affrettò a raggiungere la stanza nell'immenso complesso del Palazzo Apostolico, dove era stato convocato. Non incontrò nessuno.
Arrivò nella stanza camminando lentamente, aprì le porte e venne accolto da un vago sapore d'incenso.
Vide i due uomini vestiti completamente di nero. Lo stavano attendendo, uno dei due aveva sicuramente fatto la chiamata.
Bentivoglio chiuse le porte a chiave. Appoggiò la fronte alla porta e mormorò a bassa voce una preghiera, quindi si volse verso i suoi ospiti.
<<La stanza è sicura eccellenza. Non ci sono cimici, abbiamo controllato.>>
Bentivoglio annuì. <<Allora è ufficiale?>>
Uno dei due si avvicinò al cardinale e gli porse un cd. <<Questo è tutto il rapporto. La missione ha avuto successo, ancora una volta l'Entità ha trionfato.>> L'uomo era soddisfatto.
<<La sentirò più tardi>> disse il cardinale. <<Una sola domanda. I sospetti erano fondati? Russi?>>
La spia dell'Entità annuì con il capo.
<<Andate allora, noi non ci siamo mai incontrati.>> Concluse il cardinale.

Da qualche parte nella Siberia orientale, Base Lenin, 16 ore dopo il Messaggio
Il vecchio furgone sobbalzava sulla strada dissestata in mezzo alla neve. Viaggiava solitario nella steppa russa.
Nevicava forte, ma il conducente conosceva la strada e cercava di evitare le buche. Nel retro, coperto da un semplice telone ormai fradicio, sedevano sei uomini. Nessuno parlava, cercavano di stringersi nei propri abiti per conservare il calore. Erano tutti scienziati, alcuni russi, alcuni chirghisi e un polacco.
Il furgone era diretto in un luogo inesistente. Non compariva sulle mappe, non era rintracciabile dai satelliti, nemmeno quelli più avanzati. Lì erano diretti gli scienziati.
Finalmente il furgone si fermò, proprio sotto una struttura interamente coperta dalla neve. Il guidatore scese e con in mano un kalashnikov si portò sul retro. Aprì lo sportello e con poche mosse sbrigative fece scendere gli scienziati.
In fila indiana raggiunsero le porte della stazione segreta e vi entrarono. Una voce femminile registrata li accolse in russo.
Gli scienziati vennero presi due a due da soldati vestiti interamente di bianco e vennero scortati nei loro uffici.
Alekseij Kostantin Gregorovich venne scortato assieme al suo collega, per ultimo. Sbrigativamente il soldato gli indicò l'ufficio e il piccolo appartamento.
<<Avete l'ordine di restare quì dentro finchè non verrete convocati. Ogni trasgressione verrà punita con la morte.>>
Alekseij accolse quesll'ultima affermazione con una smorfia ma non si fece vedere dal soldato. Dietro di lui la porta si chiuse e potè guardarsi attorno in quel piccolo posto. Non aveva valigie da disfare, ma solo i vestiti che portava, e il piccolissimo aggeggio che gli avevano innestato nel polso.
Si diresse subito verso il bagno e quello che vide gli piacque. Cercava una cabina doccia e l'aveva trovata. A prì l'acqua al massimo. Controllò che non vi fossero cimici sotto il lavandino e dietro lo specchio. Soddisfatto a quella ricerca attivò l'aggeggio con la parola russa poka.
<<Rapporto giornaliero, tenente Brown. La segretezza con cui siamo stati condotti in questa istallazione è invidiabile. Non ho potuto memorizzare il percorso da Arcangelo fino a qui, ma ci saremo inoltrati nella steppa per chilometri.>>
Si guardò attorno e proseguì. <<Operazione Red Dot, inizio.>>
Vennero a prenderlo un'ora dopo. Scortato per lunghi corridoi completamente bianchi raggiunse i suoi colleghi in un ampio stanzone. Erano disposti in fila, davanti a loro era stato allestito un piccolo podio. Alekseij salutò i colleghi con un cenno sbrigativo e prese posizione di fianco a loro.
Il podio venne ben presto da un uomo anziano, ma vigoroso. Indossava la divisa dell'esercito russo, e le strisce e le decorazione che portava sul petto lo identificavano come un generale. Molto probabilmente il direttore dell'istallazione.
<<Andrò al punto>> disse in un russo fortemente accentato. <<Tra di voi si nasconde una spia.>>
Alekseij rimase impassibile all'esterno ma dentro era un turbinio di emozioni e pensieri.
I soldati comparvero dietro di loro.
<<Voglio essere magnanimo>> continuò il generale. <<La spia si faccia avanti e forse potrà cavarsela con poco.>>
Nessuno si mosse. Alekseij era pronto a schiacciare la capsula di cianuro posta tra i molari.
<<Nessuno eh? Bene.>> Il generale fece un gesto con la mano. I soldati sollevarono i fucili.
Alekseij attese il colpo che non venne. Vide invece accasciarsi lo scienziato polacco accanto lui, colpito dal calcio di un fucile.
<<Portatelo via>> ordinò il generale. Gettò per terra un piccolo registratore molto all'avanguardia, ma non così tanto da superare le difese della base.
Alekseij si sciolse, tutta la tensione gli si scaricò sulle gambe.
<<Ed ora tornate ai vostri posti.>>
Lo riportarono nella sua stanza dove si concesse un breve riposo.
Passò circa una settimana nella quale Alekseij lavorò per i russi, registrando ogni singolo dettaglio della base sotterranea.
Aveva memorizzato attentamente la mappa del primo e del secondo livello dell'installazione, ed aveva carpito anche altre informazioni. Esistevano altri due livelli sotterranei ed uno di controllo, ancora più in basso.
Agì solo dopo due settimane. Dopo aver preso tutte le precauzioni una notte si portò agli ascensori. Aveva rubato, senza farsi notare, una chiave elettronica da un soldato. Strisciò il chip della carta contro il sensore e l'ascensore si aprì. Entrò furtivamente, pigiò l'ultimo pulsante in basso. Le porte si chiusero e l'ascensore cominciò a muoversi verso il basso.
Dopo una discesa che gli parve interminabile l'ascensore raggiunse il piano e si fermò. Le porte si aprirono.
Alekseij venne raggiunto in pieno volto da un destro. Sentì lontano una risata e poi più nulla.

