venerdì 28 marzo 2014

Ti ho visto morire

Aveva le fattezze di un angelo, era bellissima.
Vidi il treno della metro che arrivava e corsi. Se avessi aspettato, se fossi rimasto giù, ora la mia anima sarebbe ancora salva.
Ebbi appena il tempo di appoggiarmi ad un palo, con forti scossoni il treno ripartì.
In quel preciso momento la vidi. Indossava un giubbotto di pelle rosso, vivido e acceso, e un paio di jeans stinti e stretti sulle lunghe gambe. Teneva tra le dita della mano sinistra una borsa di colore grigio, mentre con l'altra si teneva ai sostegni superiori con una grazia squisita. Notai che le sue mani erano coperte da un paio di guanti di pelle  neri, che lasciavano scoperte le dita affusolate e sottili.
Si voltò verso di me solo due volte, incrociando il mio sguardo, eppure il suo volto rimase impresso indelebilmente nella mia testa. Era un opera d'arte degna dei più grandi pittori e scultori, sul suo viso regnava un'armonia di forme e proporzioni che mai vidi in un altro volto di donna. Era la ragazza perfetta, talmente bella da fare male agli occhi.
Portava un cappuccio nero dal quale usciva prorompente un ciuffo di capelli dorati e mossi, lungo fino alle spalle. Aveva due occhi meravigliosi, blu, profondi come la notte, una bocca e un naso perfetti, in totale armonia con il resto del volto.
Non portava  tacchi, ma stivali di cuoio scamosciato; ciononostante era molto più alta di me. Rimasi incantato a guardarla: vedevo solo lei, volevo solo lei. Nel mio sogno meraviglioso della sua contemplazione non  mi accorsi che già molte fermate erano sfrecciate proprio davanti a me.
Ad un certo punto, voltandosi  sembrò notarmi: sul suo volto, fino a quel momento sereno si disegnò un espressione di preoccupazione.
Il treno si fermò in quel preciso momento, la vidi staccarsi dai sostegni e guardandomi, arretrò fino a confondersi con la folla. Scomparve.
Scesi alla stazione successiva, turbato  per quel che era successo. Salii i gradini che portavano all'esterno senza sapere dove stessi andando. Mai come in quel momento nella mia testa aveva regnato una tale confusione, poi quando oramai mi ero convinto di essere stato preda di un sogno dai contorni foschi e torbidi  la vidi nuovamente sulla sommità della scalinata: mi stava aspettando. Appena mi avvicinai, lei scappò, di nuovo. <<Aspetta!>> gridai correndole affannosamente dietro.
Quando uscii lei non c'era più, scomparsa come i sogni al mattino. Mi guardai in giro parecchio spaesato, ero in una zona della città che non conoscevo. C'era ancora luce, ma era scesa la nebbia. Una nebbiolina leggera inconsistente ma pungente, tanto che mi strinsi nel lungo cappotto. Della ragazza non c'era traccia da nessuna parte; seguì l'unica strada che  mi portò in una zona della città mai vista. C'erano un sacco di macchine parcheggiate ma nessun' automobile correva lungo la strada. Mi sentii come un naufrago che avvista una nave, quando vidi le  luci di un edicola.
<<Mi scusi, ha visto passare di qua una ragazza di corsa? Indossava una giacchetta di pelle rossa.>> Fu la prima cosa che mi venne in mente. Non chiesi quale fosse strada per tornare indietro o in quale zona della città mi trovassi. Quella ragazza era entrata prepotentemente nella mia testa e non voleva andarsene, né io volevo cacciarla. Mi sentii subito dannatamente stupido, anche perché la vecchia che stava dietro il bancone mi aveva guardato stupita e allarmata. Dovevo sembrarle un tossico o un pazzo.
