mercoledì 2 aprile 2014

I figli del millennio

Mi hanno chiamato in mille modi: l'eletto, il prescelto, qualcuno mi chiamava Gesù Cristo (ma chi è questo Gesù ?) ma mai nessuno si prese la briga di ricordare il mio nome. Non ho un nome altisonante, non ho il nome di re o di imperatori (anche se non ne ho conosciuto neanche uno). Il mio è un nome semplice. Mi chiamo Ivan Maxim Maximovich. Lo so non vi dice niente, ma vi assicuro che sono una persona importante. Grande Ammiraglio dell' armata dei bambini, ultimo della generazione e blà blà blà.
Il merito di quello che sono diventato, lo  ammetto, va ad una bomba, ma non bomba inteso come una ragazza dalle curve generose, come potrebbe pensare qualcuno di mia conoscenza, bensì ad un ordigno, specificatamente un ordigno nucleare.

Forse prima però conviene fare un grande passo indietro: era il millenovecentonovanta ed il mondo era sull' orlo di una guerra nucleare, mai si seppe chi sganciò la prima bomba. U. R. R. S. e Stati Uniti si annichilirono in un solo giorno di conflitto. Io nacqui quel giorno. Mia madre morì investita da una massiccia dose di radiazioni e così mio padre e pure tutti i medici in sala parto e nell'ospedale. Probabilmente non me la sarei cavata ed ora non sarei qui a comandare una nazione se Piotr non m'avesse trovato. Piotr era un barbone che durante l'attacco si era rifugiato nelle metro di Mosca e che ne era uscito subito dopo spinto dal suo hobby preferito: sciacallare. Non riuscì mai a capire come sopravvisse alle radiazioni, ma ho qualche teoria in proposito, riguardanti il troppo (o troppo poco) alcool che gli girava nel corpo in quel momento. Mi trovò tra i calcinacci, e quel suo vecchio cuore da ubriacone lo spinse a raccogliermi e a portarmi al sicuro.
 Crebbi forte ed in salute, ma sopratutto immune alle radiazioni. Piotr morì il giorno del mio decimo compleanno come molti altri del resto. Sembrava che tutti coloro che non fossero nati quel giorno, ma che semplicemente  fossero sopravvissuti a quel giorno, nel giro di qualche anno morissero. Lo constatai con Piotr e con gli altri del rifugio. Alla fine rimasi solo io, avevo dieci anni in un mondo sconosciuto. Inizialmente pensai di essere l' ultimo sopravvissuto, l'ultimo compagno della grande madre Russia. Vagavo per le immense rovine di Mosca senza una meta quando incontrai lei.
Si chiamava Anja. Anja e basta. Non mi stupì più di tanto quando mi disse di aver dieci anni. Mi raccontò una storia che per certi versi era simile alla mia. Nata durante il bombardamento, sopravvissuta per miracolo, raccolta dai rifugiati ed infine sopravvissuta a  tutti quanti. Mi disse che conosceva un posto dove potevamo stare, tra le rovine di  Mosca. Raggiungemmo il posto in poche ore, non pativamo le radiazioni questo è vero, ma il freddo lo sentivamo eccome. Mai sentii così tanto freddo in vita mia. Il luogo, come tutto il resto, era un cumulo di rovine e lamiere, la prima notte creammo un posto riparato con pezzi di auto e legname. Faceva davvero freddo ma, miracolo o no, sopravvivemmo.
Il mattino seguente con tanto olio di gomito costruimmo una casupola, dotata perfino di una finestra di vetro. Faceva schifo a vedersi, ma l'avevamo costruita noi e ci rendeva orgogliosi. Era la nostra reggia.
Ogni notte accendevamo due o tre fuocherelli fuori dalla baracca, per avvisare che eravamo li, chiunque fosse passato. A quel tempo avevo già un idea in proposito ma la condivisi con Anja solo qualche anno dopo. I fuochi funzionarono a dovere ed in poco tempo fummo raggiunti da altri ragazzi.
Era il duemilauno ed eravamo già milleduecentocinquantasette a popolare la zona. Nel duemiladieci  il villaggio ospitava circa ventitre milioni di abitanti. Tutti coetanei. Abbiamo ricostituito in breve tempo la civiltà, il villaggio era stato ribattezzato Nuova Mosca (lo so lo so, la fantasia scarseggia), io e Anjia fummo  eletti re e regina, più tutti quei titoli sopracitati.
Vivevamo in pace e serenità, non c'erano  furti o omicidi, sommosse o rivolte, niente di tutto questo; sembrava che la violenza si fosse esaurita quando era stato premuto l'ultimo bottone. Questo non significava però che non ci fossero problemi.
Vi ho già detto quanti eravamo nel duemiladieci no? Solo nel duemilaquattordici eravamo tre milioni e l'anno successivo meno di due. Ci fu chi se ne andò, forse desideroso di fondare una sua comunità, chi invece morì a causa delle nuove malattie contro le quali eravamo impreparati, ma soprattutto in questi anni non nacque alcun bambino. Non avevamo più le conoscenze dei nostri genitori per far fronte a questa emergenza. Tutti ci provammo, perfino io e Anja, ma ogni bambino che nasceva viveva per soli cinque minuti. Eravamo disperati nel giro di un anno la razza umana si sarebbe estinta.
Io tuttavia credevo di saper come risolvere la situazione.
Chiesi ad alcuni amici di preparare i bagagli e di aspettarmi davanti alle mura di Nuova mosca, poi chiamai tutta la popolazione in assemblea. <<Amici cari , questa sera non dovrete preoccuparvi, giacete con le vostre donne. Vi assicuro che non avrete nulla da temere. Io vi salverò. Nasceranno i figli del millennio, tra nove mesi a partire da oggi, i nostri figli, i nuovi abitatori del mondo.>>
 Pronunciai le ultime parole con enfasi ed ottenni l'esito sperato. Vidi i volti sorridenti di coloro che tornavano a casa fiduciosi del mio operato.
Anja mi guardò con un espressione indecifrabile. <<Dimmi di tornare a casa e io tornerò>> mi disse con la voce rotta dal pianto. Probabilmente aveva visto i preparativi ed i bagagli, non ebbi cuore di lasciarla li, così le dissi di venire con me.
Camminammo per giorni e solo io sapevo dove stavamo andando e perché stavamo facendo quel viaggio, solo Anja intuì qualcosa quando raggiungemmo il Complesso. Durante i miei sedici anni di regno avevo sentito parlare del Complesso; un enorme installazione militare al centro di Mosca, dove, sempre secondo le voci, erano state lanciate le bombe. Ci impiegammo nove ore ad arrivare nel sottosuolo di Mosca e trovare uno delle migliaia d' ingressi al Complesso. Purtroppo per noi era chiuso. Ci spostammo speranzosi attraverso la città deserta ancora per altre nove ore e trovammo un altro ingresso. Chiuso.
Camminammo ancora per parecchie ore, preoccupati per le scorte quando finalmente trovammo un ingresso aperto. Il Complesso era un intricato dedalo di corridoi bui e cunicoli; sbagliammo parecchie volte la strada e camminammo ore prima di arrivare al nucleo. Il nucleo era il luogo più interno, nascosto e sopratutto più protetto. Un enorme stanzone circolare completamente di vetro; al suo interno strani monitor e schermi di varia grandezza ammiccavano al buio. Funzionano! Pensai. Cominciai a cercare osservato dai miei compagni, fino a che non trovai quel che stavo cercando.
Quella notte ci accampammo li e ripartimmo il giorno dopo, nove ore e fummo di ritorno a Nuova Mosca.

Sono passati nove mesi dal primo viaggio al complesso, ora sono di  nuovo qui al buio, ma non da solo, c'è Anja accanto a me.
<<Sei sicuro?>> mi sussurra all'orecchio tenendomi la mano.
<<Certo lo sai anche tu che è l'unico modo>> rispondo.
<<Già, forse è davvero così.>>.
Esito un momento poi sento la sua mano sulla mia, il suo palmo sul mio dorso, il  mio palmo sul bottone. Schiaccio. Dopo meno di un minuto sento la terra tremare, i missili sono partiti ed esplosi. Fuori si sta scatenando l' inferno. Sento bussare alla porta ma forse è solo la mia immaginazione. Anja piange, mi siedo vicino a lei.
E' passata un ora da quando sono esplose le bombe. Assieme a noi altre persone stanno emergendo, ovviamente siamo immuni alle radiazioni ma non è questo che ci preoccupa. Dobbiamo cercare i bambini, che concepiti nove mesi fa, oggi, sono nati.

