Storia di un garzone di una bottega di stoffe
Era seduta su uno sgabello e con le mani delicate lavorava al telaio. Si vedeva subito che non era una contadina, che facesse quel lavoro per arrotondare. I suoi vestiti, riccamente decorati, mi fecero subito intendere che non potevo nemmeno azzardarmi a rivolgerle la parola.
Lavorava inoltre sotto i portici di una casa nota a tutti in paese. Era il palazzotto di Gulla Crivelli. Costui era il signore delle terre di Brinate, di Cuggiono e di altri paesi nei dintorni. Suo era il mercato, suo il porticciolo sue le strade.
Io non ero che un povero garzone il cui lavoro manteneva a stento i miei fratelli e davanti a tanta ricchezza e potenza non potevo che tirarmi indietro.
Ma le sbirciate non costavano nulla, ed ogni volta che facevo quella strada, senza farmi vedere, la guardavo. Ogni giorno notavo qualche dettaglio che mi era sfuggito.
Aveva grandi occhi blu, intensi. Il naso era talmente squisito da parere un'opera d'arte. Le labbra sembravano morbidi e dolci, il tutto in un ovale perfetto quale era il suo viso. Aveva i capelli d'oro ora legati in una lunga treccia, ora sciolti, ora nascosti sotto un velo leggero. Quando rideva le si illuminava tutto il volto e la pelle prendeva colore.
Una volta la colsi in un momento di dolore: si era punta con un ago e dal dito offeso colava un rivoletto di sangue. Se lo portò delicatamente alle labbra e succhiò via il sangue.
Fu l'unica volta che rischiai di farmi scoprire. Ero rimasto come istupidito, fermo con il mio metro di pannolana ad osservarla.
Feci in modo di prendere tutte le consegne che andavano dalla bottega al porticciolo: era una strada lunga, polverosa e senza neanche un po' d'ombra. Ma sapevo che passando di li avrei visto lei e almeno per un po' avrei dimenticato i miei affanni.
Accadde che una mattina di metà luglio passando per la via consueta non la vidi intenta a filare. Il mio turbamento fu grande. Continuai per la mia strada cercando di non pensarci, ma il mattino dopo fu lo stesso. Non la vidi in quei giorni ne la settimana successiva. Passò un mese circa, un mese inquieto in cui operai per conoscere la sorte di quella ragazza.
Da alcuni tipi in gamba che avevano lavorato per il Crivelli seppi che la ragazza era a Milano nella casa di Gulla, che di questi era la moglie (e non la figlia come avevo sospettato) e che si chiamava Lucia. Aggiunse poi uno di costoro, a bassa voce, che la fanciulla era stata colpita dalla peste. Sbiancai di colpo.
Nel mio paese la peste non era ancora arrivata, per fortuna. Sentivo quello che i mercanti raccontavano delle città infettate, bastava quello a farmi venire gli incubi di notte.
<<Mettiti il cuore in pace>> mi disse uno di quelli <<Dio ha voluto così.>>
E così feci. Continuai a lavorare come prima ma con il cuore triste. Mi ripetevo prima di andare a dormire che le non sarebbe mai stata mia, peste o non peste. La malattia non aveva fatto altro che farmi capire quanto fosse irrealizzabile il mio sogno.
La peste arrivò anche a Brinate, ma per fortuna nostra e grazia di Dio non fece stragi. Certo molti si ammalarono, alcuni morirono, ma a conti fatti ce la cavammo senza troppe perdite.
Io fui immune al contagio, ma più stavo bene fisicamente, più soffrivo nell'animo. Riempì il vuoto che avevo nel cuore avvicinandomi alla religione.
Avevo un cugino, Luigi, figlio della sorella di mia madre, che era il sacerdote del paese. Io ero ignorante, lui invece aveva studiato le lettere degli antichi, sapeva il latino e il greco. Era inoltre un uomo saggio, forse troppo pacato per i miei gusti.
Quando quell'estate in confessione gli parlai per la prima volta di Lucia e dei pensieri impuri che facevo su di lei, mi disse di fare attenzione.
<<Non è la donna tua, è la donna di un altro.>>
<<Ne sono consapevole padre, ma vedo quella donna in ogni luogo e in ogni volto. Non riesco a dimenticarla.>>
<<Devi! Lucia Crivelli non è roba per te. Ora pentiti di questi tuoi pensieri e recita tre pater noster.>>
Ogni volta mi confessavo, ogni volta gli ripetevo le stesse cose, e ogni volta lui tentava di dissuadermi.
