martedì 29 ottobre 2013

Storia di un garzone di una bottega di stoffe

Ebbi modo di vederla tra una consegna e l'altra.
Era seduta su uno sgabello e con le mani delicate lavorava al telaio. Si vedeva subito che non era una contadina, che facesse quel lavoro per arrotondare. I suoi vestiti, riccamente decorati, mi fecero subito intendere che non potevo nemmeno azzardarmi a rivolgerle la parola.
Lavorava inoltre sotto i portici di una casa nota a tutti in paese. Era il palazzotto di Gulla Crivelli. Costui era il signore delle terre di Brinate, di Cuggiono e di altri paesi nei dintorni. Suo era il mercato, suo il porticciolo sue le strade.
Io non ero che un povero garzone il cui lavoro manteneva a stento i miei fratelli e davanti a tanta ricchezza e potenza non potevo che tirarmi indietro.
Ma le sbirciate non costavano nulla, ed ogni volta che facevo quella strada, senza farmi vedere, la guardavo. Ogni giorno notavo qualche dettaglio che mi era sfuggito.
Aveva grandi occhi blu, intensi. Il naso era talmente squisito da parere un'opera d'arte. Le labbra sembravano morbidi e dolci, il tutto in un ovale perfetto quale era il suo viso. Aveva i capelli d'oro ora legati in una lunga treccia, ora sciolti, ora nascosti sotto un velo leggero. Quando rideva le si illuminava tutto il volto e la pelle prendeva colore.
Una volta la colsi in un momento di dolore: si era punta con un ago e dal dito offeso colava un rivoletto di sangue. Se lo portò delicatamente alle labbra e succhiò via il sangue.
Fu l'unica volta che rischiai di farmi scoprire. Ero rimasto come istupidito, fermo con il mio metro di pannolana ad osservarla.
Feci in modo di prendere tutte le consegne che andavano dalla bottega al porticciolo: era una strada lunga, polverosa e senza neanche un po' d'ombra. Ma sapevo che passando di li avrei visto lei e almeno per un po' avrei dimenticato i miei affanni.
Accadde che una mattina di metà luglio passando per la via consueta non la vidi intenta a filare. Il mio turbamento fu grande. Continuai per la mia strada cercando di non pensarci, ma il mattino dopo fu lo stesso. Non la vidi in quei giorni ne la settimana successiva. Passò un mese circa, un mese inquieto in cui operai per conoscere la sorte di quella ragazza.
Da alcuni tipi in gamba che avevano lavorato per il Crivelli seppi  che la ragazza era a Milano nella casa di Gulla, che di questi era la moglie (e non la figlia come avevo sospettato) e che si chiamava Lucia. Aggiunse poi uno di costoro, a bassa voce, che la fanciulla era stata colpita dalla peste. Sbiancai di colpo.
Nel mio paese la peste non era ancora arrivata, per fortuna. Sentivo quello che i mercanti raccontavano delle città infettate, bastava quello a farmi venire gli incubi di notte.
<<Mettiti il cuore in pace>> mi disse uno di quelli <<Dio ha voluto così.>>
E così feci. Continuai a lavorare come prima ma con il cuore triste. Mi ripetevo prima di andare a dormire che le non sarebbe mai stata mia, peste o non peste. La malattia non aveva fatto altro che farmi capire quanto fosse irrealizzabile il mio sogno.

La peste arrivò anche a Brinate, ma per fortuna nostra e grazia di Dio non fece stragi. Certo molti si ammalarono, alcuni morirono, ma a conti fatti ce la cavammo senza troppe perdite.
Io fui immune al contagio, ma più stavo bene fisicamente, più soffrivo nell'animo. Riempì il vuoto che avevo nel cuore avvicinandomi alla religione.
Avevo un cugino, Luigi, figlio della sorella di mia madre, che era il sacerdote del paese. Io ero ignorante, lui invece aveva studiato le lettere degli antichi, sapeva il latino e il greco. Era inoltre un uomo saggio, forse troppo pacato per i miei gusti.
Quando quell'estate in confessione gli parlai per la prima volta di Lucia e dei pensieri impuri che facevo su di lei, mi disse di fare attenzione.
<<Non è la donna tua, è la donna di un altro.>>
<<Ne sono consapevole padre, ma vedo quella donna in ogni luogo e in ogni volto. Non riesco a dimenticarla.>>
<<Devi! Lucia Crivelli non è roba per te. Ora pentiti di questi tuoi pensieri e recita tre pater noster.>>
Ogni volta mi confessavo, ogni volta gli ripetevo le stesse cose, e ogni volta lui tentava di  dissuadermi.
La bella stagione scivolò rapidamente e lasciò il posto al freddo dell'inverno. Arrivò il natale e non avevo più notizie di Lucia da almeno quattro mesi. Oramai mi ero rassegnato a crederla morta.
Vedendomi affranto Luigi fece di tutto per farmela dimenticare, mi propose persino di portare la croce alla messa di natale. Accettai con entusiasmo, e quella sera, dismesso il vestito sudicio del lavoro e indossato il vestito bello della festa mi calai nel ruolo del crocifero.
Regnava un'atmosfera di fiaba nella chiesa della canonica. Le luci delle candele, i fumi dell'incenso, il basso salmodiare dei canonici.
Incedevo solennemente, fiero del compito che mi era stato assegnato.
Fu solo grazie alla mia forza di volontà se non avvenne l'irreparabile. Per un attimo, la croce vacillò e in cuor mio temetti di mandarla in frantumi sul marmo dell'altare.
Il motivo del mio turbamento sedeva in prima fila.
Lucia Crivelli, vicino al marito, aveva lo sguardo assente: non si voltò a guardare la processione nella navata centrale e non si segnò nemmeno quando passammo.