venerdì 28 marzo 2014

Ti ho visto morire

Aveva le fattezze di un angelo, era bellissima.
Vidi il treno della metro che arrivava e corsi. Se avessi aspettato, se fossi rimasto giù, ora la mia anima sarebbe ancora salva.
Ebbi appena il tempo di appoggiarmi ad un palo, con forti scossoni il treno ripartì.
In quel preciso momento la vidi. Indossava un giubbotto di pelle rosso, vivido e acceso, e un paio di jeans stinti e stretti sulle lunghe gambe. Teneva tra le dita della mano sinistra una borsa di colore grigio, mentre con l'altra si teneva ai sostegni superiori con una grazia squisita. Notai che le sue mani erano coperte da un paio di guanti di pelle  neri, che lasciavano scoperte le dita affusolate e sottili.
Si voltò verso di me solo due volte, incrociando il mio sguardo, eppure il suo volto rimase impresso indelebilmente nella mia testa. Era un opera d'arte degna dei più grandi pittori e scultori, sul suo viso regnava un'armonia di forme e proporzioni che mai vidi in un altro volto di donna. Era la ragazza perfetta, talmente bella da fare male agli occhi.
Portava un cappuccio nero dal quale usciva prorompente un ciuffo di capelli dorati e mossi, lungo fino alle spalle. Aveva due occhi meravigliosi, blu, profondi come la notte, una bocca e un naso perfetti, in totale armonia con il resto del volto.
Non portava  tacchi, ma stivali di cuoio scamosciato; ciononostante era molto più alta di me. Rimasi incantato a guardarla: vedevo solo lei, volevo solo lei. Nel mio sogno meraviglioso della sua contemplazione non  mi accorsi che già molte fermate erano sfrecciate proprio davanti a me.
Ad un certo punto, voltandosi  sembrò notarmi: sul suo volto, fino a quel momento sereno si disegnò un espressione di preoccupazione.
Il treno si fermò in quel preciso momento, la vidi staccarsi dai sostegni e guardandomi, arretrò fino a confondersi con la folla. Scomparve.
Scesi alla stazione successiva, turbato  per quel che era successo. Salii i gradini che portavano all'esterno senza sapere dove stessi andando. Mai come in quel momento nella mia testa aveva regnato una tale confusione, poi quando oramai mi ero convinto di essere stato preda di un sogno dai contorni foschi e torbidi  la vidi nuovamente sulla sommità della scalinata: mi stava aspettando. Appena mi avvicinai, lei scappò, di nuovo. <<Aspetta!>> gridai correndole affannosamente dietro.
Quando uscii lei non c'era più, scomparsa come i sogni al mattino. Mi guardai in giro parecchio spaesato, ero in una zona della città che non conoscevo. C'era ancora luce, ma era scesa la nebbia. Una nebbiolina leggera inconsistente ma pungente, tanto che mi strinsi nel lungo cappotto. Della ragazza non c'era traccia da nessuna parte; seguì l'unica strada che  mi portò in una zona della città mai vista. C'erano un sacco di macchine parcheggiate ma nessun' automobile correva lungo la strada. Mi sentii come un naufrago che avvista una nave, quando vidi le  luci di un edicola.
<<Mi scusi, ha visto passare di qua una ragazza di corsa? Indossava una giacchetta di pelle rossa.>> Fu la prima cosa che mi venne in mente. Non chiesi quale fosse strada per tornare indietro o in quale zona della città mi trovassi. Quella ragazza era entrata prepotentemente nella mia testa e non voleva andarsene, né io volevo cacciarla. Mi sentii subito dannatamente stupido, anche perché la vecchia che stava dietro il bancone mi aveva guardato stupita e allarmata. Dovevo sembrarle un tossico o un pazzo.
<<Non ho visto nessuna ragazza>> rispose in fretta facendomi capire che la conversazione era chiusa. Decisi di non insistere e me ne andai. La nebbia era calata ora più che mai, sembrava di camminare in un mare di latte condensato. Cercai la strada per la metropolitana, ma mi persi e mi trovai davanti ad un pub. Guardai l'orologio, erano quai le sei di sera: non era troppo presto per farmi una birra. Mi sedetti ad un piccolo tavolo circolare nell'angolo vicino alla grande vetrata che dava sulla strada. Il locale non era troppo affollato, intravidi nella foschia due o tre avventori al bancone e sentii gli schiamazzi di un gruppo di ragazzi seduti ad un grande tavolo rettangolare. Mi si avvicinò una cameriera, una ragazza poco più giovane di me, sicuramente un' universitaria.
<< Cosa le porto? >> chiese gentilmente.
<<Una media scura>> risposi distratto. La giovane se ne andò lasciandomi ai miei pensieri. Poco dopo il gruppo di studenti uscì da locale, nello stesso momento con un sorriso la giovane cameriera lasciò sul tavolo il bicchiere.
<<Quant'è?>> chiesi.
<<Cinque>>rispose.
Tirai fuori dal portafoglio una banconota da venti <<Tieni.>> La ragazza guardò prima me, poi la banconota, stupita. <<Prendila come mancia>> la rassicurai.
Prese la banconota incerta.
<<Aspetta un momento>> le dissi. << Sto cercando una ragazza, alta, bionda, con un giubbotto di pelle rosso. La conosci?>>
Un altro buco nell'acqua: rispose di non conoscerla e se ne andò lasciandomi ai miei pensieri e alla mia birra. Ero di nuovo al punto di partenza: non avevo ancora scoperto chi fosse la ragazza ne dove fosse finita. Per di più mi ero anche perso e come unica compagnia avevo una birra dall'aspetto parecchio annacquata.
Ne scolai più di metà in pochi sorsi, malgrado tutto scese in gola come ambrosia. La finii velocemente e ne ordinai un'altra. Alla fine della seconda l'alcool era entrato in circolo e cominciava a fare effetto. Non ero ubriaco, ma allegro: la nebbia che c'era all'esterno era piano piano entrata nel mio cervello, distorcendo ulteriormente la realtà circostante. Eppure stavo bene, mi sentivo leggero. Ero perfino riuscito a dimenticare quella ragazza, quando la vidi passare fuori dal locale. Mi sfregai gli occhi credendo di avere un'allucinazione; ma non lo era, era vera. Mi alzai di scatto lasciando i soldi sul tavolo; sentii un bicchiere di vetro andare in frantumi per terra.
Appena uscii ebbi la sensazione, che,  mentre ero dentro a bere, qualcuno avesse cancellato il mondo intero. Era calata la notte e con la nebbia, sempre più fitta, diventava difficile vedere anche le proprie mani. Corsi nella stessa direzione della ragazza, ma inciampai e caddi battendo il naso sull'asfalto. Sentii un liquido caldo colare dalla fronte e dal naso, avevo un occhio accecato dal sangue.
Sangue rosso come il giubbotto della ragazza, che vidi a pochi metri davanti a me.
<<Fermati>> biascicai, ma era già scomparsa dietro l'angolo. Mi rialzai a fatica e dolorante, deciso però a non perderla di vista di nuovo. Era difficile starle dietro, sembrava non stesse toccando terra, ma fluttuando sulla punta dei piedi. Attraversò il cancello di ferro di un parco, cinto da un alto muro di mattoni. I lampioni davano una luce lattiginosa, permettendomi di vederla ad intermittenza. Finalmente terminò la sua lunga corsa e si sedette su quella che sembrava una panchina di pietra. Mi avvicinai asciugandomi il sangue, i tagli facevano un male dell'inferno. Ero stremato, forse per colpa della corsa o della troppa birra. Sentivo sulla mia schiena un peso immane, come se mi avessero caricato di mattoni.
<<Ciao>> mi disse con tutta naturalezza, come se non avessi dovuto rincorrerla per mezza città, come se ci conoscessimo da sempre.
<<Non scappare per piacere ti prego>> le dissi a fatica, quasi implorandola. Mi faceva male perfino parlare.
<<Oh>> sorrise leggermente <<dove vuoi che vada?>>
Anche in quell'atmosfera surreale da romanzo gotico lei era bellissima, così bella che sembrava quasi impossibile non amarla. Mi avvicinai a lei, cautamente, realizzando che era seduta su una lapide. Per nulla turbato le presi il viso tra le mani e la baciai, non oppose resistenza.
Stava nascendo dentro di me un sentimento ambiguo: volevo colpirla, farle male, sentire il suo sangue caldo sulle braccia.
Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi e poi sulle sue bellissime gambe, finché sentii sotto i polpastrelli il marmo freddo della lapide . C'era appoggiato qualcosa, sembrava un bastone. Lo raccolsi scoprendo trattarsi di un badile. Lei intuì in qualche modo le mie intenzioni e accosto le sue labbra al mio orecchio. <<Fallo!>> mi disse bisbigliando. Quella che in origine era solo idea in potenza, lo divenne in atto. La mia volontà si sottomise completamente alla sua.
Mi staccai da quel contatto e, impugnato il badile con entrambe le mani, lo calai con forza sulla testa della ragazza. Non mi fermai: continuai a colpire, finché le forze non mi abbandonarono. Mi accanii solo sul volto splendido di quell'angelo, che, dopo il mio lavoro grossolano era scomparso sotto un informe grumo di carne e sangue. Finalmente era morta,  ed io l'avevo uccisa.
Contemplai la mia opera d'arte con lo spirito dell'artista insoddisfatto. Gettai il badile lontano da me, caddi in ginocchio e con la faccia tra le mani, piansi e gridai. Sapevo di aver compiuto qualcosa di terribile, avevo ucciso la purezza e l'innocenza. Qualcosa nel mio animo mi diceva però che non ero stato del tutto sincero con me stesso. Il rimorso che provavo non era dovuto al gesto in sé, ma al fatto che mi era piaciuto. Ogni volta che il badile calava sul suo volto, una parte di me gioiva.
Dopo qualche minuto che mi parve eterno mi rialzai e  raccolsi il badile, trascinai il corpo vicino al muro perimetrale e lo depositai sotto gli alberi. Ora veniva la parte più faticosa e difficile: scavai la fossa in uno stato di semi incoscienza, finii che avevo le dita intirizzite dal freddo. Sollevai il corpo leggero della ragazza e lo gettai dentro, poi cominciai a gettargli sopra a terra. Piansi nuovamente quando la terra coprì il bel viso, ma non mi fermai fino a quando non colmai tutta la buca.
Finito il lavoro ero sporco di terra dalla testa ai piedi. Appoggiai la pala alla lapide, nello stesso posto dove l'avevo trovato e senza curarmi della macchie di sangue sul sentiero e sulla pala, me ne andai. Tornai a casa con la metropolitana ed il cuore stranamente in pace. Tutti mi scansavano a causa del mio aspetto sporco, dovevo sembrare uno di quei barboni incalliti. Arrivò il treno e lo presi a volo. Mi accomodai su un sedile vuoto: a quell'ora il vagone era quasi deserto, ma quando alzai lo sguardo il mio cuore fece un gran tuffo. La vidi, nello stesso modo in cui la vidi la prima volta. Non mi stava guardando, così potei osservarla attentamente. Era sempre bellissima, proprio come la prima volta che l'avevo uccisa, ma più la guardavo più notavo che qualcosa era cambiato. Sebbene le forme del viso e del corpo fossero sempre armoniose e perfette, trasudavano qualcosa di sinistro, di sbagliato.
Finalmente si voltò verso di me e il suo sguardo mi fece gelare il sangue nelle vene. Sorrise malignamente e mi fece segno di avvicinarmi. Le gambe si mossero da sole e mi portarono accanto a lei.
Mi strinse in un abbraccio soffocante. <<Bentornato!>>
In quel momento capii chi fosse la preda e chi il cacciatore.

domenica 23 febbraio 2014

La porta

Questa notte credo di aver fatto un sogno strano, ma ora proprio non mi viene in mente. Ho l'abitudine di appuntarmi tutte quelle stronzate appena sveglio, per questo motivo tengo un blocchetto e una matita sul comodino. Di solito mi alzo sempre per primo, sempre nella stessa posizione in cui mi addormento. Mia moglie ride di queste mie stranezze. Lei è una psicologa, è quindi facile per lei ricollegare i miei comportamenti notturni all'infanzia. Si sbaglia, ho avuto un infanzia felice per quel che mi ricordo.
Come in una classica mattina invernale, il sole  fatica a farsi largo tra le nuvole, il grande occhio dell' orologio appeso al muro segna le 9.00 precise, è ora di alzarsi. Monica, mia moglie, si agita nel sonno, stringe con forza il cuscino e sussurra qualcosa.
E' sabato mattina e mi si prospetta davanti una giornata tranquilla. La stanza è fredda e rabbrividisco quando i miei piedi nudi toccano il pavimento di marmo. Ho addosso solamente un paio di mutande e fa un freddo terribile. Raggiungo il bagno quasi saltellando ed entro in doccia. Nudo, aspetto  il getto bollente.
Se penso che fuori ci sono una moltitudine di gradi sottozero, mi vien la pelle d'oca. Resto sotto l'acqua calda per almeno dieci minuti, concedendomi  il tempo di pensare.
C'è stato qualcosa la notte appena passata, qualcosa che non mi torna e non mi convince. Ricordo di aver sognato casa mia, qualcosa emerge dai meandri bui della mente... è la porta d'ingresso: è stranamente illuminata come se avessero puntato dei fari contro.