<<Non ho visto nessuna ragazza>> rispose in fretta facendomi capire che la conversazione era chiusa. Decisi di non insistere e me ne andai. La nebbia era calata ora più che mai, sembrava di camminare in un mare di latte condensato. Cercai la strada per la metropolitana, ma mi persi e mi trovai davanti ad un pub. Guardai l'orologio, erano quai le sei di sera: non era troppo presto per farmi una birra. Mi sedetti ad un piccolo tavolo circolare nell'angolo vicino alla grande vetrata che dava sulla strada. Il locale non era troppo affollato, intravidi nella foschia due o tre avventori al bancone e sentii gli schiamazzi di un gruppo di ragazzi seduti ad un grande tavolo rettangolare. Mi si avvicinò una cameriera, una ragazza poco più giovane di me, sicuramente un' universitaria.
<< Cosa le porto? >> chiese gentilmente.
<<Una media scura>> risposi distratto. La giovane se ne andò lasciandomi ai miei pensieri. Poco dopo il gruppo di studenti uscì da locale, nello stesso momento con un sorriso la giovane cameriera lasciò sul tavolo il bicchiere.
<<Quant'è?>> chiesi.
<<Cinque>>rispose.
Tirai fuori dal portafoglio una banconota da venti <<Tieni.>> La ragazza guardò prima me, poi la banconota, stupita. <<Prendila come mancia>> la rassicurai.
Prese la banconota incerta.
<<Aspetta un momento>> le dissi. << Sto cercando una ragazza, alta, bionda, con un giubbotto di pelle rosso. La conosci?>>
Un altro buco nell'acqua: rispose di non conoscerla e se ne andò lasciandomi ai miei pensieri e alla mia birra. Ero di nuovo al punto di partenza: non avevo ancora scoperto chi fosse la ragazza ne dove fosse finita. Per di più mi ero anche perso e come unica compagnia avevo una birra dall'aspetto parecchio annacquata.
Ne scolai più di metà in pochi sorsi, malgrado tutto scese in gola come ambrosia. La finii velocemente e ne ordinai un'altra. Alla fine della seconda l'alcool era entrato in circolo e cominciava a fare effetto. Non ero ubriaco, ma allegro: la nebbia che c'era all'esterno era piano piano entrata nel mio cervello, distorcendo ulteriormente la realtà circostante. Eppure stavo bene, mi sentivo leggero. Ero perfino riuscito a dimenticare quella ragazza, quando la vidi passare fuori dal locale. Mi sfregai gli occhi credendo di avere un'allucinazione; ma non lo era, era vera. Mi alzai di scatto lasciando i soldi sul tavolo; sentii un bicchiere di vetro andare in frantumi per terra.
Appena uscii ebbi la sensazione, che,  mentre ero dentro a bere, qualcuno avesse cancellato il mondo intero. Era calata la notte e con la nebbia, sempre più fitta, diventava difficile vedere anche le proprie mani. Corsi nella stessa direzione della ragazza, ma inciampai e caddi battendo il naso sull'asfalto. Sentii un liquido caldo colare dalla fronte e dal naso, avevo un occhio accecato dal sangue.
Sangue rosso come il giubbotto della ragazza, che vidi a pochi metri davanti a me.
<<Fermati>> biascicai, ma era già scomparsa dietro l'angolo. Mi rialzai a fatica e dolorante, deciso però a non perderla di vista di nuovo. Era difficile starle dietro, sembrava non stesse toccando terra, ma fluttuando sulla punta dei piedi. Attraversò il cancello di ferro di un parco, cinto da un alto muro di mattoni. I lampioni davano una luce lattiginosa, permettendomi di vederla ad intermittenza. Finalmente terminò la sua lunga corsa e si sedette su quella che sembrava una panchina di pietra. Mi avvicinai asciugandomi il sangue, i tagli facevano un male dell'inferno. Ero stremato, forse per colpa della corsa o della troppa birra. Sentivo sulla mia schiena un peso immane, come se mi avessero caricato di mattoni.
<<Ciao>> mi disse con tutta naturalezza, come se non avessi dovuto rincorrerla per mezza città, come se ci conoscessimo da sempre.
<<Non scappare per piacere ti prego>> le dissi a fatica, quasi implorandola. Mi faceva male perfino parlare.