Non prestai la benchè minima attenzione alla messa, ma stetti tutto il tempo a osservarla. Più la guardavo più capivo che qualcosa non andava. Ma cosa?
Innanzitutto la sua pelle aveva assunto una tonalità diversa. Era bianca, pallida da parere trasparente. Le labbra avevano perso colore e gli occhi, quegli occhi di cui mi ero innamorato, avevano dimenticato la vivacità. Se ne stavano immobili a fissare il nulla.
Solo i capelli avevano trattenuto i raggi del sole della passata estate e risplendevano dorati, il che accentuava ancora di più il pallore.
Fu  forse il riverbero delle luci tremolanti delle candele, o i fumi dell'incenso, a farmi vedere cose che non c'erano. Vidi o credetti di vedere un ombra scura passare sul suo volto e per un istante il suo viso angelico si trasformo in qualcosa di estremamente malvagio.
Finita la messa, gran festa.  Malgrado il gelo di quel 25 dicembre la gente del mio paese aveva voglia di concludere un periodo funesto con le risate, le bevute e l'allegria. Erano stati preparati dei piccoli falò proprio davanti al sagrato e qualche anima pia aveva preparato del vino aromatico caldo. Era la festa dei plebei, di noi gentaglia, contadini e artigiani.
Gulla Crivelli tirò dritto. Appena uscì di chiesa la gente si accalcò per augurargli i migliori auguri, per baciare l'anello, per omaggiarlo con una forma di pane dolce appena fatto. Anch'io mi avvicinai e con la scusa di baciare l'anello potei osservare attentamente Lucia.
Sembrava una madonna di marmo tanto era pallida e priva d'espressione.
Stanco di tutte quelle attenzioni Gulla tirò la moglie in malo modo e in pochi minuti si liberarono della folla. Raggiunti i cavalli assieme a ancelle e servitori, lasciarono il sagrato.
La gente li dimenticò quasi subito e tornò alla sua festa. Ballavano e bevevano. Un paio di ragazze mi fecero segno di accompagnarle a danzare, ma declinai l'invito. Avevo in mente solo Lucia.
Finalmente dalla chiesa uscì l'arciprete e dietro di lui Luigi. Per quanto la festa avesse un certo sapore pagano, così mi aveva detto, non aveva fatto nulla per impedire che questa avesse luogo.
Lo vidi solo piegarsi in una smorfia di disprezzo e puntare verso di me.
<<Hai avuto occhi solo per lei. Male!>>
Non seppi cosa ribattere, era vero.
<<Non te lo dico più solo perchè è la donna di un altro.>> Fece una lunga pausa mentre rimirava i volteggi quasi selvaggi delle danze.
<<Ho visto qualcosa...>> Lasciò la frase a metà e mi fece gelare il sangue. Un refolo di vento piegò le punte delle fiamme a destra.
Si scrollo di dosso un carico invisibile e sbuffò. <<Lasciamo perdere, non è cosa di cui deve parlare un uomo di chiesa. Solo un avvertimento: stalle lontano!>>
Quelle parole lapidarie risuonarono nella mia testa per tutta la notte e per tutti i giorni successivi.
Era diventata la mia ossessione.
Passavo davanti al palazzotto sperando di vederla ma mai la trovai seduta a filare. Una volta sbirciai dalle finestre, inutilmente. Pesanti tendaggi precludevano la vista a chiunque.
Venne l'anno nuovo e cominciarono a circolare voci inquietanti. A Buffalora, vicino a Brinate, due bambine erano stati colpiti dalla peste. A Cuggiono erano morte tutte le vacche della chiesa per qualche male sconosciuto ma una donna affermava di aver sentito delle grida disumane provenire dal recinto. Le voci si moltiplicarono e in questo o quel paese accadevano sempre più spesso fatti sinistri. La gente si ammalava di peste e sempre più spesso si udivano i versi bestiali. Ovunque, ad eccezione Brinate.
Qualcuno mi disse che era dovuto alla presenza dei canonici, che allontanavano il diavolo dal paese. Quando lo chiesi a Luigi non mi rispose e si chiuse in uno strano silenzio.
Non passò molto tempo prima che l'argomento delle voci cambiasse. Qualcuno aveva fatto due più due.
Gli omicidi e tutto il resto erano cominciati quando i Crivelli erano tornati e dopo la messa di natale nessuno li aveva più visti. La gente mormorò, ma quando la situazione divenne intollerabile e si ebbe paura persino tra le mura di casa, si sollevò.
Non posso negare che ci fossi anche io a brandire fiaccole e forconi. Davanti al palazzotto si gridava che Gulla venisse fuori.
Io ero più che sicuro che avesse fatto del male a Lucia con qualche sortilegio o stregoneria ed ero pronto a fargliela pagare.
Gulla non venne fuori, ma noi entrammo lo stesso.
Sfondammo il portone e dilagammo nelle stanze. Non trovammo i Crivelli, non erano in casa. Anzi sembrava che la dimora fosse stata abbandonata dall'estate precedente.
Cercammo in tutte le stanze del maniero, ma fui il primo a varcare la soglia della cantina.