Guardo l'orologio, segna le 9.30. Cazzo, sono stato quasi mezz'ora sotto la doccia?  Apro la porta del bagno, coperto solo da un asciugamano attorno alla vita, e  trovo Monica davanti alla porta, con le braccia conserte ed il viso assonnato.
<<Era ora, pensavo fossi morto là dentro>>mi dice
<<Ora e tutta tua.>> Mentre le rispondo, mi piego in un inchino grottesco.
Cerco di schioccarle un bacio furtivo, ma lei è più veloce, mi passa accanto sfiorandomi la faccia con in suoi lunghi capelli. Chiude la porta e dopo poco sento di nuovo lo scrosciare dell' acqua.
Entro in camera cercando i miei vestiti, nascosti sotto le coperte rivoltate, ma qualcosa attira la mia attenzione. Mi volto verso il grande specchio dietro di me. Quando ci siamo sposati, Monica ha insistito tanto per volere lo specchio in quella posizione, proprio davanti al letto. All'inizio ero titubante, quello specchio mi metteva angoscia (e a dir la verità ancora oggi mi turba) ma alla fine ho dovuto cedere. Ora lo specchio è proprio lì, e come io fisso lui, quello fa altrettanto.
Qualche attimo fa tuttavia è successo qualcosa. Quando sono entrato in camera lo specchio ha riflesso i miei movimenti, ma in un momento brevissimo la mia immagine si è bloccata.
Sono sicuro che lo specchio si è fermato. Mi avvicino, e lo tocco.
<<Sarebbe?>> Mi volto, Monica è ferma sulla soglia e mi guarda perplessa.
Ora e solamente ora mi accorgo della situazione in cui mi trovo,  riderei se non fosse dannatamente imbarazzante. L'asciugamano è caduto per terra, sono nudo come un verme, un verme ebete direi, data la mia espressione di totale stupore. Il mio braccio è sollevato a mezz'aria e tocca lo specchio.
<< Hai già finito la doccia?>>
<<Ci mancherebbe, pensi che stia un ora sotto l'acqua?>> Risponde lei con un mezzo sorriso.
<<Un'ora? Che cosa stai...>> M'interrompo mentre il mio sguardo sul grande orologio appeso al muro: segna le 10.30. Mi stacco dal vetro farfugliando qualcosa alla ricerca dei miei vestiti, sotto lo sguardo vigile di mia moglie.
<<C'è qualcosa che non va?>>.
<<No>> cercando un tono di voce calmo e tranquillo. << Tutto a posto.>>

Cinque minuti dopo sono in cucina a versarmi del caffè bollente nella tazza. Monica è seduta sulla poltrona del salotto con le gambe incrociate sulle quali poggia un rivista. La sta sfogliando senza interesse, ogni tanto sbadiglia. Alza lo sguardo, sa sempre quando la sto fissando.
<<Beh, che c'è?>> chiede.
<<Oh, niente niente>> rispondo.
<<Sei sicuro di stare bene stamattina?>>
<<Sì sì sicuro.>>
<<Bene, perchè tra poco dovrei uscire, e non vorrei lasciarti solo a casa ammalato o cose del genere>>
<< Non preoccuparti, ti ripeto che sto benissimo, vai pure.>>


La porta sbatte quando lei esce, sono finalmente solo in casa. Mi accascio sulla poltrona mollemente, pregustando già la quiete e la calma, quando una musica leggera mi costringe ad aprire gli occhi. Il mio primo pensiero va a quel fricchettone del figlio dei vicini, lui e la sua dannata musica elettronica. Ma qualcosa non quadra: non è il solito rumore assordante, e sopratutto non viene dalla parete confinante.
Ascolto con attenzione: si tratta di violini, tanti violini che si sovrappongono l'uno sull'altro. La musica non viene da fuori, ed ora la sento bene, è dentro la casa.
Ma non è possibile, sono in casa da solo!
La musica continua incessante, tanto che mi alzo dalla poltrona e seguo la melodia. Arrivo davanti alla porta del bagno, arriva da lì. Ora ha  assunto dei toni più cupi e ritmati.
La mia mano si muove da sola, piega la maniglia e spinge la porta.
Il locale è vuoto e la musica è terminata, tiro un profondo sospiro di sollievo.
Il caso è chiuso.
Esco in corridoio toccandomi la fronte, è fredda e bagnata.
Raggiungo di nuovo la poltrona e mi siedo pesantemente, abbandonando le braccia e le gambe alla gravità. La paura ha lasciato il posto alla stanchezza. Ho sonno, gli occhi rimangono a fatica aperti. Cerco di rimanere sveglio, ma le palpebre sono pesantissime, apro e chiudo gli occhi, apro e chiudo gli occhi. Intravedo qualcosa, sembra un topo e ha in mano una forchetta.
Finalmente si chiudono. Buio.
Improvvisamente, così come era cessata, la musica riprende, questa volta più allegra, anzi più... folle. Mentre mi alzo, il sonno è completamente sparito. Già m'immagino una schiera di piccoli satiri ballare sulle note di quella musica frenetica.
Sono di nuovo davanti alla porta del bagno, apro la porta e questa volta per mia sfortuna la musica non si ferma. Davanti a me un  essere, che definire deforme è un atto di pietà, sta sbavando sul pavimento. Assomiglia ad un cane antropomorfo, alto quanto il lavandino. La musica cessa finalmente e l'abominio comincia a ridere. Sono impietrito, ho le gambe bloccate, non riesco a muovermi e sto sudando.
Gli occhi della bestia bianchi e sporgenti secernono pus giallo e infetto che cola copiosamente sul pavimento. Ho voglia di vomitare, ma mi trattengo a stento. La bocca della bestia si apre e si chiude ridendo, vedo una fila di denti appuntiti.
Lo sento, vuole la mia carne, vuole sbranarmi pezzo per pezzo.
La risata si è trasformata in un ghigno isterico e cattivo.

<<Svegliati dormiglione!>> La voce che giunge alle mie orecchie è familiare e rassicurante. Quando apro gli occhi vedo la mano di mia moglie sulla mia spalla, lei è li in piedi davanti a me e mi guarda in modo strano. <<Sono rientrata da poco e ti ho sentito parlare nel sonno.>>
Sonno? Vuol dire che non era tutto vero? Scatto letteralmente dalla poltrona e corro in bagno. Non c'è nulla., me lo sono solo sognato.
<<Che hai? Sei strano stamattina, intendo dire più strano del solito>> dice con un mezzo sorriso, ma lo vedo negli occhi che è preoccupata.
<<Niente di che, ho fatto solo un brutto sogno.>>
 Lei se ne va lasciandomi di nuovo solo nel bagno, la sento aprire l'acqua e rovistare tra i piatti e le pentole. Mi accascio sul coperchio del water asciugandomi con la manica le ultime gocce di sudore freddo.
<<Vieni ad aiutarmi, ti preparo qualcosa di speciale oggi>> grida dalla cucina.
Mi alzo dalla tazza ma a metà strada mi fermo. La mia mente ha registrato qualcosa.
Mi chino sotto il lavandino trovo una strana macchia bianca, il pus di quella cosa orribile. E' disgustoso, mi mordo la lingua fino a farla sanguinare per non gridare.
Apro il rubinetto e strofino più volte la mano sotto l'acqua. Quando la tiro fuori è rossa e graffiata. Sempre meglio una mano rossa per l'acqua bollente che lurida per una goccia di pus infetto.
Mi asciugo frettolosamente e mi guardo allo specchio: sì, sono a posto.

Mi guarda perplessa, ma fa finta di nulla, anzi esordisce con un "sai chi ho incontrato oggi?".
Ovviamente non l'ascolto, ho altro a cui pensare. Ogni tanto muovo la testa, fingendo di ascoltare.
Perché tutto questo sta succedendo a me? Che cosa ho fatto? Mi ricordo quando da piccolo, dopo che mio fratello si era sposato e mi aveva lasciato da solo in una stanza enorme, avevo paura di dormire, avevo paura del buio, pensavo che se avessi chiuso gli occhi anche un solo momento una creatura pelosa, (chissà perché era sempre pelosa) mi avrebbe divorato partendo dai piedi.
Ora ho paura che tutta questa irrazionalità abbia preso forma. Che cos'era quella cosa? Perché era li?
<<Ma mi stai ascoltando ?>> .
<< Scusa...mi è venuto un mal di testa fortissimo, credo che andrò a riposare.>>
<<Ma non hai mangiato nulla.>>
<< Non credo di aver troppa fame.>>
Mi alzo dalla sedia e raggiungo la porta, lei mi segue con lo sguardo preoccupato. Cerco di calmarla.
<<Non è niente, solo voglio dormire un poco.>>

La camera da letto è immersa nella penombra, ho l'abitudine di tenere le persiane chiuse. Il letto cigola sotto il mio peso e nel buio rimango a contemplare il soffitto. Dalla cucina arriva il suono della televisione. Monica sta guardando il telegiornale, e la voce del giornalista mi arriva nitida e chiara, è una voce regolare e bassa. Ascolto con attenzione, mia moglie pare non essersi accorta di nulla, ma la voce del giornalista sembra diventare sempre più stridula e nasale, e sempre più vicina. Non la sento più dalla cucina, ma nella stanza.
Mormora nel suo tono stridulo.
Verrò col buio, verrò con le tenebre, avrai paura ad abbassar le palpebre.
Cerco di alzarmi, ma sono bloccato, una forza invisibile mi trattiene incollato al letto. I miei sforzi vengono interrotti dall'ansimare pesante che arriva dai miei piedi. Il cuore sta battendo all'impazzata ma trovo lo stesso il coraggio di guardare. Vedo una sagoma  vagamente umanoide, alta quanto il mobile davanti a me, è di nuovo quel mostro. La testa è  più grande del corpo e le zampe sembrano moncherini. Il cane si abbandona ad un ghigno terribile e fa uscire dalla bocca una lingua troppo lunga, si lecca i denti appuntiti, e serra le mascelle con un scatto.
Un secondo ansimare mi fa girare, altri due esseri sono ai mie fianchi, uno è per terra, l'altro è sul materasso e mi fissano con quegli occhi malvagi.
Posso muovere le braccia e non so con quale coraggio cerco di allontanarli. Ridono.
La risata si fa sempre più forte, sempre più forte finché sento qualcosa di caldo scorrermi dalle orecchie. Sto sanguinando e sono terrorizzato. Credo di essermela fatta addosso.
Gli occhi bianchi delle bestie scintillano e cambiano con una lentezza esasperante in un rosso brillante, lo vedo anche nell'oscurità. L'essere che ansimava ai miei piedi ora è salito sul letto, è su  di me. Affonda le sue unghie spropositatamente  lunghe e affilate nei miei vestiti e nella carne. Il dolore è insopportabile, ovunque mi volti vedo facce demoniache. Faccio l'unica cosa che una persona dotata di ragione farebbe in questo momento. Grido.

Sento qualcosa che mi solleva per le spalle. Vedo  una figura familiare, potrei riconoscerla se non ci fosse così tanta nebbia. Ora mi sto muovendo, non con le mie gambe, certo. Una sirena, diverse persone stanno parlando. Sono due e discutono sommessamente, distinguo poche parole: uno, vedere e qualcos'altro d'importante che non afferro.
Si è fatto di nuovo tutto buio...

Ho appena finito di battere a macchina questa storia raccapricciante. Il delirio e la pazzia ci sono, un finale aperto pure e tante sfumature di senso da lasciare ai lettori. Il mio editore sicuramente gradirà questa piccola perla.
Guardo con soddisfazione i fogli di carta, le parole  si stagliano sullo sfondo bianco. Sembrano tante piccole formiche operose.
L'orologio segna le due, è tempo di recuperare tutte le ore di sonno perse per scrivere questa storia dell'orrore.
Sistemo i fogli sulla scrivania e mi corico sul materasso. Il sonno non tarda ad arrivare.