<<Oh>> sorrise leggermente <<dove vuoi che vada?>>
Anche in quell'atmosfera surreale da romanzo gotico lei era bellissima, così bella che sembrava quasi impossibile non amarla. Mi avvicinai a lei, cautamente, realizzando che era seduta su una lapide. Per nulla turbato le presi il viso tra le mani e la baciai, non oppose resistenza.
Stava nascendo dentro di me un sentimento ambiguo: volevo colpirla, farle male, sentire il suo sangue caldo sulle braccia.
Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi e poi sulle sue bellissime gambe, finché sentii sotto i polpastrelli il marmo freddo della lapide . C'era appoggiato qualcosa, sembrava un bastone. Lo raccolsi scoprendo trattarsi di un badile. Lei intuì in qualche modo le mie intenzioni e accosto le sue labbra al mio orecchio. <<Fallo!>> mi disse bisbigliando. Quella che in origine era solo idea in potenza, lo divenne in atto. La mia volontà si sottomise completamente alla sua.
Mi staccai da quel contatto e, impugnato il badile con entrambe le mani, lo calai con forza sulla testa della ragazza. Non mi fermai: continuai a colpire, finché le forze non mi abbandonarono. Mi accanii solo sul volto splendido di quell'angelo, che, dopo il mio lavoro grossolano era scomparso sotto un informe grumo di carne e sangue. Finalmente era morta,  ed io l'avevo uccisa.
Contemplai la mia opera d'arte con lo spirito dell'artista insoddisfatto. Gettai il badile lontano da me, caddi in ginocchio e con la faccia tra le mani, piansi e gridai. Sapevo di aver compiuto qualcosa di terribile, avevo ucciso la purezza e l'innocenza. Qualcosa nel mio animo mi diceva però che non ero stato del tutto sincero con me stesso. Il rimorso che provavo non era dovuto al gesto in sé, ma al fatto che mi era piaciuto. Ogni volta che il badile calava sul suo volto, una parte di me gioiva.
Dopo qualche minuto che mi parve eterno mi rialzai e  raccolsi il badile, trascinai il corpo vicino al muro perimetrale e lo depositai sotto gli alberi. Ora veniva la parte più faticosa e difficile: scavai la fossa in uno stato di semi incoscienza, finii che avevo le dita intirizzite dal freddo. Sollevai il corpo leggero della ragazza e lo gettai dentro, poi cominciai a gettargli sopra a terra. Piansi nuovamente quando la terra coprì il bel viso, ma non mi fermai fino a quando non colmai tutta la buca.
Finito il lavoro ero sporco di terra dalla testa ai piedi. Appoggiai la pala alla lapide, nello stesso posto dove l'avevo trovato e senza curarmi della macchie di sangue sul sentiero e sulla pala, me ne andai. Tornai a casa con la metropolitana ed il cuore stranamente in pace. Tutti mi scansavano a causa del mio aspetto sporco, dovevo sembrare uno di quei barboni incalliti. Arrivò il treno e lo presi a volo. Mi accomodai su un sedile vuoto: a quell'ora il vagone era quasi deserto, ma quando alzai lo sguardo il mio cuore fece un gran tuffo. La vidi, nello stesso modo in cui la vidi la prima volta. Non mi stava guardando, così potei osservarla attentamente. Era sempre bellissima, proprio come la prima volta che l'avevo uccisa, ma più la guardavo più notavo che qualcosa era cambiato. Sebbene le forme del viso e del corpo fossero sempre armoniose e perfette, trasudavano qualcosa di sinistro, di sbagliato.
Finalmente si voltò verso di me e il suo sguardo mi fece gelare il sangue nelle vene. Sorrise malignamente e mi fece segno di avvicinarmi. Le gambe si mossero da sole e mi portarono accanto a lei.
Mi strinse in un abbraccio soffocante. <<Bentornato!>>
In quel momento capii chi fosse la preda e chi il cacciatore.

Nessun commento:

Posta un commento