Era il tramonto di una giornata grigia e uggiosa. Ci sarebbe stata una notte fredda. L'ultima luce morente filtrava da una piccola finestrella ad arco.
Mi strinsi nei panni. Avevo freddo, avevo il gelo nelle ossa. Sentivo le gambe rigide come tronchi di legno, la bocca impastata e la testa annebbiata. Portai i pugni agli occhi e li sfregai vigorosamente. Udivo i passi della folla al piano di sopra, ma lì sotto regnava un silenzio perfetto.
Davanti a me giacevano due corpi. Uno era quello di Gulla Crivelli, che emanava un lezzo nauseabondo. Il secondo era la mia Lucia, sdraiato su un tavolo con le braccia sul grembo. Era vestita e agghindata come a natale.
Mi avvicinai portandomi il braccio sotto il naso. Gulla era morto da più di qualche giorno, a giudicare dallo stato in cui si trovava.
Lucia invece respirava. Accostai l'orecchio al suo petto. Respirava e la sua pelle era calda. Le scostai delicatamente la collana e vidi quel che già avevo intravisto a messa. Il bellissimo collo era deturpato da un'orrenda cicatrice che correva lungo tutta la circonferenza.
Il sole calò del tutto e alla sola luce della fiaccola vidi quel brutto segno pulsare. Mi ritrassi inorridito e inciampai sul cadavere del Crivelli.
Caddi. Ma feci in tempo a vedere cosa quella ferita avesse trasudato. Era grande quanto un cane, ma completamente nero e glabro. Aveva un paio di corna caprine sulla testa e le zampe anteriori erano molto più simili a quelle di un rapace. Le sue piccole pupille triangolari studiarono la stanza ma non mi videro, a terra, paralizzato dal terrore.
Si erse su due zampe, come gli uomini, e corse su per le scale. Attesi le grida di panico ma non udì niente.
Mi rialzai tenendomi lontano da Lucia. Inciampando sul corpo di Gulla, feci cadere quello che aveva in mano. Era un libricino con la rilegatura in pelle. Non seppi il perchè ma lo raccolsi e lo nascosi tra le pieghe del vestito.

Trovarono la cantina e gridarono al maleficio. La gente temeva che Satana ci avesse messo lo zampino. Non si accorsero che Lucia era viva, e io ero talmente scosso da non riuscire a spiccicare parola. Corpi, cantina e villa vennero dati alle fiamme. Il rogo durò tutta notte, solo quando giunse la mattina, e con essa una pioggerella leggera le fiamme si spensero e della villa non rimaneva che qualche pietra annerita.
Con il libricino nella tasca della giubba mi recai nella canonica. Luigi non aveva partecipato alla distruzione della villa e malgrado fosse presto lo trovai inginocchiato a pregare davanti all'altare.
<<Padre devo mostrarle una cosa.>> Povero me ignorante, non sapendo distinguere una "a" da uno scarabocchio, dovetti affidarmi a lui. Gli diedi il libricino e appena lo aprì sbiancò. Mi strinse il braccio con forza.
<<Seguimi.>>
Mi portò nella sua cella, chiuse nervosamente la porta e mi guardò negli occhi.
<<Dove lo hai trovato?>> chiese.
Gli raccontai quello che avevo visto, i cadaveri, il demonio, tutto quanto.
Luigi scosse la testa, non sembrava inorridito e nemmeno sorpreso.
<<Ascoltami bene ora. Ti leggerò quello che c'è scritto qua dentro ma non dovrai dirlo a nessuno. Intesi?>>
Sebbene fosse più basso e magro di me, mi sentivo intimidito dalla sua autorità. Accennai col capo, istupidito. Si sedette accanto a me e aprì il libricino. Con voce sicura cominciò a leggere quello che era stato il registro di Gulla Crivelli.

12  Agosto
L'orrore! L'orrore è entrato nella mia dimora. La peste ha bussato ma non le abbiamo aperto eppure è entrata e ha colpito coi suoi neri artigli.  Maledetta sia la pesta portatrice di morte e maledetto sia il nome di Dio per questa rovina.

20 Agosto
Forse c'è speranza, forse...

25 Agosto
Ha cessato questa notte di respirare, oramai era questione di minuti. La servitù è scappata, ho cercato di impedirlo. Mi hanno sputato addosso gridandomi le loro maledizioni. Che importanza ha? Siamo tutti maledetti!

29 Agosto
Ho pianto, ho gridato, ho invocato, ma non il nome di nostro signore.

16 Settembre
Ha deciso di comparirmi nella sua vera forma. Prima solo in sogno, ora in carne e ossa. Non assomiglia alle rappresentazioni delle chiese, non ha corna o piedi caprini. Mi ha proposto un patto, la sua vita in cambio di un favore. Ho accettato senza pensarci. Ha voluto il sangue dal mio collo, e non dalle mie mani. Dovrò coprire questa brutta cicatrice con qualcosa.

20 Settembre
Sembra stia meglio. Parla, cammina e... mangia.

26 Settembre
Girano troppe voci strane. Ho paura, troppa paura, ma non mi aiuta. Da quando ha scoperto quello che ho fatto, anche se l'ho fatto per la sua salvezza mi teme. Ha paura anche lui, ma di me. Ha paura di quello che succede di notte nel contado.

9 Ottobre
Ci siamo trasferiti a Brinate e ci rimarremo finchè non si saranno calmate le acque.

30 Ottobre
Non si è verificato nient'altro. Forse non lo vedrò più ne lo sentirò abbaiare, o udirò quei suoi latrati disgustosi.

1 Gennaio
Sono ricominciate le sparizioni. Questa notte ho sentito qualcosa uscire dalla mia gola, facevo fatica a respirare, credevo di morire soffocato. Ma alla fine è uscito. Prima di buttarsi tra i campi si è voltato fissandomi coi suoi occhi triangolari e mi ha sorriso.