<<Che cosa hai li?>>
<<L'ho preso al paziente 13, è la storia bislacca di un tizio che impazzisce. Pensa è talmente andato che si crede uno scrittore.>>
I due medici risero sguaiatamente e si fermarono davanti alla camera del paziente. Attraverso il vetro infrangibile potevano vederlo contorcersi ed urlare, faceva così ogni volta che si avvicinavano.
<<E' davvero pazzo. Andiamo a mangiarci qualcosa?>>
<<D'accordo ma che sia vivo e spaventato.>>
Il paziente continuava ad urlare.
<<Buona notte>> dissero i medici e spegnendo la luce.
Quattro luccicanti occhi sanguigni brillarono nel buio.

venerdì 10 gennaio 2014

Il giorno più splendente

La prima cosa che vedo è la sabbia, una distesa sconfinata di sabbia. Davanti a me solamente le dune dorate. 
Il bip elettronico del portale interrompe la contemplazione di quel mare infinito. Quando mi volto, il portale, una scarica di energia azzurra, si sta già richiudendo. Scorgo dall'altra parte qualche frammento del laboratorio, ma solo per poco. Quella piccola anomalia estetica (azzurro chiaro ma vivido di energia contro il giallo-oro della sabbia) scompare. 
Ora sono veramente solo.
Sento il calore del sole e i pesanti vestiti che indosso non aiutano affatto. Sono coperto da una lunga tunica blu che mi scende fino ai piedi. In testa ho una sorta di turbante, il cui unico pregio è quello di raccogliere le gocce di sudore che scivolano sulla fronte. Ma come cazzo facevano a vivere in un posto simile? Sembra di stare all'inferno.
Lo so che imprecare non mi serve a nulla, ne mi tirerà fuori da questa situazione, ma è così appagante.
Dunque la prima cosa che devo fare è orientarmi. Sarebbe molto più difficile se dovessi farlo solo con il sole: per quanto siano cose che ti insegnano all'accademia, sono in un altro tempo, in un luogo sconosciuto e soprattutto non c'è un fottutissimo punto di riferimento. Anche un dannatissimo John Rambo riuscirebbe a perdersi in questo nauseante deserto di nulla.
Fortunatamente ho con me alcuni gingilli, sponsorizzati dal governo centrale degli stati uniti d'Europa, che mi aiuteranno nel compito. Il più utile è sicuramente l'orologio che ho al polso destro. Oltre a segnare le ore (cosa che ora mi risulta inutile) possiede altre diverse funzioni: radio, navigatore (la mappa è già segnata e dettagliata grazie alle spedizioni precedenti), telefono satellitare e segnalatore.
Al fianco, ben visibile, ho una specie di lungo coltello, che eventualmente potrei usare. Agganciato alla coscia, nascosta bene sotto gli strati del vestito, ho uno stocco ad onde. Lo stocco è molto simile ad una di quelle doppiette caricate a pallettoni, ma anziché sparare una rosa di proiettili, emette delle microonde. Il malcapitato che si trovasse nel raggio dell'arma esploderebbe, per via di tutta quell'acqua che ci si porta dietro. Lo stocco è molto utile quando hai a che fare con persone che conoscono solamente spade e archi.
Allaccio stretto, fino a farmi male, lo stocco alla coscia, dopo aver inserito la sicura, e sono pronto a partire. Chiedo all'orologio la direzione. Mi risponde una voce femminile, l'IA dell'aggeggio è particolarmente sviluppata, ma non così autonoma.
<<Buon giorno sergente Mcleod.>>
<<Buon giorno a te...>> dico sentendomi ridicolo, anche in mezzo al deserto.
<<Il mio nome è un insieme di lettere e numeri che farebbe fatica a ricordare ogni volta>> risponde.
Ci penso un attimo.
<<Ti chiamerò Magdalene>> dico ridendo per la spiritosa intuizione.
<<Come vuole sergente>> risponde l'IA, senza alcuna inflessione. Forse non ha capito la battuta.
<<Bene, dammi la direzione allora.>>
<<Il luogo è nord-ovest da qui, con un passo sostenuto arriverà entro sera.>>

La tecnologia dei portali non è all'inizio, ma per qualche strano motivo, l'intelletto umano non riesce mai a raggiungere la perfezione. L'esempio è lampante. Gli scienziati mi hanno assicurato che sarei stato teletrasportato a pochi passi dal luogo, ed invece mi tocca una scarpinata di un giorno. Tremo solamente a pensare con quale imprecisione e inesattezza comparirà il portale dl ritorno. 
Magdalene, la mia bella IA mi rivela che sono molto lontano da qualsiasi rotta commerciale per questo sarà molto difficile trovare una carovana di mercanti. Ringrazio Magdalene per questa dritta così rincuorante.
A pensarci bene, intendo alla situazione in cui mi sono ritrovato, mi sfugge un sorriso. Reminescenze bibliche dell'infanzia mi riportano alla mente Maria Maddalena come una puttana, salvata ad un certo punto della sua vita da Gesù, che la conduce sulla retta via.
E' quello che sta facendo tutt'ora l'IA, ovvero condurmi sulla retta via. Paradossi, e non solo temporali.

Il sole sta calando tingendo il cielo di rosso. Se la missione dovesse protrarsi oltre il tempo necessario, la tuta aderente che indosso sotto il vestito, riciclerebbe ogni mia emissione, da quelle liquide a quelle solide, permettendomi di tirare qualche giorno oltre senza mangiare e soprattutto senza bere.
Qui il buio è veramente fitto, non si riesce a vedere assolutamente nulla quando il sole scompare. Calo sugli occhi il visore, quando ad un certo punto Magdalene mi dice che manca poco all'obbiettivo.
Vedo il piccolo villaggio. Bayti Lahmin, conosciuto meglio con altri nomi. Mi muovo silenziosamente tra le case. Tutte le luci sono spente e gli unici rumori provengono dai recinti in cui sono tenute le bestie, soprattutto le pecore. Cazzo sembra che gli ebrei provino una sorta di venerazione per questi animali.
L'obbiettivo si trova poco fuori il villaggio, appena lo vedo, mi fermo e mi siedo. Ho la schiena appoggiata al muro di una casa. Qui usano solo fango e argilla.
<<Obbiettivo confermato>> mi dice Magdalene.
La zittisco e spengo l'orologio. Non voglio distrazioni.
Ripenso al corso all'accademia, ci stanno preparando per questo tipo di missioni. Nella mia testa il professor Geesback sta facendo una ampia premessa sul perché della missione.
<<L'opinione comune è sempre diversa nei confronti di ogni guerra. C'è l'interesse economico, quelli politico, e quello etnico. Con queste motivazioni la gente rifiuta un altro tipo di motivazione, relegandola a pretesto, o semplice causa secondaria. Lo sapete bene di cosa sto parlando: la religione.>>
<<La religione è il vero motivo di ogni guerra, alla base di ogni conflitto c'è un motivo religioso.Senza la religione, qualsiasi intendo, non ci sarebbero odi, conflitti e quindi guerre.>>

Sono di nuovo attivo: la breve sosta mi è servita a fare mente locale. Raggiungo silenziosamente la capanna, le luci sono ancora accese. Il visore mi mostra una catapecchia fatta d'argilla e di paglia. Attivo il visore termico che e mi delinea il contorno degli esseri viventi. Due adulti (dal colore violetto) sono in piedi attorno al corpo di un bambino (rosso) sdraiato. Accanto a loro vedo il contorno di due animali: asini o forse buoi.
Dopo essermi assicurato che non ci sia nessuno in giro, estraggo lo stocco ad onde e lo carico al massimo.
<<Eliminare l'obbiettivo>> gracchia Magdalene nella sua voce registrata.

<<Non preoccuparti bellezza, l'ho sotto tiro.>>

venerdì 3 gennaio 2014

Febbre

Se guardate bene potreste osservare che sto perfino sorridendo. Il che è strano. La gente che mi circonda ha ben poco da sorridere, con tutto quello che è successo negli ultimi mesi, perfino il più ottimista tra gli stupidi avrebbe un muso lungo fino a terra. Quasi mi sembra di percepire la tristezza e l'angoscia di questo vagone. Nessuno parla, nessuno spinge, i cellulari non squillano, più che un treno sembra solo una bara affollata, ma coi tempi che corrono di bare non se ne vedono più: è più rapido ed economico bruciare i corpi. E' meno doloroso e si è sicuri di fermare il contagio.
Quando è successo a me credevo che fosse giunta ormai la mia ora, ma qualcuno a voluto che non fosse quello il momento ed ora sto bene, e per giunta sono immune. A quello scherzo del destino devo la mia salvezza. Se solo avessi potuto sfuggire a quella triste ironia, ora sarei a dormire con i miei cari.

Ho seppellito personalmente mia moglie e mio figlio in una splendida giornata di luglio. Quando la sentii starnutire per la prima volta, la paura e il timore che potessero essere i sintomi del virus mi passarono sopra come un rullo compressore. Sembra pazzesco come una mente razionale possa essere  ottenebrata da una semplice emozione. Le avevo sempre promesso che l'avrei difesa da qualunque avversità, sarei stato il suo scudo nelle battaglie più difficili. Mi sentivo invincibile. Tutte quelle certezze crollarono come un fragile castello di carte a quel primo starnuto. Lei si accorse del mio stato d'animo angosciato, ma guardandomi come solo lei sapeva fare, mi rassicurò, dicendomi che si trattava di allergia. Ci credetti o forse ci volli credere.
Quella notte non dormii, la sentii tossire e starnutire tutta notte, ad un certo punto gli stessi identici rumori arrivarono dalla cameretta di mio figlio. Sentivo che soffriva e nella mente  immaginavo il suo piccolo torace che si alzava ed abbassava spasmodicamente. Lasciai definitivamente l'idilliaco mondo onirico, dove tua moglie e tuo figlio non muoiono per un banalissimo virus stagionale, e, senza accendere le luci lo raggiunsi. Il suo letto era bagnato dal sudore e un vago odore mi disse che c'era qualcos'altro. Si agitò tra le coperte ma non emise alcun gemito. Gli afferrai la mano ma lui non sembrò accorgersene, la strinsi finché non la sentii più muoversi. Rimasi accanto a lui tutta la notte, e dall'altra camera sentii i ripetuti colpi di tosse di mia moglie.
Quando i primi raggi di un sole troppo caldo invasero la stanza era già morto. La sua mano, ancora serrata alla mia, era fredda.
 Lo lasciai lì com'era, non cercai di sistemarlo.
Quando entrai nella nostra camera da letto, inaugurata solo qualche anno prima, venni colpito dall'acuto odore di sudore e orina. Lei, rivolta sul letto, con ancora indosso il pigiama, bagnato e chiazzato in più punti. Boccheggiava: vedevo la sua bocca cercare freneticamente l'aria come molti notti aveva cercato la mia bocca.
Riuscì a girare la testa e a guardarmi: anche se tutto in quella stanza mostrava i segni di una morte dolorosa, i suoi occhi erano ancora vivi ed intensi. Mi guardava e nei suoi occhi leggevo la paura. Mi avvicinai la baciai sulla bocca e le stetti accanto finché non se ne andò.
Non ebbi nemmeno il tempo di piangere che poco dopo sentì bruciare la gola. Cominciai a respirare a fatica e a tossire. Bene! Era giunta anche la mia ora.