La bella stagione scivolò rapidamente e lasciò il posto al freddo dell'inverno. Arrivò il natale e non avevo più notizie di Lucia da almeno quattro mesi. Oramai mi ero rassegnato a crederla morta.
Vedendomi affranto Luigi fece di tutto per farmela dimenticare, mi propose persino di portare la croce alla messa di natale. Accettai con entusiasmo, e quella sera, dismesso il vestito sudicio del lavoro e indossato il vestito bello della festa mi calai nel ruolo del crocifero.
Regnava un'atmosfera di fiaba nella chiesa della canonica. Le luci delle candele, i fumi dell'incenso, il basso salmodiare dei canonici.
Incedevo solennemente, fiero del compito che mi era stato assegnato.
Fu solo grazie alla mia forza di volontà se non avvenne l'irreparabile. Per un attimo, la croce vacillò e in cuor mio temetti di mandarla in frantumi sul marmo dell'altare.
Il motivo del mio turbamento sedeva in prima fila.
Lucia Crivelli, vicino al marito, aveva lo sguardo assente: non si voltò a guardare la processione nella navata centrale e non si segnò nemmeno quando passammo.
Non prestai la benchè minima attenzione alla messa, ma stetti tutto il tempo a osservarla. Più la guardavo più capivo che qualcosa non andava. Ma cosa?
Innanzitutto la sua pelle aveva assunto una tonalità diversa. Era bianca, pallida da parere trasparente. Le labbra avevano perso colore e gli occhi, quegli occhi di cui mi ero innamorato, avevano dimenticato la vivacità. Se ne stavano immobili a fissare il nulla.
Solo i capelli avevano trattenuto i raggi del sole della passata estate e risplendevano dorati, il che accentuava ancora di più il pallore.
Fu forse il riverbero delle luci tremolanti delle candele, o i fumi dell'incenso, a farmi vedere cose che non c'erano. Vidi o credetti di vedere un ombra scura passare sul suo volto e per un istante il suo viso angelico si trasformo in qualcosa di estremamente malvagio.
Finita la messa, gran festa. Malgrado il gelo di quel 25 dicembre la gente del mio paese aveva voglia di concludere un periodo funesto con le risate, le bevute e l'allegria. Erano stati preparati dei piccoli falò proprio davanti al sagrato e qualche anima pia aveva preparato del vino aromatico caldo. Era la festa dei plebei, di noi gentaglia, contadini e artigiani.
Gulla Crivelli tirò dritto. Appena uscì di chiesa la gente si accalcò per augurargli i migliori auguri, per baciare l'anello, per omaggiarlo con una forma di pane dolce appena fatto. Anch'io mi avvicinai e con la scusa di baciare l'anello potei osservare attentamente Lucia.
Sembrava una madonna di marmo tanto era pallida e priva d'espressione.
Stanco di tutte quelle attenzioni Gulla tirò la moglie in malo modo e in pochi minuti si liberarono della folla. Raggiunti i cavalli assieme a ancelle e servitori, lasciarono il sagrato.
La gente li dimenticò quasi subito e tornò alla sua festa. Ballavano e bevevano. Un paio di ragazze mi fecero segno di accompagnarle a danzare, ma declinai l'invito. Avevo in mente solo Lucia.
Finalmente dalla chiesa uscì l'arciprete e dietro di lui Luigi. Per quanto la festa avesse un certo sapore pagano, così mi aveva detto, non aveva fatto nulla per impedire che questa avesse luogo.
Lo vidi solo piegarsi in una smorfia di disprezzo e puntare verso di me.
<<Hai avuto occhi solo per lei. Male!>>
Non seppi cosa ribattere, era vero.
<<Non te lo dico più solo perchè è la donna di un altro.>> Fece una lunga pausa mentre rimirava i volteggi quasi selvaggi delle danze.
<<Ho visto qualcosa...>> Lasciò la frase a metà e mi fece gelare il sangue. Un refolo di vento piegò le punte delle fiamme a destra.
Si scrollo di dosso un carico invisibile e sbuffò. <<Lasciamo perdere, non è cosa di cui deve parlare un uomo di chiesa. Solo un avvertimento: stalle lontano!>>
Quelle parole lapidarie risuonarono nella mia testa per tutta la notte e per tutti i giorni successivi.
Era diventata la mia ossessione.
Passavo davanti al palazzotto sperando di vederla ma mai la trovai seduta a filare. Una volta sbirciai dalle finestre, inutilmente. Pesanti tendaggi precludevano la vista a chiunque.
