sabato 13 settembre 2014

Nero

Sapete come si dice no, l'uomo giusto al momento sbagliato.
Quando ho aperto la porta lei era nel letto con un altro, vestita. Si muovevano convulsamente l'uno sopra l'altro. Caricai la mia arma, puntai alla nuca dello stronzo e sparai.
Bang! Bang! Bang! Due, tre, quattro colpi a segno. Il bastardo cadde morto senza neanche una goccia di sangue.
Mi accosta al corpo caldo e lo rigirai con uno strattone mentre la mia donna, quella puttana, gridava silenziosa e spaventata. Le ringhiai contro a bocca chiusa.
Il volto del bastardo mi era noto, conoscevo quel tipo, Jack Romanelli, un perdigiorno del bar sulla ventiduesima.
A quanto pare le piacciono gli scansafatiche. Buono a sapersi.
Le rivolsi un' occhiata truce e le intimai di starsene zitta.
Raccolsi le mie poche cose dal cassetto accanto al letto: un paio di dollari inconsistenti e un vecchio orologio donatomi da mio padre.
Lasciai l'appartamento così come ero entrato, senza dire una parola.
L'appartamento che condividevo con lei era squallido, miserabile direste voi. I muri era coperti di muffa, il pavimento di legno era sconnesso e di notte si sentivano i topi correre tra i muri.
Ma dannazione era il nostro nido d'amore, e lei ha voluto rovinare tutto.
Dovevo immaginarlo in giorno in cui l'ho sposata in quella piccola chiesetta di Las Vegas. Avrei dovuto capire che non le sarei bastato.
Bah! L'aveva voluto lei, meglio non pensarci.
Scesi le scale appoggiando il palmo della mano ad un corrimano intangibile e mi ritrovai ben presto in strada.
Le auto sfrecciavano lungo la strada, trasparenti, cristalline. Passanti per ogni dove: sul marciapiede, fermi all'angolo a guardare curiosi il ragazzino strillone con le news della costa ovest oppure fermi ad attendere il tram.
Scansai un uomo che stava gesticolando con una pupa mozzafiato, gli feci un sorriso d'intesa e lui, di rimando, mi strizzò l'occhio.
M'incamminai lungo la strada, seguendo il flusso della gente. Con le mani nelle tasche che non avevo e una melodia, che nessuno poteva sentire, in gola girai l'angolo.
Superai il ragazzetto. Vagavo senza alcuna meta e senza alcun pensiero. Questo mio peregrinare mi condusse ad un bar, una bettola. In quel momento mi andava qualsiasi cosa.
Entrai, mi accolse l'atmosfera fumosa del tipico locale di periferia malfamato. Cinque a uno che apparteneva alla mafia. Mi sedetti su uno degli sgabelli alti. Dio se era scomodo!
Il barista era un uomo tozzo e tarchiato. Mi vide e sorrise, forse a causa della maglietta a righe e delle bretelle, forse a causa del cerone in faccia.
Indicai la bottiglia di Gin. Me ne versò un grosso bicchiere che non traboccava. Me lo versai in bocca al vetro.
Non sentii affatto la sensazione di calore lungo tutto la gola. Ne presi un altro, bevvi, pagai e uscii.
Una volta fuori ma mi aspettava una sorpresa.
Qualcuno aveva chiamato gli sbirri. Erano in due, armati. Le loro armi puntavano contro di me.
Mi indicarono di stendermi a terra, cosa che non feci. D'istinto scappai.
Pensavo di riuscirci ma quei bastardi sfoderarono la loro arma segreta. Figli di puttana!
Lanciarono il lazo. Mi bloccarono le braccia ma non volevo dargliela vinta. Cominciai a tirare.
Ci cimentammo in un assurdo tiro alla fune finchè non prevalsero.
Mi sbatterono in gattabuia, le sbarre sembravano più fredde della morte stessa. Cercai di uscire ma ero bloccato su tutti i lati, anche sopra.
Mi giudicarono sommariamente e venni ritenuto colpevole.
Il giorno della mia esecuzione era già stato stabilito. Venne anche lei ed era diversa. Sul viso bianco era disegnata un lacrima nera.

Fu l'ultima cosa che vidi.

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