14 Gennaio
Il paese mormora, non va affatto bene.

24 Gennaio
C'è tutto il paese fuori dalla villa, lo sento perfino dalla cantina. Vogliono il mio sangue e quello di Gulla, ma non l'avranno. L'ho ucciso e il suo corpo si è decomposto ad una velocità sorprendente. In cuor mio lo sapevo, era morto già da quest'estate quando la peste lo colse. Ora tocca a me mi toglierò la vita, in modo che il demone che alberga dentro di me, muoia. Chi leggerà queste righe sappia che quello che ho fatto l'ho fatto per amore e ingenuità. Se avessi saputo che la vita di mio marito avesse significato tutto questo, forse non avrei accettato. Ma oramai è tardi ed è tempo che mi ricongiunga con lui.

Me ne tornai a casa sconvolto, sicuro che quella orrida storia fosse finalmente finita. Scacciai i brutti i pensieri e siccome era già ora di lavoro andai alla bottega.
Solo per un attimo, brevissimo come un battito di ciglia, su quella strada in cui la vidi per la prima volta, la vidi di nuovo, seduta a filare, davanti alle rovine del palazzotto. Ma al suo fianco, un grosso essere nero le faceva la guardia e sembrava mi stesse sorridendo.
Chiusi gli occhi, ingoiai la saliva e tirai dritto, inquieto per quello che avevo visto.
Le vie del signore possono anche essere infinite, ma questa di certo non lo è.

lunedì 21 ottobre 2013

 Primavera

Lei è davanti a lui. Splende.
Una bellezza sconfinata davanti alla quale il sole impallidisce e le stelle sbiadiscono. Si è seduta sulla coperta che ha steso per lei sul prato. Tiene le gambe incrociate e la schiena inarcata all'indietro. I palmi delle sue mani si appoggiano sull'erba. Sorride.
Le dice di mettere via gli occhiali da sole. Appena se li leva, i capelli, trattenuti dalle stecchette, si sciolgono brillando nell'aria. Appoggia le lenti sulla coperta sorridendo radiosa.
Lui ha con sè un piccolo cesto di vimini, le ha portato qualcosa da mangiare. Ha pensato a tutto: piatti, bicchieri e forchette.
Prima di tutto estrae la bottiglia di vino e appena la stappa il profumo del mosto si leva dal collo della bottiglia. Ne versa un po' per sè e un po' a lei. Gli dice basta appena prima dell'orlo.
Brindano.
Beve a piccoli sorsi, uno dietro l'altro, seguito da una breve pausa. Appoggia il suo bicchiere e guarda con curiosità al cesto, a quello che ha portato lui. Lo vede estrarre due piatti bianchi, immacolati, seguiti da una torta all'apparenza gustosa.
Lui poggia le forchette ai lati e beve un altro sorso, finendo il vino nel bicchiere.
L'aria è calda profumata.
Lei è rossa in viso, per il sole, per il vino. Si toglie la camicetta a scacchi rossa e blu, rimanendo in maglietta. Il vestito evidenzia le sue forme e lui lo nota. Lei chiede un altro bicchiere e lui versa.
L'aria è calda ma un venticello si è appena levato. E' piacevole. Accarezza la pelle. Percorre tutta la collinetta sulla quale si trovano. Da qualche parte nel cielo svolazza un aquilone. Non c'è una nuvola.
Lui taglia la torta con un coltello. Al primo taglio la torta stilla succo di more. Ne offre una fetta a lei. Al primo morso il suo volto si distende ancora di più. La assapora. Dice a lui di non aver mai mangiato una prelibatezza simile. Lui sorride di rimando e ne prova un pezzo.
Le dice di fare attenzione a non sbriciolare in giro per paura che arrivino le formiche. Lei annuisce e sorride. Mette una mano sotto la bocca e finisce la torta. Ne chiede un altro pezzo, piccolo, raccomanda.
Lui è contento che le piaccia.
Trascorrono così le ore più calde del giorno. Hanno mangiato, hanno scherzato e hanno riso.
Ma lui ora vuole qualcos'altro.
Le chiede di posare per lei. Ha con sè un cavalletto da campagna, la tela e la tavolozza con gli acquerelli. Lei, lusingata, chiede come deve mettersi. Le dice che va bene così, seduta con le gambe incrociate.
Intinge il pennello e comincia a dipingere.
L'aria è diventata frizzante e il vento comincia a soffiare persistentemente. Gli uccelli sono andati in qualche altro posto e chiacchierare ma il cielo rimane sgombro.
Comincia dai capelli d'oro che scendono sulle spalle fino al seno. Il lavoro non lo convince. E' convinto di dipingere la realtà, non quel che vede, e la realtà è grigia. I suoi capelli sono grigi. Guarda il quadro, guarda lei. Si chiede dove alberghi la realtà, se in lei, davanti a lui, o nel quadro. Per saperlo prosegue. Ma il grigio non cambia anzi scolorisce, e i folti capelli non sono che pochi peli radi sul cranio.
Il volto. Pensa che un volto così perfetto, in armonia con tutto il resto, non possa deturparsi.
Lei è turbata.
Comincia con la fronte. Rughe. Ma nella realtà non ci sono o non le vede. Sente qualcuno che sta disegnando un acquerello vicino a lui del tutto simile al suo. Ma non riesce a vederlo.
Tralascia gli occhi per un secondo momento. Sono lo specchio dell'anima e vuole essere sicuro di percepire la realtà.
Il naso è un grumo informe addirittura putrescente. Escrescenze carnose, come funghi autunnali, nascono dalla punta del pennello.
La bocca. Un ghigno sinistro raggelante. La sua mano si muove e danza da sola. Dipinge con scientifica precisione i sottili denti acuminata. Rostri che dilaniano la carne, il luccichio che emanano alla luce del sole. In quell'antro buio che è la gola tratteggia due spiragli bianchi. Si accorge con orrore che lo fissano.
L'aria è diventata decisamente fredda. Il cielo si è rannuvolato. Facce nelle nuvole scorge.
Si sporge. Lei è ancora seduta così come l'aveva lasciata e sorride ancora.
Lui torna alla sua tela. E' la volta degli occhi. La sua destra vuole dipingere, la sua sinistra vuole fermarlo.
Comincia con l'occhio sinistro. Un tondo oscuro. Tenebre sul viso. Il pennello scivola sulla tela fino alla tavolozza e raccoglie il giallo sulla punta. Giallo puro, come il sole. Picchietta. Una sola volta. Un piccolo puntino giallo in quella marea nera. Occhi infinitamente malvagi.
Il cielo è buio. Una sole luce, lei. Ma lui sa. E' falsa.
Con rabbia scaraventa tela e cavalletto. Incede verso di lei, l'afferra per i capelli e la solleva. Lei grida spaventa. Lui le grida di smetterla, di tacere. Le urla addosso. Vede il mostro reale che sta affrontando. Vede l'abominio fin nel fondo dei suoi occhi.
L'impugnatura di legno del suo pennello è affilata, riconosce che quegli occhi sarebbero un bel soggetto. Solleva il braccio che lo impugna col cuore sgombro dalle paure e sollevato.
Ora ha un altro quadro da dipingere.