Si risveglio legato ad una sedia e con la testa leggera. Non riusciva a tenere gli occhi aperti a causa di una forte luce puntata sul suo volto.
<<Una piccola spia, ecco cosa ci mandano gli americani. Alekseij Kostantin Gregorovich, ma questo non è il tuo vero nome, vero tenente?>>
Alekseij non rispose al russo. Aveva riconosciuto la voce del generale. Cerco piuttosto la capsula innestata in bocca ma non la trovo.
<<Non affannarti tanto, te l'abbiamo tolta. Così potremo conversare.>>
Alekseij stava sudando sotto quelle luci. Aveva le mani e le caviglie legate ben strette, non si sarebbe liberato.
Le luci si spensero e se ne accesero altre, questa volta sul soffitto. Potè finalmente capire dove si trovava: in una stanza per gli interrogatori.
Il generale era seduto davanti a lui, impeccabile nella sua divisa.
<<Voi americani sempre a dare la colpa a noi russi. Scoppia una bomba nel Pacifico? Colpa dei russi. Guerra civile in Congo? Colpa dei russi. Sempre colpa dei russi.>>
<<Che avete intenzione di fare? Sono stato addestrato da gente peggiore di voi, non riuscirete a cavarmi niente.>>
Il generale sorrise. <<Abbiamo già tutto quello che ci serve.>>
Gli mostro un piccolo congegno di forma rettangolare. Istintivamente Alekseij si guardò il polso: al suo posto vide una benda intrisa di sangue che gli copriva tutta la mano.
<<Ora invieremo questi dati, con qualche nostra piccola aggiunta alle tue autorità. Possiamo dire che la tua missione è conclusa con successo.>>
Il generale si alzò e dalla fondina estrasse la pistola e gliela puntò contro.
<<Un ultima cosa tenente. Non siamo noi ad aver lanciato il messaggio.>>