Venne l'anno nuovo e cominciarono a circolare voci inquietanti. A Buffalora, vicino a Brinate, due bambine erano stati colpiti dalla peste. A Cuggiono erano morte tutte le vacche della chiesa per qualche male sconosciuto ma una donna affermava di aver sentito delle grida disumane provenire dal recinto. Le voci si moltiplicarono e in questo o quel paese accadevano sempre più spesso fatti sinistri. La gente si ammalava di peste e sempre più spesso si udivano i versi bestiali. Ovunque, ad eccezione Brinate.
Qualcuno mi disse che era dovuto alla presenza dei canonici, che allontanavano il diavolo dal paese. Quando lo chiesi a Luigi non mi rispose e si chiuse in uno strano silenzio.
Non passò molto tempo prima che l'argomento delle voci cambiasse. Qualcuno aveva fatto due più due.
Gli omicidi e tutto il resto erano cominciati quando i Crivelli erano tornati e dopo la messa di natale nessuno li aveva più visti. La gente mormorò, ma quando la situazione divenne intollerabile e si ebbe paura persino tra le mura di casa, si sollevò.
Non posso negare che ci fossi anche io a brandire fiaccole e forconi. Davanti al palazzotto si gridava che Gulla venisse fuori.
Io ero più che sicuro che avesse fatto del male a Lucia con qualche sortilegio o stregoneria ed ero pronto a fargliela pagare.
Gulla non venne fuori, ma noi entrammo lo stesso.
Sfondammo il portone e dilagammo nelle stanze. Non trovammo i Crivelli, non erano in casa. Anzi sembrava che la dimora fosse stata abbandonata dall'estate precedente.
Cercammo in tutte le stanze del maniero, ma fui il primo a varcare la soglia della cantina.
Era il tramonto di una giornata grigia e uggiosa. Ci sarebbe stata una notte fredda. L'ultima luce morente filtrava da una piccola finestrella ad arco.
Mi strinsi nei panni. Avevo freddo, avevo il gelo nelle ossa. Sentivo le gambe rigide come tronchi di legno, la bocca impastata e la testa annebbiata. Portai i pugni agli occhi e li sfregai vigorosamente. Udivo i passi della folla al piano di sopra, ma lì sotto regnava un silenzio perfetto.
Davanti a me giacevano due corpi. Uno era quello di Gulla Crivelli, che emanava un lezzo nauseabondo. Il secondo era la mia Lucia, sdraiato su un tavolo con le braccia sul grembo. Era vestita e agghindata come a natale.
Mi avvicinai portandomi il braccio sotto il naso. Gulla era morto da più di qualche giorno, a giudicare dallo stato in cui si trovava.
Lucia invece respirava. Accostai l'orecchio al suo petto. Respirava e la sua pelle era calda. Le scostai delicatamente la collana e vidi quel che già avevo intravisto a messa. Il bellissimo collo era deturpato da un'orrenda cicatrice che correva lungo tutta la circonferenza.
Il sole calò del tutto e alla sola luce della fiaccola vidi quel brutto segno pulsare. Mi ritrassi inorridito e inciampai sul cadavere del Crivelli.
Caddi. Ma feci in tempo a vedere cosa quella ferita avesse trasudato. Era grande quanto un cane, ma completamente nero e glabro. Aveva un paio di corna caprine sulla testa e le zampe anteriori erano molto più simili a quelle di un rapace. Le sue piccole pupille triangolari studiarono la stanza ma non mi videro, a terra, paralizzato dal terrore.
Si erse su due zampe, come gli uomini, e corse su per le scale. Attesi le grida di panico ma non udì niente.
Mi rialzai tenendomi lontano da Lucia. Inciampando sul corpo di Gulla, feci cadere quello che aveva in mano. Era un libricino con la rilegatura in pelle. Non seppi il perchè ma lo raccolsi e lo nascosi tra le pieghe del vestito.
Trovarono la cantina e gridarono al maleficio. La gente temeva che Satana ci avesse messo lo zampino. Non si accorsero che Lucia era viva, e io ero talmente scosso da non riuscire a spiccicare parola. Corpi, cantina e villa vennero dati alle fiamme. Il rogo durò tutta notte, solo quando giunse la mattina, e con essa una pioggerella leggera le fiamme si spensero e della villa non rimaneva che qualche pietra annerita.
Con il libricino nella tasca della giubba mi recai nella canonica. Luigi non aveva partecipato alla distruzione della villa e malgrado fosse presto lo trovai inginocchiato a pregare davanti all'altare.