martedì 15 ottobre 2013

Si avvicina

Corriere.it
NORVEGIA – Il primo ministro non ha rilasciato interviste ma la vicenda è diventata ormai di dominio pubblico. L'esercito di terra e la marina sono sbarcate alle isole Svalbard su preciso ordine del governo mentre l'isola è stata fatta evacuare, ma degli abitanti non si sa più nulla.
Il ministro della giustizia rassicura. <<Sono stati prelevati e portati in una struttura governativa. Sono al sicuro e presto verranno rilasciati.>>
La popolazione non sembra così rassicurata. Soprattutto nella capitale girano voci incontrollate.
La tesi condivisa dalla maggior parte degli abitanti è che sulle isole sia scoppiata qualche epidemia, ma il governo non ha ancora dichiarato la quarantena.

La metro mormora.
Se vuoi sentire qualcosa di vero il posto giusto è la metro. Oltrepassa le chiacchiere futili, penetra nella sostanza. Si scopre un mondo nuovo, completamente diverso. Lo vedi dagli atteggiamenti, da una mano sulla coscia che tamburella con le dita, dal rovistare nervoso nella borsetta, dagli occhiali scuri anche sottoterra. Questo è il posto giusto.
Nessuno ne parla, ma è un po' come se tutti ne stessero parlando. Le voci sono arrivate anche da noi ma stranamente non c'è stata nessuna smentita. Forse hanno finalmente capito che cercare di mettere a tacere la verità non fa altro che renderla più brillante?
Tante voci anche discordanti, tutte relativa ai fatti norvegesi. Sappiamo tutti com'è andata, o meglio, come ci hanno fatto sapere che è andata. Poi è toccata alla Norvegia, così alla Svezia e alla Finlandia. L'ultima notizia che ho letto titolava "Il nord Europa soccombe". Rapido, incisivo e letale. Un bel titolo, dice tutto e non dice nulla.
<<Prego si sieda pure.>> Mi alzo per far sedere un anziano. Ha in mano il Leggo del giorno. Aspetto che finisca di sfogliare svogliatamente le pagine.
<<Gentilmente me lo presterebbe?>> indico il giornale. <<Non ho avuto modo i prenderlo oggi.>>
<<Certo certo tieni pure.>>
Mi passa il giornale con la mano tremante, offesa da qualche malattia senile. <<E' un bene che giovani come te leggano i quotidiani.>>
Gli lancio un mezzo sorriso d'intesa e mi tuffo nelle notizie.

Leggo
GERMANIA - <<Non c'è nessuna guerra in atto, sono solo esercitazioni.>> E' quello che ha dichiarato la cancelliera Angela Merkel di fronte al comitato militare della NATO.
Da qualche giorno è però spuntato un video in rete che smentirebbe le parole della Merkel. Il video di qualche minuto ha raggiunto migliaia di visualizzazioni prima di essere cancellato nella maggior parte dei paesi europei. Una microcamera, molto probabilmente nascosta, segue da vicino le azioni di un gruppo di soldati tedeschi. Li si vede entrare nella case di quel che sembra un piccolo paese e scortare fuori a forza gli abitanti in lacrime. Dopo qualche minuto l'immagine si blocca e diventa completamente nera. L'audio continua ancora per qualche minuto: urla disperate, ordini e spari. Infine il silenzio assoluto rotto soltanto da un leggero ansimare e da un rumore di fondo continuo.
Il video ha fatto nascere molte perplessità e numerosissimi forum hanno azzardato le ipotesi più assurde e inverosimili. Non resta che aspettare per conoscere l'evolversi della situazione.

