Nero
Sapete
come si dice no, l'uomo giusto al momento sbagliato.
Quando
ho aperto la porta lei era nel letto con un altro, vestita. Si
muovevano convulsamente l'uno sopra l'altro. Caricai la mia arma,
puntai alla nuca dello stronzo e sparai.
Bang!
Bang! Bang! Due, tre, quattro colpi a segno. Il bastardo cadde morto
senza neanche una goccia di sangue.
Mi
accosta al corpo caldo e lo rigirai con uno strattone mentre la mia
donna, quella puttana, gridava silenziosa e spaventata. Le ringhiai
contro a bocca chiusa.
Il
volto del bastardo mi era noto, conoscevo quel tipo, Jack Romanelli,
un perdigiorno del bar sulla ventiduesima.
A
quanto pare le piacciono gli scansafatiche. Buono a sapersi.
Le
rivolsi un' occhiata truce e le intimai di starsene zitta.
Raccolsi
le mie poche cose dal cassetto accanto al letto: un paio di dollari
inconsistenti e un vecchio orologio donatomi da mio padre.
Lasciai
l'appartamento così come ero entrato, senza dire una parola.
L'appartamento
che condividevo con lei era squallido, miserabile direste voi. I muri
era coperti di muffa, il pavimento di legno era sconnesso e di notte
si sentivano i topi correre tra i muri.
Ma
dannazione era il nostro nido d'amore, e lei ha voluto rovinare
tutto.
Dovevo
immaginarlo in giorno in cui l'ho sposata in quella piccola chiesetta
di Las Vegas. Avrei dovuto capire che non le sarei bastato.
Bah!
L'aveva voluto lei, meglio non pensarci.
Scesi
le scale appoggiando il palmo della mano ad un corrimano intangibile
e mi ritrovai ben presto in strada.
Le auto
sfrecciavano lungo la strada, trasparenti, cristalline. Passanti per
ogni dove: sul marciapiede, fermi all'angolo a guardare curiosi il
ragazzino strillone con le news della costa ovest oppure fermi ad
attendere il tram.
Scansai
un uomo che stava gesticolando con una pupa mozzafiato, gli feci un
sorriso d'intesa e lui, di rimando, mi strizzò l'occhio.
M'incamminai
lungo la strada, seguendo il flusso della gente. Con le mani nelle
tasche che non avevo e una melodia, che nessuno poteva sentire, in
gola girai l'angolo.
Superai
il ragazzetto. Vagavo senza alcuna meta e senza alcun pensiero.
Questo mio peregrinare mi condusse ad un bar, una bettola. In quel
momento mi andava qualsiasi cosa.
Entrai,
mi accolse l'atmosfera fumosa del tipico locale di periferia
malfamato. Cinque a uno che apparteneva alla mafia. Mi sedetti su uno
degli sgabelli alti. Dio se era scomodo!
Il
barista era un uomo tozzo e tarchiato. Mi vide e sorrise, forse a
causa della maglietta a righe e delle bretelle, forse a causa del
cerone in faccia.
Indicai
la bottiglia di Gin. Me ne versò un grosso bicchiere che non
traboccava. Me lo versai in bocca al vetro.
Non
sentii affatto la sensazione di calore lungo tutto la gola. Ne presi
un altro, bevvi, pagai e uscii.
Una
volta fuori ma mi aspettava una sorpresa.
Qualcuno
aveva chiamato gli sbirri. Erano in due, armati. Le loro armi
puntavano contro di me.
Mi
indicarono di stendermi a terra, cosa che non feci. D'istinto
scappai.
Pensavo
di riuscirci ma quei bastardi sfoderarono la loro arma segreta. Figli
di puttana!
Lanciarono
il lazo. Mi bloccarono le braccia ma non volevo dargliela vinta.
Cominciai a tirare.
Ci
cimentammo in un assurdo tiro alla fune finchè non prevalsero.
Mi
sbatterono in gattabuia, le sbarre sembravano più fredde della morte
stessa. Cercai di uscire ma ero bloccato su tutti i lati, anche
sopra.
Mi
giudicarono sommariamente e venni ritenuto colpevole.
Il
giorno della mia esecuzione era già stato stabilito. Venne anche lei
ed era diversa. Sul viso bianco era disegnata un lacrima nera.
Fu
l'ultima cosa che vidi.
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