Di quello che successe dopo ricordo ben poco, andavo e venivo come un televisore sintonizzato male. Quando credetti finalmente di morire anch'io tanto era insopportabile il dolore, questo svanì quasi di colpo. Non ci volle molto per riprendere lucidità e mi accorsi di essere stato sdraiato per tutto il tempo sul suo corpo. Avevo il suo odore addosso, e il caldo opprimente  non aveva certo migliorato la situazione. Il tanfo era terribile tanto che vomitai due volte prima di raggiungere l'uscita.
 Prima di tutto mi feci una doccia, ma per quanto mi lavassi non riuscivo a mandare via quell'odore.
Rassegnato raccolsi due sacchi neri per la spazzatura e dopo ore di manovre e mancamenti riuscii a chiudervi dentro sia lei che mio figlio. Feci tutto quanto con la massima indifferenza.
Era come se fossi morto dentro.
Il cimitero era poco distante da casa mia, ma da quel che sembrava era stato abbandonato in tutta fretta. Non dai morti, ovvio, quelli c'erano ancora, anzi ce n'erano più di prima. Non trovai custodi ne qualcuno che potesse darmi una mano, così decisi di bruciare i cadaveri, risparmiandomi una fatica immane.

Passati due anni sembra che tutto sia tornato alla normalità, o ad un certo tipo di normalità, un tipo che proprio non mi piace. I grandi della Terra al sicuro nei loro bunker con un eccezionale riciclaggio d'aria, hanno decise di riunire tutti i superstiti nelle grandi città di ogni stato. Come vedete sono a Milano e questa è la metro rossa, fermata di QT8.
Sto andando al complesso, un centro emergenza costruito in tutta fretta in cui noi, i pochi immuni alla malattia, vengono sottoposti ad esami e test continui in cerca di una cura efficace. A volte mi chiedo perché sto continuando ad aiutare l'umanità, potrei andarmene e scomparire da questa città. Ma forse c'è un perché: voglio ammalarmi anch'io ed andarmene come tutti gli altri. Per questo inconsciamente mi avvicino sempre ai gruppi più numerosi e drizzo l'orecchio per ogni sternuto che sento. Ma sembra che questa dannata immunità sia davvero intaccabile.
Il vagone su cui sto viaggiando è non è pieno, anzi tutto il contrario. La gente cerca di allontanarsi il più possibile e si infastidisce quando qualcuno si avvicina troppo. Non vedrò più quegli incredibili assembramenti che straripavano dal vagone.
C'è una ragazza, direi molto giovane se non avesse occhiaie così pesanti, che, seduta, guarda il suolo con sguardo assente. Poco più in la, un uomo di origine araba, stringe qualcosa al petto, sembra una borsa di plastica. Poi c'è una mamma con il figlio piccolo in braccio e sebbene il figlio sembra scoppiare di salute, la mamma è sciupata e ha i capelli sporchi, che il bimbo ogni tanto afferra per giocare, ma lei non sembra accorgersene. In mezzo al vagone ci sono io appoggiato ad un palo, il mio mezzo sorriso ha attirato diverse attenzioni. Mi guardano di sottecchi due fidanzati seduti in disparte: mostrano i segni della paura. Un tizio corpulento con sotto il naso un paio di folti baffi bianchi mi guarda direttamente con aria di sfida.
So per certo quello che stanno pensando: perché sta sorridendo? E' per caso pazzo o cosa? Bisogna che qualcuno faccia qualcosa per farlo smettere. E via di seguito.
Finalmente lo stallo si rompe e all'altezza di Buonarroti il signore corpulento si avvicina con i pugni chiusi e lo sguardo minaccioso. Ora che mi è vicino riesco sentire l'odore acido del sudore mischiato a quello dolce del vino: l'alito non lasciava dubbi che fosse un avvinazzato, in cerca di guai per di più.
Ma chi sono io per giudicare, in questi tempi così bui?
Lo vedo che freme, che storce la bocca indignato e disgustato.
<<Ragazzo>> mi interpella sgarbatamente. <<La vogliamo finire?.Stai facendo paura a tutti qui con quel tuo dannato sorriso, smettila subito.>>
<<E a lei non faccio paura?>> dico a bassa voce senza smettere di sorridere.
L'uomo non si aspetta certo una risposta del genere, è rosso in volto per la rabbia ma è evidente che ha paura. Immagino stia per insultarmi ma qualcosa non va per il verso giusto, e anziché coprirmi di'improperi mi starnutisce in faccia.
Tutti si voltano spaventati verso di lui; mentre mi pulisco il volto dal muco faccio un passo indietro e mi appoggio alle porte scorrevoli. Il treno è ripartito e si avvicina a Pagano. In tutto questo tempo non ho mai smesso di sorridere.

Vi starete chiedendo perché continuo a sorridere no? Inizia tutto con una certezza, la certezza di non potersi ammalare. Lo so per quanto riguarda il mio caso ma non sono sicuro per gli altri. Teoricamente le città sono aperte solamente ai sani, tutti gli altri vengono lasciati fuori a morire.
Ma non per forza è così, io so che gli altri si ammaleranno prima o poi, ma io no. Come lo so?
Non lo so.
Quello che può passare come sorriso di scherno o di sfida, non è nient'altro che un sorriso amaro, sorrido per non piangere, sorrido perché altrimenti non posso fare.

La paura che quel semplice starnuto possa essere il sintomo di qualcos'altro di ben più pericoloso è letale sta pervadendo tutti quanti sul vagone. Il primo ad essere stupito è proprio l'uomo corpulento che si tocca incredulo il naso. La paura gli ha fatto perdere completamente il colore, ha gli occhi dilatati per la paura, suda parecchio.
Il primo ad agire è l'arabo, grida qualcosa di incomprensibile nella sua lingua e si getta sull'uomo. Quest'ultimo per quanto spaventato reagisce e gli sferra un colpo alla mandibola. Si alza anche il fidanzato e uno tra i vecchi seduti più in là. Riescono a tenere fermo l'uomo: l'arabo cerca con lo  sguardo anche il mio aiuto, ma faccio segno di no con la testa.
Il fidanzato tira il freno d'emergenza e il treno inchioda, cadono uno sopra l'altro, poi rialzatisi goffamente tutti quanti  si guardano spaventati l'un l'altro.
Ma è questione di pochi attimi. L'uomo corpulento viene letteralmente sollevato dall'arabo aiutato dal fidanzato, il vecchio nello stesso momento ha aperto le porte del vagone. Il forte odore di bruciato invade le mie narici ma sembra che gli altri non se ne siano accorti.
La situazione è quasi comica. L'uomo agita le braccia convulsamente, sembra un enorme pesce annaspante. Lo prendono in due e lo gettano fuori: il volo scoordinato termina con un tonfo sordo. Si sente il rumore di un ramo che si spezza e quando l'uomo si rialza capiamo il perché.
L'uomo corpulento sanguina copiosamente dalla fronte, la ferita sembra profonda, molto profonda.
Accecato e contuso cerca a tentoni l'ingresso del vagone, sfortuna vuole lo trova. Sfortuna sua intendo.
La scena si svolge in pochi istanti ma ha la capacità di rimanere impressa nella mente per moltissimo tempo. Il treno riparte e le porte si chiudono sui fianchi dell'uomo salito solo per metà. E' aggrappato alla sbarra di metallo che si trova al centro di ogni scompartimento, le guaine di gomma della porta stringono sull'uomo. Boccheggia e sgambetta fino a che la velocità del treno non diventa eccessiva e sia per la mancanza di fiato che per la scarsa atleticità, smette di correre. Lo vediamo consumarsi proprio davanti noi: il sangue macchia i vetri e se ci fosse la luce anche nelle gallerie potremmo vedere i pezzi di carne e i brandelli di vestiti.
La parte al sicuro, quella nel vagone, grida in modo disumano per poi spegnersi piano piano in rantoli e fiotti di sangue.
Quando arriviamo a Conciliazione è morto, si aprono le porte e il corpo, o quello che ne rimane, scivola sotto il vagone.
Escono dal treno tutti quanti spaventati  da quello che è successo: i due fidanzati escono barcollanti mentre lui cerca di consolare lei, scossa da singhiozzi rotti, invano. Io non scendo, quella non è la mia fermata e nemmeno la loro, ma sono troppo sconvolti per proseguire su quel vagone. L'arabo voltandosi mi getta uno sguardo indecifrabile, non capisco se si tratta di odio o invidia. Si chiudono le porte ed il treno riparte.
Sorrido.