La cosa sembra non piacere solo a me. Il vecchio si è addormentato e non mi va di svegliarlo per restituirgli il giornale.
Il treno frena, ancora due stazioni e poi devo scendere. Appoggio il quotidiano sul sedile. Il vecchio borbotta qualcosa e si sveglia.
<<Ecco il giornale, grazie.>>
<<Di niente, hai letto qualche notizia interessante?>>
Scuoto la testa poco convinto. <<Le solite notizie, scritte per allungare il brodo.>>
<<E' sempre così no? Di giorno in giorno. Ti riempiono la testa con assurdità o con frivolezze.
<<Passano dal morto ammazzato sull'impalcatura al culo della velina come se niente fosse. Dei telegiornali poi non parliamone.>>
Il vagone arranca e si ferma, un fiume di gente si riversa nella stazione.
<<C'è sempre internet. Lì l'informazione è gratuita, può averne quanta ne vuole, quando lo vuole.>>
<<Parli bene te che sei giovane, ma io ho 78 anni, cosa vuoi che ne sappia di quelle cose? A malapena riesco ad usare il cellulare quando chiamano i miei figli.>> Estrae dalla tasca un vecchio modello di telefonino, parecchio consumato.
Non è la prima persona che incontro ad essere in serie difficoltà con la tecnologia. Credo che tutto dipenda da un certo tipo di mentalità. Tra trenta o quarant'anni, sarò come lui e come tutti loro? Anche io mi arrenderò di fronte ai nuovi aggeggi incomprensibli? L'occhio cade nuovamente sul titolone del giornale e la domanda che affiora è un altra. Tra trent'anni ci sarò ancora?

La repubblica
ZURIGO – I capi di stato non hanno ancora terminato la riunione e sembra che gli accordi siano ben lungi dall'essere raggiunti. Il primo intervento è stato fatto dal presidente russo Vladimir Putin e ha dichiarato la chiusura dei confini con l'Europa e con l'Asia e lo stato di guerra. Ovvie le reazione dei rappresentati che non hanno potuto far altro che mostrare il loro disappunto.
Diverso invece il discorso del presidente americano, gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare gli alleati europei. Gli altri capi di stato, incluso il nostro primo ministro hanno sostenuto la linea del presidente americano.

Le chiamano teste pensanti. Lo sono? Dovrebbero esserlo. Mi accodo a tutti quelli che affermano di fare meglio di loro, con la metà dello stipendio. In un certo senso anche io sono un qualunquista. Ma non bisogna troppo arrabbiarsi. Come diceva Hobbes, l'uomo nasce selvaggio. Il fatto che questi, votati da noi, siano ai vertici e non facciano affatto i nostri affari è la cosa più naturale del mondo. Un tempo la chiamavano sopravvivenza o legge del più forte. Ora è la legge del più furbo. Puoi essere la persona più candida e onesta di questo mondo, ma se entri nel giro della politica, stai sicuro che dimentichi perfino chi siano i tuoi genitori.
Il treno si ferma alla fermata giusta. Saluto il vecchio che accenna con la testa. Non scende quasi nessuno. Salgo le scale e anche la stazione è semideserta. Mi avvicino all'edicola ad osservare i nuovi arrivi. Guardo l'orologio: ho ancora tempo per un altro giretto prima di recarmi sul posto.
Mi arriva tutto il caldo della superficie, quasi mi fa boccheggiare.

Focus
ARIZONA – L'escalation di violenze nota com "rabbia collettiva" nel nord Europa e diffusosi in breve tempo nel resto del mondo è causato da una roccia. La scoperta, fatta dall' MMTO (Multiple Mirror Telescope Observatory) sul monte Hopkins in Arizona, ha dimostrato che il 12 giugno l'asteroide 6366 Sotirios è penetrato nell'atmosfera terrestre, frammentandosi in piccoli pezzi. Uno di questi ha impattato con il suolo norvegese delle isole Svalbard. Herbert Miller, direttore del centro astronomico, ha affermato di non credere alle coincidenze e ritiene il piccolo frammento di roccia responsabile della rabbia collettiva.
Nel prossimo articolo parleremo di come difendersi da questa malattia e dai suoi portatori.

Non è ancora scoppiato il panico. La gente ritiene che i fatti della Norvegia siano lontani. Non sanno quanti si sbagliano. Per come la vedo io il mondo sta per finire.
Cammino per la piazza, un tizio mi ferma, mi chiede qualcosa. Dico di no, non sono io. Con la coda dell'occhio vedo due ragazzine che mi fanno una foto di nascosto.
Tiro dritto. Macchina dei carabinieri.
<<Si fermi!>> intimano.
Obbedisco. Ora sono quasi alla fine, non voglio impicci o guai di alcuna sorta.
Sono in due e si guardano intorno a disagio.
Uno tira fuori un blocchetto e un foglio A4. C'è su la mia foto.
<<E' lui>> dice il primo senza muovere la bocca.
<<Venga con noi>> dice il secondo con la mano gia sulla pistola.
<<Non ne vedo il motivo, non ho fatto...>> Il grido disperato di una donna m'impedisce di terminare la frase. Ci voltiamo tutti e tre in direzione delle urla.
Una donna di mezza età avvolta nella pelle di qualche animale pregiato si sta tenendo il collo con una mano. Malgrado tutti gli sforzi non riesce a trattenere il sangue che scorre a fiotti e sporca le mattonelle della piazza. Dietro di lei, piegati come bestie ci sono i due assalitori, sporchi di sangue. Ringhiano sommessi.
<<Non dovreste fare qualcosa?>> Guardano la scena inorriditi. <<Forza, dovete mantenere l'ordine, vi pagano per questo.>> Insisto.
Mi sorpassano, non mi volto nemmeno a guardarli. Sento solo i colpi d'arma da fuoco.
Siamo tutti predatori, fino ad un certo punto. Improvvisamente cambiano le carte sul tavolo e da predatori diventiamo prede. Più siamo stati aggressivi, più diventiamo mansueti.
C'è giustizia in fondo no? Giustizia di sangue, ma pur sempre giustizia.
Da qui in poi la strada è sgombra, niente carabinieri nè celere. Qualcuno si ostina ancora a fermarmi, qualcuno vuole l'autografo ma li lascio insoddisfatti. Non ho tempo nè voglia per le pagliacciate.
La porta del Duomo e all'ingresso si è formato un capannello di curiosi. I militari sulla porta bloccano l'entrata. Mi avvistano. Un boato si leva dalla folla, coprendo rumori più minacciosi.
<<Devo entrare>> chiedo gentilmente al militare di guardia. Avrà la mia età ma ha lo sguardo da duro. <<Non entra nessuno>> si limita a dire.
<<Io non sono nessuno. Magari lo ero qualche settimana fa, ma non lo sono più oramai.>>
Il giovane deglutisce, ma non cede. Come vuole.