<<Padre devo mostrarle una cosa.>> Povero me ignorante, non sapendo distinguere una "a" da uno scarabocchio, dovetti affidarmi a lui. Gli diedi il libricino e appena lo aprì sbiancò. Mi strinse il braccio con forza.
<<Seguimi.>>
Mi portò nella sua cella, chiuse nervosamente la porta e mi guardò negli occhi.
<<Dove lo hai trovato?>> chiese.
Gli raccontai quello che avevo visto, i cadaveri, il demonio, tutto quanto.
Luigi scosse la testa, non sembrava inorridito e nemmeno sorpreso.
<<Ascoltami bene ora. Ti leggerò quello che c'è scritto qua dentro ma non dovrai dirlo a nessuno. Intesi?>>
Sebbene fosse più basso e magro di me, mi sentivo intimidito dalla sua autorità. Accennai col capo, istupidito. Si sedette accanto a me e aprì il libricino. Con voce sicura cominciò a leggere quello che era stato il registro di Gulla Crivelli.
12 Agosto
L'orrore! L'orrore è entrato nella mia dimora. La peste ha bussato ma non le abbiamo aperto eppure è entrata e ha colpito coi suoi neri artigli. Maledetta sia la pesta portatrice di morte e maledetto sia il nome di Dio per questa rovina.
20 Agosto
Forse c'è speranza, forse...
25 Agosto
Ha cessato questa notte di respirare, oramai era questione di minuti. La servitù è scappata, ho cercato di impedirlo. Mi hanno sputato addosso gridandomi le loro maledizioni. Che importanza ha? Siamo tutti maledetti!
29 Agosto
Ho pianto, ho gridato, ho invocato, ma non il nome di nostro signore.
16 Settembre
Ha deciso di comparirmi nella sua vera forma. Prima solo in sogno, ora in carne e ossa. Non assomiglia alle rappresentazioni delle chiese, non ha corna o piedi caprini. Mi ha proposto un patto, la sua vita in cambio di un favore. Ho accettato senza pensarci. Ha voluto il sangue dal mio collo, e non dalle mie mani. Dovrò coprire questa brutta cicatrice con qualcosa.
20 Settembre
Sembra stia meglio. Parla, cammina e... mangia.
26 Settembre
Girano troppe voci strane. Ho paura, troppa paura, ma non mi aiuta. Da quando ha scoperto quello che ho fatto, anche se l'ho fatto per la sua salvezza mi teme. Ha paura anche lui, ma di me. Ha paura di quello che succede di notte nel contado.
9 Ottobre
Ci siamo trasferiti a Brinate e ci rimarremo finchè non si saranno calmate le acque.
30 Ottobre
Non si è verificato nient'altro. Forse non lo vedrò più ne lo sentirò abbaiare, o udirò quei suoi latrati disgustosi.
1 Gennaio
Sono ricominciate le sparizioni. Questa notte ho sentito qualcosa uscire dalla mia gola, facevo fatica a respirare, credevo di morire soffocato. Ma alla fine è uscito. Prima di buttarsi tra i campi si è voltato fissandomi coi suoi occhi triangolari e mi ha sorriso.
14 Gennaio
Il paese mormora, non va affatto bene.
24 Gennaio
C'è tutto il paese fuori dalla villa, lo sento perfino dalla cantina. Vogliono il mio sangue e quello di Gulla, ma non l'avranno. L'ho ucciso e il suo corpo si è decomposto ad una velocità sorprendente. In cuor mio lo sapevo, era morto già da quest'estate quando la peste lo colse. Ora tocca a me mi toglierò la vita, in modo che il demone che alberga dentro di me, muoia. Chi leggerà queste righe sappia che quello che ho fatto l'ho fatto per amore e ingenuità. Se avessi saputo che la vita di mio marito avesse significato tutto questo, forse non avrei accettato. Ma oramai è tardi ed è tempo che mi ricongiunga con lui.
Me ne tornai a casa sconvolto, sicuro che quella orrida storia fosse finalmente finita. Scacciai i brutti i pensieri e siccome era già ora di lavoro andai alla bottega.
Solo per un attimo, brevissimo come un battito di ciglia, su quella strada in cui la vidi per la prima volta, la vidi di nuovo, seduta a filare, davanti alle rovine del palazzotto. Ma al suo fianco, un grosso essere nero le faceva la guardia e sembrava mi stesse sorridendo.
Chiusi gli occhi, ingoiai la saliva e tirai dritto, inquieto per quello che avevo visto.
Le vie del signore possono anche essere infinite, ma questa di certo non lo è.