mercoledì 18 dicembre 2013

Si sposa in rosso

Il rosone decorato colorava la luce creando un gioco cromatico delizioso. La navata centrale, per quanto riuscisse a vedere era gremita di gente: parenti, vassalli e altri che non conosceva. Era emozionata e la veste candida non faceva accentuare il rossore sulle gote. Davanti a lei, il vescovo in persona, venuto ad officiare la cerimonia recitava una litania in latino. Ansa non conosceva la lingua e pochi nella corte di suo padre potevano vantarsi di conoscerla.
Con timidezza sollevò lo sguardo verso il futuro marito, Sigurd. Era alto, prestante e con un lunga chioma bionda raccolta in una folta treccia dorata. Era il figlio di un capoclan che dalle terre degli antenati era finito per stanziarsi nei territori dominati da Aimone, il padre di Ansa. Costui non aveva un titolo prestigioso, era un semplice vassallo e in virtù di tale carica aveva ricevuto dal duca un territorio comprendente due villaggi e un bosco. Proprio in questo bosco Voden, il padre di Sigurd aveva portato il suo clan. Il duca preferì lasciare ad Aimone il compito di dirimere la questione. Vedendone l'utilità Aimone concesse alcuni piccoli appezzamenti a Voden e alla sua gente, inoltre sapendo che non avrebbe potuto sperare nulla di meglio, concesse sua figlia.
Ansa era la minore aveva solo sedici anni quando il matrimonio tra lei e Sigurd venne combinato. Era terrorizzata, spaventata soprattutto a causa delle storie che le raccontavano le sorelle maggiori, sposate con funzionari di scarso prestigio. Invidiose della sorella minore  le avevano raccontato storie terrificanti su quanto succedeva la prima notte di nozze.
Ansa sperava che non sarebbe successe nulla di così orribile, ma ogni volta che sbirciava Sigurd da sotto il velo vivide immagini le si concretizzavano nella testa.
Fece di tutto per non gridare e scappare via, si conficcò le unghie nel palmo della mano e un rivoletto di sangue le colò sulla manica. Sentiva su di se gli occhi di tutti, specialmente di suo padre.
La tradizione voleva che le famiglie sedessero separate in chiesa, i genitori dello sposo nel lato della sposa e viceversa. Un borbottio diffuso si levava dalla parte di Voden e della sua gente: non erano ancora cristiani e l'arianesimo era la religione dominante. Come atto di sottomissione avrebbero dovuto abbracciare la fede del Cristo nella sua forma ortodossa, ma le vecchie tradizioni erano dure a morire. In segno di buona volontà Voden aveva permesso al figlio di sposarsi secondo il rito cristiano, ma questo non significava che gli piacesse.
L'aria si fece sempre più calda e l'atmosfera più pesante. Ancora poco e Ansa sarebbe scoppiata, ma finalmente la cerimonia finì, e gli astanti, primi tra tutti Voden e i suoi, spalancarono le porte di legno e uscirono all'aria fresca dell'autunno padano.
Alla cerimonia seguì il festoso banchetto nella corte di Aimone: più festoso di un banchetto tra soli romani cristiani, meno festoso di un banchetto tra soli germani.
Sigurd si sedette al posto d'onore, non indossava più la tunica di lino azzurro e le brache rosse, ma una corta tunica di pelle non conciata, bracciali, calzoni e stivali e lo scramasax, la corta lama a doppio taglio simbolo di libertà.
Ansa si sedette accanto a lui: occupavano i posti centrali della lunga tavolata mentre ai loro fianchi erano sedute le rispettive famiglie.
Durante il banchetto Ansa ebbe tutto il tempo per osservare il marito: sembrava la copia più giovane del padre. Erano simili anche nell' appetito: Sigurd divorava ingenti quantità di carne, non importava di che tipo, così suo padre. Due formidabili carnivori.
Dal canto suo Ansa non mangiò nulla, lo stomaco contratto le impediva di ingurgitare qualsiasi cosa. Bevve solo un paio di bicchieri di vino caldo aromatizzato.
Appena Sigurd vide che la sua sposa non stava mangiando nulla estrasse il suo coltellaccio e tagliò una larga fetta di carne di maiale a Ansa. Questa si fece forza e mangiò e appena ebbe terminato il boccone i convitati scoppiarono in un fragoroso applauso. Sigurd e suo padre parvero compiaciuti. La musica attaccò più forte e il vociare si fece ancora più allegro. Il banchettò durò tutta la giornata tra esibizioni di saltimbanchi, ballate di menestrelli e ricche pietanze.
Il sole era ormai sparito all'orizzonte quando Aimone con un batter di mani annunciò la fine del banchetto. Pochi tra i convitati avevano mantenuto una parvenza di dignità: almeno una dozzina dormiva saporitamente sotto i tavoli, alcuni si erano impadroniti delle serve ed erano scomparsi dietro i pesanti tendaggi. La maggior parte continuava ad ingozzarsi.
<<Mie cari>> esordì. Il vociare si abbassò fino a spegnersi. <<L'ora è tarda e i nostri sposi sono stanchi, è tempo di condurli a letto.>> Non vide o finse di non vedere l'occhiata terrorizzata che gli lanciò la figlia.
I convitati ligi alla tradizione seguirono i due sposi fino alla camera da letto. Le madri di entrambe avrebbero vegliato davanti alla porta tutta la notte, perché solo a matrimonio consumato i due sarebbero divenuti veramente sposi, e le donne erano li per assicurarsi che questo avvenisse. Siccome la madre di Sigurd era morta qualche anno prima, ed il padre Voden non ne aveva voluto sapere di prendere in moglie un'altra donna, a vegliare insieme alla madre di Ansa, Aligarda, era stata scelta una sorella di Sigurd, Frej.
Si posizionarono ambedue su uno sgabello proprio davanti alla porta della camera e aguzzavano l'orecchio ad ogni minimo rumore. Da fuori proveniva il chiasso della festa: quella nella corte era finita, ma quella del clan, fatta di strani riti intorno al fuoco e di bevute esagerate era appena iniziata.

La mattina colse tutti di sorpresa: perfino i tiepidi raggi di quel sole autunnale facevano male agli occhi dei convitati, i quali cominciavano ora a smaltire i postumi di una pesante ubriacatura. Aimone si levò dal morbido letto, tutto anchilosato, si sentiva come se la notte prima avesse combattuto una feroce battaglia. Si lavò la faccia nell'acqua fredda e si fece portare i vestiti più sontuosi: brache di seta e scarpe di velluto rosso, giacchetta rossa e mantella scura. Preferì il pugnale romano allo scramasax. Così bardato uscì dalla stanza seguito dai servi. Mano a mano che passava tra i corridoi della corti, i convitati svegli si univano all'allegra processione.
Aimone si fermò davanti alla camera degli sposi, di Voden nemmeno l'ombra. Al suo fianco era sopraggiunto il figlio maggiore Ado, al quale sarebbe passato il titolo una volta che Aimone fosse morto. Ado aveva in faccia un'espressione sorniona e maliziosa, tipica del giovane alle prese con qualsiasi faccenda inerente al sesso.
Aligarda e Frej avevano spostato silenziosamente gli sgabelli e si erano fatte da parte.
Aimone aprì la porta.
Le parole del discorso benaugurante gli morirono in bocca alla vista di quell'orrido spettacolo. La camera era interamente inzaccherata di sangue. Le pietre, i mobili, perfino il lampadario di ferro grondava sangue. Più che una camera da letto sembrava un macello.
Il letto di piume lacerato e il suo contenuto era sparso ovunque. Piume e sangue.
Degli sposi non c'era traccia, solo la finestra rotta dall'interno poteva suggerire qualcosa.
La corte era un vecchio edificio romano e aveva mantenuto intatte le sue caratteristiche. In sole due stanze le finestre in vetro, secondo l'uso romano, erano abbastanza grandi da far passare un uomo.
Aimone corse verso la finestra con la lama sguainata. Ogni finestra era rinforzata da sbarre di ferro spesse almeno quattro dita. Qualsiasi cosa avesse rotto le finestre aveva anche piegato le sbarre come se fossero esili e teneri ramoscelli, ed ora giacevano piegati come tanti denti storti.
<<Guarda padre>> disse Ado indicando qualcosa per terra. L'uomo si chinò e prese un pezzo di vetro, uno dei pochi all'interno della stanza. Non solo era macchiato di sangue ma c'era anche qualcos'altro: un ciuffo di peli marrone scuro. Lo guardò meglio e lo annusò, poi lo passò al figlio.
<<Sembrano peli di lupo>> azzardò.
<<Non essere sciocco, i pochi lupi della zona si tengono a largo da qui. E poi come avrebbe fatto un lupo ad entrare nella stanza?>>
Nel frattempo la notizia si era diffusa anche tra i famigliari di Sigurd, Voden arrivò trafelato, rosso in viso con la barba sporca. Non si era ancora ripreso totalmente dalla sbornia.
Appena vide il ciuffo di peli il suo volto passò dal rosso della foga al bianco cinereo. Sembrava stesse vedendo i fantasmi dei nemici uccisi. Balbettò una sola parola che pochi dei presenti intesero, ma che Aimone capì perfettamente.
Bersekr.

Dopo meno di un'ora metà degli abitanti della corte, e del villaggio vicino furono alla ricerca della ragazza e del giovane, chi a cavallo, i più a piedi. Molti portavano fiaccole, pochi erano armati, impugnavano più che altro roncole e forconi.
Aimone cavalcava davanti a tutti assieme a Ado e Voden. Le poche tracce, fatte perlopiù di brandelli del vestito di Ansa, conducevano nel piccolo bosco allodiale. La macchia non si estendeva per molti chilometri, in compenso era molto fitta e la luce faceva fatica a penetrare.
Al limitare del bosco Voden venne chiamato da uno dei suoi e fu costretto a rallentare, Aimone e Ado rimasero in testa soli.
<<Ascoltami bene figlio e non perderti nessuna parola>> bisbigliò Aimone al ragazzo. Ado dovette avvicinarsi per udire il padre, ma appena lo ebbe a tiro d'orecchio lo ascoltò attentamente, scuro in volto.
<<Hai visto l'espressione che Voden aveva questa mattina? Ha paura che sia successo qualcosa di brutto.>>
<<Come noi padre.>>
<<No, taci e ascoltami. Lui teme che suo figlio abbia fatto qualcosa di brutto.>> Aspettò che il figlio meditasse su quelle parole e riprese. <<Appena ha visto i peli ha pronunciato una parola nella sua lingua, bersekr.>>
<<Che cosa significa?>>
Aimone sospirò. <<Nella lingua dei nostri padri il berserkr era un formidabile guerriero, un essere più bestia che uomo. Ogni maschio di ogni tribù covava nel cuore questo empio demone che usciva durante le battaglie per fare scempio di nemici. Spariva qualsiasi traccia di lucidità, diventavano orsi o lupi negli atteggiamenti e l'unica cosa che li muoveva era il sangue e non importava che fosse amico o nemico.>>
Ado deglutì ripensando alla pelle d'orso indossata da Voden durante il banchetto.
<<Così credi che...>>
<<Non credo nulla, spero. Spero che tua sorella sia viva, e che quel bruto non le abbia fatto del male. Guarda, i cani hanno fiutato una pista.>> In effetti il gruppo di quattro bracchi che aprivano la pista si era fiondato, muso a terra e coda alzata, a seguire una traccia olfattiva nel fitto sottobosco.
Non fecero molta strada prima di interrompersi davanti all'ingresso di una grotta artificiale. Aimone notò subito il loro strano atteggiamento: due stavano letteralmente tremando invece, gli  avevano assunto una posa minacciosa e mostravano le fauci.
<<Fai portare via i cani>> disse ad Ado.
La volta della grotta risultò più bassa del previsto, Aimone dovette abbassarsi. Uno dei falegnami del villaggio si offri di seguirlo: in una mano reggeva una fiaccola, nell'altra una scure brunita. Aimone impugnava nella destra lo scramasax ma un tremito tradiva tutta la sua sicurezza. Benchè fosse protetto dal gambeson fino alla coscia, temeva che non sarebbero bastati.
Ado ritornò con due giovani con i quali era solito bere, armati anch'essi. Uno sopratutto impugnava una lancia, arma assai scomoda in uno spazio così ristretto. Aimone, in testa, si fece passare la fiaccola e si inoltrò nelle profondità di quelle grotte. Trovarono il primo ostacolo a qualche metro dall'ingresso: un bivio.
Aimone sentiva ancora il nitrire dei cavalli all'ingresso, non erano troppo lontani, ma la luce faceva fatica a raggiungerli.
<<Andiamo a sinistra>> decise Aimone.
Il corridoio naturale sembrava scendere nelle profondità della terra ma ben presto dovettero fermarsi, era un vicolo cieco.
<<Torniamo indietro, c'è solo roccia davanti a noi.>>