ANSA.it
Il terrore non sembra essere terminatao e all'asteroide e alla "rabbia collettiva" un altro evento ha scatenato psicosi di massa. Il 21 giugno una astronave aliena è entrata nell'atmosfera terrestre. Le nazioni sopravvissute, già in stato di guerra, hanno puntato tutte le armi a loro disposizione verso quella che sembra una gigantesca corazzata. Al momento il mezzo alieno è fermo a chilometri di distanza proprio sopra Milano. Nessuno chi lo stia guidano e il perchè sia fermo. Alcuni caccia delle basi NATO hanno cercato di penetrare nella struttura ma sono stati disintegrati prima ancora di raggiungerla.
Il mondo è fermo e sta aspettando la mossa degli alieni.

Come su comando, su mio comando la scena si ripete. Qualcuno nella folla impazzisce e comincia a mordere. Ferisce il primo alla gola, ma sente la carne spaventata, si distrae e non lo ferisce. Il secondo ha così modo di evolversi, di mutare. Nel giro di pochi minuti anche lui sta saltando sulle teste e sulle schiene con le mandibole schioccanti.
<<Prede>> mormoro.
<<Rimani quì>> intima il mio coetaneo, chiama i commilitoni e si lancia a "sedare" gli scalmanati. Inutile aggiungere che entro nella cattedrale.
L'aria è fresca, fin troppo. Ho la pelle d'oca alle braccia. Percorro l'intera navata fino all'altare. Non sono solo e ben presto la vedo. Non so perchè abbia scelto quella forma, la stessa dei miei sogni. In quell'involucro mi ha dato le indicazioni, mi ha spiegato quando e come arrivare. Ed io, come vede, sono arrivato.
<<In tempo>> parla con voce femminile, ma flebile, appena udibile. Eppure mi sembra come se stesse gridando nelle mie orecchie. E' un gioco di dualità.
<<In tempo>> confermo.
<<Hai paura, non mentire.>>
<<Ho paura di mentire, di quello che mi succederà se mentissi.>>
<<Hai paura dunque. E' normale.>>
<<Perchè?>>
<<Perchè cosa?>>
<<Perchè mi chiami?>>
Scende verso di me scostando i lunghi capelli ramati.
<<Perchè sei.>>
<<Sono>>
<<Esatto. C'è chi appare, c'è chi sopravvive e poi c'è chi esiste. Tra i tanti sei stato scelto tu. Fidati umano, non c'è stata alcuna macchina pensante dietro la nostra scelta, nessun criterio onnisciente. Abbiamo solamente emulato la vostra vita e abbiamo tirato un dado. La casualità è quello che vi muove.>>
<<Cosa dovrei fare allora?>>
<<Sentire le nostre ragioni. Siediti.>>
Mi accomodo su una panca e attendo.
<<L'asteroide l'abbiamo inviato noi. La "rabbia colletiva" pure. La chiamate malattia, dipende dai punti di vista. L'impiegato che ogni giorno è costretto a subire le angherie del suo capo quanto pagherebbe per poter dire impunemente quello che pensa dei superiori? O lo studente bocciato all'esame, cosa non darebbe per vedere i professori appesi per il collo?
<<Noi abbiamo fatto che questo fosse possibile, vi abbiamo liberato dalle vostre strutture e costruzioni sociali immobilizzanti e vi abbiamo dato il vero dono dell'esistenza.>>
<<Siete dei filantropi.>>
<<Esatto, vogliamo migliorarvi, farvi diventare come voi. Ma c'è un punto che non abbiamo capito. Vi abbiamo dato la libertà e voi vi fate la guerra. Il nostro agire ha generato violenza.>>
<<Io sono il punto di vista interno allora. Quello che vi serve per capire i particolari. Prima non era nulla ora sono l'ingranaggio principale della macchina. Insomma volete un mio sincero e imparziale parere su come proseguire?>>
<<Corretto, è quello che vogliamo.>>
<<E se il mio parere fosse in disaccordo con le direttive, lo seguireste lo stesso.>>
<<Indubbiamente, ne abbiamo bisogno. Noi non sbagliamo, ma questa volta è possibile.>>
<<D'accordo allora ascoltami bene.>>
Lei si china accostando l'orecchio alle mie labbra. La sento fremere, credo sia un momento di euforia per lei.
<<Arrangiatevi.>>