Londra, Studi della BBC, 16 ore dopo il messaggio
<<Chi si nasconde dietro il messaggio e che cosa vuole? Per rispondere a queste domanda questa sera in studio abbiamo invitato Joshua Penbrock, vescovo di Gloucester e l'ambasciatrice britannica presso la Federazione Russa, Lora Kleine.>> La voce di Harker, il presentatore delle news, suonava calma ma accattivante.
Dopo aver presentato gli ospiti il giornalista fece alcune domande di rito agli ospiti. Quando dalla regia gli diedero l'ok cominciò a porre quei quesiti per i quali la quai totalità del popolo britannico si era sintonizzata sul canale della BBC.
<<Signora Kleine innanzitutto la ringraziamo per aver accettato il nostro invito. Conosciamo tutti il suo lavoro presso l'ambasciata russa a Mosca, un lavoro di grande responsabilità. Come commenta questa fuga di notizie, più o meno ufficiali, secondo cui il messaggio non sia altro che una strategia dei russi per causare una terza guerra mondiale?>>
Kleine si concesse un sorriso ironico.
<<In un momento delicato come questo credo che sia naturale cercare un nemico da accusare. Mi stupisco che non si sia ancora parlato della Repubblica Cinese.>>
<<Dunque lei non crede a queste voci?>>
<<Harker mi ascolti. Faccio questo l'avoro da dieci anni e so come si comportano i russi. Non sono tanto diversi dalla Corea del Nord, abbaiano ma non combinano nulla.>>
<<Allora se escludiamo i russi e i cinesi secondo lei di chi è la colpa?>>
<<Perchè si ostina a chiamarla colpa? Io non vedo nessuna colpa in tutto ciò. Qualcuno, ancora non sappiamo chi, ma le assicuro che è questione di momenti prima di conoscere l'autore, si è divertito a creare un po' di scompiglio tutto qua.>>
<<Quindi secondo lei tutto questo allarmismo è esagerato.>>
<<Ha colto nel segno.>>
Harker sistemò la cartelletta e si rivolse al vescovo.
<<Rinnovo anche a lei i ringraziamenti per la sua partecipazione.>>
<<Grazie a voi per avermi invitato>> rispose pacato il vescovo.
<<Andiamo al dunque. Da quando è comparso il messaggio lei si è fatto portavoce di un movimento escatologico, possiamo chiamarlo così? >>
Il vescovo annuì.
<<Secondo lei, e qui cito testualmente "sono giunti i tempi". Può spiegarci più dettagliatamente?>>
L'alto prelato si sistemò comodamente sulla poltrona e si rivolse al presentatore.
<<Che cosa vuol dire non ora? Non è ora per l'uomo? No signore, io credo che non sia più l'ora per il Male con la M maiuscola. È giunta l'ora per gli uomini di agire con rettitudine, di abbandonare i costumi immorali, le sozzure e le pratiche blasfeme di questa terra per purificarsi e accogliere Dio nel proprio cuore. Il malvagio non avrà scampo, questa è la parola di Dio.>>
Si rivolse direttamente alla telecamere, aveva abbandonato il tono quieto e pacato di poco prima. Puntò il dito contro i telespettatori. <<Pentitevi o le fiamme della dannazione vi bruceranno l'anima!>>
<<Una posizione a dir poco anacronistica>> commentò sarcastica l'ambasciatrice interrompendo il vescovo nella sua invettiva.
<<Non osare contraddire la parola del signore>> la minacciò il vescovo che sembrò aver ripreso tutta la sua verve.
<<Ma non si rende conto delle assurdità che sta dicendo?>>
<<Taci sgualdrina!>> Gridò il vescovo mentre Harker faceva segno di chiudere.
Kleine si alzò rossa in viso. <<E lei si definisce un uomo di chiesa? Ma se ne vada al diavolo!>>
L'ultima cosa che i telespettatori britannici videro, prima che la trasmissione venisse interrotta, fu la piccola pistola nelle mani del vescovo, puntata alla schiena dell'ambasciatrice.