Imboccarono il corridoio di destra. Scendeva nelle viscere della terra ancora più in profondità del corridoio precedente. Mano a mano che si inoltravano i rumori naturali dell'esterno divennero sempre più deboli e indistinguibili.
<<Da qui in poi si fa più stretto>> riferì Ado. Dovettero procedere in fila indiana e anche così facevano fatica a procedere: sassi e rocce ostacolavano il cammino.
Aimone abbassò la torcia su una roccia su cui brillava qualcosa.
<<Sangue>> mormorò Aimone. Temeva il peggio per la figlia, in fondo alla fila Voden era sempre più nervoso. Nel caso in cui il figlio avesse fatto del male alla figlia del suo signore l'unico epilogo possibile sarebbe stata la morte per se e per tutto il suo popolo.
Arrivarono in un punto più largo, in cui il corridoio terminava e si apriva un grande spazio naturale.
L'aria era umida, grosse gocce colavano sulla roccia.
Gli uomini di Aimone poterono sparpagliarsi e illuminare ogni buio anfratto di quella grotta sotterranea.
Fu in uno di questi angoli remoti che trovarono quello che stavano cercando.
Videro Sigurd rannicchiato in posizione fetale, aveva gli occhi aperti ma non sembrò accorgersi di Aimone e di tutti gli altri uomini. Diverse ferite gli solcavano il petto e le braccia e tutto il sangue si era raggrumato attorno a quei tagli.
Aimone si gettò su di esso e cominciò a scuoterlo, pazzo di rabbia.
<<Dov'è mia figlia, mostro! Ti giuro che se le hai fatto del male...>>
Sigurd si riscosse dalla trance in cui era caduto, sentendosi addosso le mani che lo strattonavano, sollevò Aimone con entrambe le braccia e lo spinse lontano.
Ado sfoderò la spada e gli armigeri puntarono contro Sigurd le lance. Voden aveva reagito allo stesso modo e, snudato il ferro, si era messo dalla parte del ragazzo.
Aimone si rialzò rifiutando l'aiuto degli armigeri. <<Abbassate tutti quanti le armi.>>
Gli armigeri con riluttanza obbedirono. <<Anche tu Voden, se non vuoi peggiorare le cose. Non puoi difendere tuo figlio, ha commesso un crimine e pertanto dovrà pagare.>>

Ritornarono sui loro passi solamente quando furono sicuri di non trovare nient'altro. Nessuna traccia di Ansa e nessuna confessione da Sigurd. Tornarono alla corte e subito Aimone diede l'ordine di preparare il patibolo. La tradizione voleva che l'imputato difendesse il proprio onore in un duello mortale, ma Aimone voleva vedere finita quella storia nel modo più veloce possibile, anche a costo di andare contro la tradizione. Sapeva che Voden avrebbe protestato, per questo lo fece rinchiudere in una delle prigioni della corte, con i suoi uomini.
Torturarono Sigurd, ma questi sopportò stoicamente. Ripeteva di non ricordarsi di quello che era successo, ne come fosse finito in quella grotta. Aimone ne ebbe abbastanza, pur sapendo che non avrebbe riveduto la figlia, ordinò che il giovane venisse impiccato.
Molta gente accorse a vedere, provenivano anche dai villaggi vicini. Il giovane venne scortato al palco con il volto coperto da una sacco. Al cappio lo accolse il sacerdote della corte, che un'ultima volta gli chiese di confessare i peccati e rivelare dove avesse nascosto o seppellito la ragazza. Per tutta risposta Sigurd rimase in silenzio.
La folla attendeva silenziosa l'esito mortale di quell'evento e sussultò quando si udì il primo ruggito provenire dal folto della foresta. Poi un secondo e un terzo, sempre più vicini. Infine la bestia comparve, uscì dalla foresta incedendo minacciosa.
Era alta almeno due metri, il corpo ricoperto da un fitto pelo nero, proprio come gli orsi. Tremenda a vedersi si ergeva eretta sulle zampe posteriori, una bava biancastra gli correva lungo muso bestiale e occhi rossi sanguigni dardeggiavano in direzione del patibolo.
A quella terribile vista il prete tremante si fece il segno della croce, mentre i contadini e molti del seguito di Aimone cercavano di scappare dalla bestia, calpestandosi a vicenda.
Solo Aimone, dopo lo sgomento iniziale, si riscosse, e, saldo nelle sue decisioni, ordinò che gli venisse portata la lancia.
Corse incontro alla bestia ma mancò l'affondo. La bestia scartò di lato e afferrò la lancia per il manico. Aimone non poteva sperare di vincere in forza con un mostro simile, mollò preso e sguainò la spada. Il mostro spezzo l'asta in due come un ramoscello. Una freccia lo ferì tra le scapole, mentre un'altra gli perforò la mano. La bestia gridò furibonda e si gettò su Aimone che non fece in tempo evitarla. Venne travolto dalla furia di quella belva. Sentì i suoi artigli penetrargli nelle carni e i denti acuminati squarciargli il petto.
Aimone sapeva di stare morendo ma con le ultime forze sollevò la spada. Con un unico colpo trafisse da parte a parte il collo del mostro.
Morirono nello stesso momento, il primo a causa del troppo sangue perso, il secondo per la ferita mortale. Ma quando sopraggiunsero servi e vassalli, e tutti quegli altri che erano scappati si verificò un fatto insolito.

Il corpo della bestia cominciò a rimpicciolirsi, i peli scomparvero lasciando il posto alla pelle rosea. Gli arti tornarono alle loro proporzioni umane e la testa ferina assunse i tratti di una giovane fanciulla, che tutti riconobbero: Ansa, la figlia di Aimone e futura sposa di Sigurd.

martedì 29 ottobre 2013

Storia di un garzone di una bottega di stoffe

Ebbi modo di vederla tra una consegna e l'altra.
Era seduta su uno sgabello e con le mani delicate lavorava al telaio. Si vedeva subito che non era una contadina, che facesse quel lavoro per arrotondare. I suoi vestiti, riccamente decorati, mi fecero subito intendere che non potevo nemmeno azzardarmi a rivolgerle la parola.
Lavorava inoltre sotto i portici di una casa nota a tutti in paese. Era il palazzotto di Gulla Crivelli. Costui era il signore delle terre di Brinate, di Cuggiono e di altri paesi nei dintorni. Suo era il mercato, suo il porticciolo sue le strade.
Io non ero che un povero garzone il cui lavoro manteneva a stento i miei fratelli e davanti a tanta ricchezza e potenza non potevo che tirarmi indietro.
Ma le sbirciate non costavano nulla, ed ogni volta che facevo quella strada, senza farmi vedere, la guardavo. Ogni giorno notavo qualche dettaglio che mi era sfuggito.
Aveva grandi occhi blu, intensi. Il naso era talmente squisito da parere un'opera d'arte. Le labbra sembravano morbidi e dolci, il tutto in un ovale perfetto quale era il suo viso. Aveva i capelli d'oro ora legati in una lunga treccia, ora sciolti, ora nascosti sotto un velo leggero. Quando rideva le si illuminava tutto il volto e la pelle prendeva colore.
Una volta la colsi in un momento di dolore: si era punta con un ago e dal dito offeso colava un rivoletto di sangue. Se lo portò delicatamente alle labbra e succhiò via il sangue.
Fu l'unica volta che rischiai di farmi scoprire. Ero rimasto come istupidito, fermo con il mio metro di pannolana ad osservarla.
Feci in modo di prendere tutte le consegne che andavano dalla bottega al porticciolo: era una strada lunga, polverosa e senza neanche un po' d'ombra. Ma sapevo che passando di li avrei visto lei e almeno per un po' avrei dimenticato i miei affanni.
Accadde che una mattina di metà luglio passando per la via consueta non la vidi intenta a filare. Il mio turbamento fu grande. Continuai per la mia strada cercando di non pensarci, ma il mattino dopo fu lo stesso. Non la vidi in quei giorni ne la settimana successiva. Passò un mese circa, un mese inquieto in cui operai per conoscere la sorte di quella ragazza.
Da alcuni tipi in gamba che avevano lavorato per il Crivelli seppi  che la ragazza era a Milano nella casa di Gulla, che di questi era la moglie (e non la figlia come avevo sospettato) e che si chiamava Lucia. Aggiunse poi uno di costoro, a bassa voce, che la fanciulla era stata colpita dalla peste. Sbiancai di colpo.
Nel mio paese la peste non era ancora arrivata, per fortuna. Sentivo quello che i mercanti raccontavano delle città infettate, bastava quello a farmi venire gli incubi di notte.
<<Mettiti il cuore in pace>> mi disse uno di quelli <<Dio ha voluto così.>>
E così feci. Continuai a lavorare come prima ma con il cuore triste. Mi ripetevo prima di andare a dormire che le non sarebbe mai stata mia, peste o non peste. La malattia non aveva fatto altro che farmi capire quanto fosse irrealizzabile il mio sogno.

La peste arrivò anche a Brinate, ma per fortuna nostra e grazia di Dio non fece stragi. Certo molti si ammalarono, alcuni morirono, ma a conti fatti ce la cavammo senza troppe perdite.
Io fui immune al contagio, ma più stavo bene fisicamente, più soffrivo nell'animo. Riempì il vuoto che avevo nel cuore avvicinandomi alla religione.
Avevo un cugino, Luigi, figlio della sorella di mia madre, che era il sacerdote del paese. Io ero ignorante, lui invece aveva studiato le lettere degli antichi, sapeva il latino e il greco. Era inoltre un uomo saggio, forse troppo pacato per i miei gusti.
Quando quell'estate in confessione gli parlai per la prima volta di Lucia e dei pensieri impuri che facevo su di lei, mi disse di fare attenzione.
<<Non è la donna tua, è la donna di un altro.>>
<<Ne sono consapevole padre, ma vedo quella donna in ogni luogo e in ogni volto. Non riesco a dimenticarla.>>
<<Devi! Lucia Crivelli non è roba per te. Ora pentiti di questi tuoi pensieri e recita tre pater noster.>>
Ogni volta mi confessavo, ogni volta gli ripetevo le stesse cose, e ogni volta lui tentava di  dissuadermi.
La bella stagione scivolò rapidamente e lasciò il posto al freddo dell'inverno. Arrivò il natale e non avevo più notizie di Lucia da almeno quattro mesi. Oramai mi ero rassegnato a crederla morta.
Vedendomi affranto Luigi fece di tutto per farmela dimenticare, mi propose persino di portare la croce alla messa di natale. Accettai con entusiasmo, e quella sera, dismesso il vestito sudicio del lavoro e indossato il vestito bello della festa mi calai nel ruolo del crocifero.
Regnava un'atmosfera di fiaba nella chiesa della canonica. Le luci delle candele, i fumi dell'incenso, il basso salmodiare dei canonici.
Incedevo solennemente, fiero del compito che mi era stato assegnato.
Fu solo grazie alla mia forza di volontà se non avvenne l'irreparabile. Per un attimo, la croce vacillò e in cuor mio temetti di mandarla in frantumi sul marmo dell'altare.
Il motivo del mio turbamento sedeva in prima fila.
Lucia Crivelli, vicino al marito, aveva lo sguardo assente: non si voltò a guardare la processione nella navata centrale e non si segnò nemmeno quando passammo.

Non prestai la benchè minima attenzione alla messa, ma stetti tutto il tempo a osservarla. Più la guardavo più capivo che qualcosa non andava. Ma cosa?
Innanzitutto la sua pelle aveva assunto una tonalità diversa. Era bianca, pallida da parere trasparente. Le labbra avevano perso colore e gli occhi, quegli occhi di cui mi ero innamorato, avevano dimenticato la vivacità. Se ne stavano immobili a fissare il nulla.
Solo i capelli avevano trattenuto i raggi del sole della passata estate e risplendevano dorati, il che accentuava ancora di più il pallore.
Fu  forse il riverbero delle luci tremolanti delle candele, o i fumi dell'incenso, a farmi vedere cose che non c'erano. Vidi o credetti di vedere un ombra scura passare sul suo volto e per un istante il suo viso angelico si trasformo in qualcosa di estremamente malvagio.
Finita la messa, gran festa.  Malgrado il gelo di quel 25 dicembre la gente del mio paese aveva voglia di concludere un periodo funesto con le risate, le bevute e l'allegria. Erano stati preparati dei piccoli falò proprio davanti al sagrato e qualche anima pia aveva preparato del vino aromatico caldo. Era la festa dei plebei, di noi gentaglia, contadini e artigiani.
Gulla Crivelli tirò dritto. Appena uscì di chiesa la gente si accalcò per augurargli i migliori auguri, per baciare l'anello, per omaggiarlo con una forma di pane dolce appena fatto. Anch'io mi avvicinai e con la scusa di baciare l'anello potei osservare attentamente Lucia.
Sembrava una madonna di marmo tanto era pallida e priva d'espressione.
Stanco di tutte quelle attenzioni Gulla tirò la moglie in malo modo e in pochi minuti si liberarono della folla. Raggiunti i cavalli assieme a ancelle e servitori, lasciarono il sagrato.
La gente li dimenticò quasi subito e tornò alla sua festa. Ballavano e bevevano. Un paio di ragazze mi fecero segno di accompagnarle a danzare, ma declinai l'invito. Avevo in mente solo Lucia.
Finalmente dalla chiesa uscì l'arciprete e dietro di lui Luigi. Per quanto la festa avesse un certo sapore pagano, così mi aveva detto, non aveva fatto nulla per impedire che questa avesse luogo.
Lo vidi solo piegarsi in una smorfia di disprezzo e puntare verso di me.
<<Hai avuto occhi solo per lei. Male!>>
Non seppi cosa ribattere, era vero.
<<Non te lo dico più solo perchè è la donna di un altro.>> Fece una lunga pausa mentre rimirava i volteggi quasi selvaggi delle danze.
<<Ho visto qualcosa...>> Lasciò la frase a metà e mi fece gelare il sangue. Un refolo di vento piegò le punte delle fiamme a destra.
Si scrollo di dosso un carico invisibile e sbuffò. <<Lasciamo perdere, non è cosa di cui deve parlare un uomo di chiesa. Solo un avvertimento: stalle lontano!>>
Quelle parole lapidarie risuonarono nella mia testa per tutta la notte e per tutti i giorni successivi.
Era diventata la mia ossessione.
Passavo davanti al palazzotto sperando di vederla ma mai la trovai seduta a filare. Una volta sbirciai dalle finestre, inutilmente. Pesanti tendaggi precludevano la vista a chiunque.
Venne l'anno nuovo e cominciarono a circolare voci inquietanti. A Buffalora, vicino a Brinate, due bambine erano stati colpiti dalla peste. A Cuggiono erano morte tutte le vacche della chiesa per qualche male sconosciuto ma una donna affermava di aver sentito delle grida disumane provenire dal recinto. Le voci si moltiplicarono e in questo o quel paese accadevano sempre più spesso fatti sinistri. La gente si ammalava di peste e sempre più spesso si udivano i versi bestiali. Ovunque, ad eccezione Brinate.
Qualcuno mi disse che era dovuto alla presenza dei canonici, che allontanavano il diavolo dal paese. Quando lo chiesi a Luigi non mi rispose e si chiuse in uno strano silenzio.
Non passò molto tempo prima che l'argomento delle voci cambiasse. Qualcuno aveva fatto due più due.
Gli omicidi e tutto il resto erano cominciati quando i Crivelli erano tornati e dopo la messa di natale nessuno li aveva più visti. La gente mormorò, ma quando la situazione divenne intollerabile e si ebbe paura persino tra le mura di casa, si sollevò.
Non posso negare che ci fossi anche io a brandire fiaccole e forconi. Davanti al palazzotto si gridava che Gulla venisse fuori.
Io ero più che sicuro che avesse fatto del male a Lucia con qualche sortilegio o stregoneria ed ero pronto a fargliela pagare.
Gulla non venne fuori, ma noi entrammo lo stesso.
Sfondammo il portone e dilagammo nelle stanze. Non trovammo i Crivelli, non erano in casa. Anzi sembrava che la dimora fosse stata abbandonata dall'estate precedente.
Cercammo in tutte le stanze del maniero, ma fui il primo a varcare la soglia della cantina.

Era il tramonto di una giornata grigia e uggiosa. Ci sarebbe stata una notte fredda. L'ultima luce morente filtrava da una piccola finestrella ad arco.
Mi strinsi nei panni. Avevo freddo, avevo il gelo nelle ossa. Sentivo le gambe rigide come tronchi di legno, la bocca impastata e la testa annebbiata. Portai i pugni agli occhi e li sfregai vigorosamente. Udivo i passi della folla al piano di sopra, ma lì sotto regnava un silenzio perfetto.
Davanti a me giacevano due corpi. Uno era quello di Gulla Crivelli, che emanava un lezzo nauseabondo. Il secondo era la mia Lucia, sdraiato su un tavolo con le braccia sul grembo. Era vestita e agghindata come a natale.
Mi avvicinai portandomi il braccio sotto il naso. Gulla era morto da più di qualche giorno, a giudicare dallo stato in cui si trovava.
Lucia invece respirava. Accostai l'orecchio al suo petto. Respirava e la sua pelle era calda. Le scostai delicatamente la collana e vidi quel che già avevo intravisto a messa. Il bellissimo collo era deturpato da un'orrenda cicatrice che correva lungo tutta la circonferenza.
Il sole calò del tutto e alla sola luce della fiaccola vidi quel brutto segno pulsare. Mi ritrassi inorridito e inciampai sul cadavere del Crivelli.
Caddi. Ma feci in tempo a vedere cosa quella ferita avesse trasudato. Era grande quanto un cane, ma completamente nero e glabro. Aveva un paio di corna caprine sulla testa e le zampe anteriori erano molto più simili a quelle di un rapace. Le sue piccole pupille triangolari studiarono la stanza ma non mi videro, a terra, paralizzato dal terrore.
Si erse su due zampe, come gli uomini, e corse su per le scale. Attesi le grida di panico ma non udì niente.
Mi rialzai tenendomi lontano da Lucia. Inciampando sul corpo di Gulla, feci cadere quello che aveva in mano. Era un libricino con la rilegatura in pelle. Non seppi il perchè ma lo raccolsi e lo nascosi tra le pieghe del vestito.

Trovarono la cantina e gridarono al maleficio. La gente temeva che Satana ci avesse messo lo zampino. Non si accorsero che Lucia era viva, e io ero talmente scosso da non riuscire a spiccicare parola. Corpi, cantina e villa vennero dati alle fiamme. Il rogo durò tutta notte, solo quando giunse la mattina, e con essa una pioggerella leggera le fiamme si spensero e della villa non rimaneva che qualche pietra annerita.
Con il libricino nella tasca della giubba mi recai nella canonica. Luigi non aveva partecipato alla distruzione della villa e malgrado fosse presto lo trovai inginocchiato a pregare davanti all'altare.
<<Padre devo mostrarle una cosa.>> Povero me ignorante, non sapendo distinguere una "a" da uno scarabocchio, dovetti affidarmi a lui. Gli diedi il libricino e appena lo aprì sbiancò. Mi strinse il braccio con forza.
<<Seguimi.>>
Mi portò nella sua cella, chiuse nervosamente la porta e mi guardò negli occhi.
<<Dove lo hai trovato?>> chiese.
Gli raccontai quello che avevo visto, i cadaveri, il demonio, tutto quanto.
Luigi scosse la testa, non sembrava inorridito e nemmeno sorpreso.
<<Ascoltami bene ora. Ti leggerò quello che c'è scritto qua dentro ma non dovrai dirlo a nessuno. Intesi?>>
Sebbene fosse più basso e magro di me, mi sentivo intimidito dalla sua autorità. Accennai col capo, istupidito. Si sedette accanto a me e aprì il libricino. Con voce sicura cominciò a leggere quello che era stato il registro di Gulla Crivelli.

12  Agosto
L'orrore! L'orrore è entrato nella mia dimora. La peste ha bussato ma non le abbiamo aperto eppure è entrata e ha colpito coi suoi neri artigli.  Maledetta sia la pesta portatrice di morte e maledetto sia il nome di Dio per questa rovina.

20 Agosto
Forse c'è speranza, forse...

25 Agosto
Ha cessato questa notte di respirare, oramai era questione di minuti. La servitù è scappata, ho cercato di impedirlo. Mi hanno sputato addosso gridandomi le loro maledizioni. Che importanza ha? Siamo tutti maledetti!

29 Agosto
Ho pianto, ho gridato, ho invocato, ma non il nome di nostro signore.

16 Settembre
Ha deciso di comparirmi nella sua vera forma. Prima solo in sogno, ora in carne e ossa. Non assomiglia alle rappresentazioni delle chiese, non ha corna o piedi caprini. Mi ha proposto un patto, la sua vita in cambio di un favore. Ho accettato senza pensarci. Ha voluto il sangue dal mio collo, e non dalle mie mani. Dovrò coprire questa brutta cicatrice con qualcosa.

20 Settembre
Sembra stia meglio. Parla, cammina e... mangia.

26 Settembre
Girano troppe voci strane. Ho paura, troppa paura, ma non mi aiuta. Da quando ha scoperto quello che ho fatto, anche se l'ho fatto per la sua salvezza mi teme. Ha paura anche lui, ma di me. Ha paura di quello che succede di notte nel contado.

9 Ottobre
Ci siamo trasferiti a Brinate e ci rimarremo finchè non si saranno calmate le acque.

30 Ottobre
Non si è verificato nient'altro. Forse non lo vedrò più ne lo sentirò abbaiare, o udirò quei suoi latrati disgustosi.

1 Gennaio
Sono ricominciate le sparizioni. Questa notte ho sentito qualcosa uscire dalla mia gola, facevo fatica a respirare, credevo di morire soffocato. Ma alla fine è uscito. Prima di buttarsi tra i campi si è voltato fissandomi coi suoi occhi triangolari e mi ha sorriso.

14 Gennaio
Il paese mormora, non va affatto bene.

24 Gennaio
C'è tutto il paese fuori dalla villa, lo sento perfino dalla cantina. Vogliono il mio sangue e quello di Gulla, ma non l'avranno. L'ho ucciso e il suo corpo si è decomposto ad una velocità sorprendente. In cuor mio lo sapevo, era morto già da quest'estate quando la peste lo colse. Ora tocca a me mi toglierò la vita, in modo che il demone che alberga dentro di me, muoia. Chi leggerà queste righe sappia che quello che ho fatto l'ho fatto per amore e ingenuità. Se avessi saputo che la vita di mio marito avesse significato tutto questo, forse non avrei accettato. Ma oramai è tardi ed è tempo che mi ricongiunga con lui.

Me ne tornai a casa sconvolto, sicuro che quella orrida storia fosse finalmente finita. Scacciai i brutti i pensieri e siccome era già ora di lavoro andai alla bottega.
Solo per un attimo, brevissimo come un battito di ciglia, su quella strada in cui la vidi per la prima volta, la vidi di nuovo, seduta a filare, davanti alle rovine del palazzotto. Ma al suo fianco, un grosso essere nero le faceva la guardia e sembrava mi stesse sorridendo.
Chiusi gli occhi, ingoiai la saliva e tirai dritto, inquieto per quello che avevo visto.
Le vie del signore possono anche essere infinite, ma questa di certo non lo è.