Stazione spaziale internazionale, 48 ore dopo il Messaggio
<<Secondo lei capitano, ha sparato?>>
Caldwell non rispose era troppo impegnato a capirci qualcosa. <<Il mondo sta impazzendo si limitò a dire.>>
Continuavano ad arrivare immagini da tutto il mondo. Isteria di massa e nessuno capiva il perchè. Il messaggio era stato analizzato da teologi, filosofi, psicologi, filologi e tanti altri ologi, e tutti concordavano che non ci fosse nulla di minaccioso, se non il tono della voce.
Eppure da quando tutto era cominciato, l'umanità tutta aveva perso il senno. Caldwell aveva saputo del suicidio di massa di Phoenix, Arizona, dove dodicimila persone si erano suicidate ingurgitando un intruglio fatto di cianuro e latte di soia.
Aveva visto il video della gigantesca esplosione in piazza s. Pietro: un pazzo si era fatto saltare gridando che non c'era più tempo. Migliaia di morti e feriti.
Un cecchino aveva preso di mira il campus della Sorbona uccidendo 122 studenti e mezza dozzina di professori.
Lo schermò della comunicazioni con Houston brillò. Caldwell alzò il microfono, dall'altra parte una voce anonima.
<<Capitano Caldwell.>>
<<Chi Parla?>>
<<Non importa, questa linea è sicura. Le parlo a nome del presidente. Gli Stati Uniti d'America stanno per dichiarare guerra alla Russia, sappiamo che ci sono loro dietro il messaggio.>>
Caldwell era rimasto senza parole.
<<Vogliamo che arresti e prenda in consegna i due membri russi dell'equipaggio fino a nuovo ordine.>>
Caldwell, istupidito non rispose nemmeno.
Ordinò a Combon di prendere le armi ma non disse il perchè.
S'incontrarono con i due membri russi a metà strada tra i moduli. Anche loro erano armati.
<<Cremlino?>> Chiese Caldwell.
<<Da>> rispose Macsimovich.
Nessuno sparò.
La loro attenzione venne catturata da una serie di lampi rossastri che scoppiarono come funghi nell'atmosfera terrestre. Li videro dagli oblò.
Era uno spettacolo terribile, era uno spettacolo affascinante.

Orbita di Giove, 72 ore dopo il Messaggio
In un ambiente completamente estraneo al pensiero umano due essere tentacolari si muovevano nell'oscurità della nave. Parlavano tramite suoni acutissimi, modulando armonie totalmente aliene.
Sembravano entrambi corrucciati.
<<Non è andata come speravamo>> affermò il primo fischiando.
<<No fratello.>>
<<Gli umani sono persone strane, paranoiche.>>
<<Eppure non capisco dove abbiamo sbagliato>> confermò contrito il secondo. Emise un secondo fischio per rimarcare il concetto.
<<Abbiamo sbagliato a pianificare, non ci siamo messi nei loro panni. Finora, in tutti i pianeti che abbiamo incrociato ha funzionato. Gli indigeni smettevano di fare la guerra tra di loro, si disarmavano e si facevano invadere facilmente, senza poter opporre alcuna resistenza.>>
<<Invece questi umani si sono fatti saltare. Hanno distrutto il loro stesso pianeta pur di non farsi conquistare>> concluse secco, con un fischio più grave, il secondo.
<<Siamo stati sconfitti fratello.>>
<<Almeno ci abbiamo provato.>>
Il primo essere azionò con il tentacolo una leva. La nave cambiò forma e sfrecciò nello oltre il sistema, confondendosi nelle oscurità dello spazio siderale.


Nessun commento:

Posta un commento