giovedì 3 ottobre 2013

Numeri

Il telefono squillò nell'oscurità. Il suo suono era ossessivo e insistente.
Una mano bianchiccia uscì dalle coperte, sollevò la cornetta, e la avvicinò ad un volto dello stesso colore, recentemente strappato da un sonno profondo.
<<Pronto?>> chiese con voce impastata.
Dall'altra parte del filo rispose una voce maschile. <<48>>. La voce pronunciò solo quel numero. L'uomo rimase istupidito in attesa, sentiva qualcuno respirare dall'altra parte.
Poi la linea venne interrotta e l'uomo sentì solamente il ronzio nella cornetta. Cercò di appoggiarla nel suo alloggio, ma a causa del buio, la fece cadere per terra.
Il tonfo pesante lo risvegliò un poco: sollevò le coperte e scese dal letto. Una fitta dolorosa lo colse all'altezza dell'addome. Il mal di testa scoppiò come un ordigno precedentemente programmato. Tastò la parete, cercando un interruttore, e finalmente lo trovò.
La luce si accese, rischiarando il buio della stanza, e riportando un poco di lucidità nella testa, confusa e dolorante, dell'uomo.
Non riconosceva il luogo in cui si trovava e riconobbe con sgomento che non si ricordava nemmeno chi fosse. Nella stanza non c'erano specchi, né finestre in cui rimirarsi, ma solo due porte verniciate di bianco. Saggiò la prima porta: chiusa. La seconda pure.
Con le mani nei capelli si sedette sul letto, ma il doloroso mal di testa non gli permetteva di pensare. Cercò allora di analizzare la stanza. Era relativamente piccola, verniciata di giallo e tenuta male. Il muro come il pavimento erano sporchi. Gli unici mobili della stanza erano il letto e due comodini, sul primo c'era il telefono, uno di quei vecchi modelli con la rotella numerica, mentre sul secondo comodino vide una sveglia digitale. Prese in mano la sveglia: segnava le 8 di mattina.
Il telefono squillo improvvisamente, strappando un grido all'uomo. Alzò la cornetta ed ascoltò.
<<650>> disse una voce, questa volta femminile, e attese.
L'uomo balbettò qualcosa, ma dopo poco sentì il rumore della linea caduta.
Il mal di testa si era fatto sentire ancora più forte, tanto che cadde in ginocchio, stringendo i denti. Quando il dolore al capo si fu un poco calmato, l'attenzione dell'uomo venne attratta da un oggetto. Era sotto il letto, molto in fondo e quasi invisibile.
Raccolse il portafoglio di pelle nero e lo aprì. Niente soldi, alcuni scontrini ed un documento di identità. Lo aprì e vide un uomo che poteva benissimo essere lui. L'individuo nella foto si chiamava  Giorgio Vilano, 35 anni, single, 1.80cm per 74Kg. Gli scontrini erano tutti quanti di un bar, ma non dicevano nulla
Sotto il letto non trovò nient'altro.
Gli sovvenne di non essersi ancora controllato nelle tasche. Indossava una canottiera, sulla quale, sotto le ascelle, si stavano allargando due grosse macchie di sudore, e dei pantaloni larghi e pieni di tasche. All'interno di una di esse trovò una chiave. La contemplò alcuni minuti, come fosse un santino od una miniatura della madonna. Il telefono squillò per la terza volta.
L'uomo aspettò che smettesse di squillare e tornò nuovamente a rilassarsi. Per ora il telefono era l'ultima delle sue preoccupazioni.
Provò la chiave su entrambe le porte, ed entrambe si aprirono. Girò senza problemi la chiave, nella serratura della prima porta. La porta dava su un piccolo bagno, dotato di water, bidet e doccia. Inoltre, appeso al muro, un mobiletto decorato con immagini di fiori, sorreggeva uno specchio ovale. L'uomo si riflesse nello specchio: il volto sulla carta di identità e quello che vedeva allo specchio era lo stesso.
L'uomo era Giorgio Vilano, ma oltre al suo nome, continuava a non ricordare ancora nulla. Più si sforzava più una grande confusione lo assaliva. Tornò nella stanza da letto e si sedette sul materasso. Con la testa tra le mani cercò di fare mente locale.
Ricontrollò il portafogli e gli scontrini. Erano tutti dello stesso bar, il Withe House di Milano.
Cominciò a ricordare il posto. Un locale affollato, pieno di gente, di musica e di chiacchiere. In un angolo doveva esserci un biliardino o qualcosa di simile. Il bancone era di legno e lungo e dietro la postazione del barman c'era uno specchio.
Non era andato lì da solo, c'era qualcun' altro con lui, ma oltre non riusciva a ricordare. Ricordava la folla ma non i volti. I tre scontrini gli dicevano che aveva bevuto nel locale dalle 8 del 14 febbraio fino alle 3 minuto più minuto meno. Controllò la sveglia, ma questa, modello semplice, presentava solamente l'ora e i minuti e non la data.
Il telefono squillò nuovamente, si decise e alzò la cornetta. Altra voce maschile, altro numero.
<<34.>> Sentì nuovamente il respiro dell'uomo dall'altra parte finchè non chiuse la comunicazione.
Giorgio posò delicatamente la cornette aspettandosi un'altra chiamata da un momento all'altro. Ma l'apparecchio rimase silenzioso. Andò in bagno, provò l'acqua calda. Funzionava. Si lavò la faccia, i postumi della sbronza stavano finendo. Si sentiva un poco meglio.
Nell'altra stanza il telefono squillò. Giorgio corse alla cornetta.
La nuova voce sembrava quella di un vecchio. <<1250>> disse con una nota interrogativa alla fine. Giorgio fu sul punto di rispondere qualcosa ma la comunicazione s'interruppe.
Sistemò il telefono e questo prese subito a squillare. Voce femminile. <<230.>>
<<CHI SIETE! CHI CAZZO SIETE!>> gridò nella cornetta Giorgio, ma dall'altra parte non c'era già più nessuno. Andò in bagno e tornò in stanza. Di nuovo il telefono. Alzò il ricevitore. Voce femminile. <<21.>>
Seguirono un “10”, un “789”, un “55”, e infine un “123” tutti pronunciati da voci diverse. Giorgio tremava. I numeri gli apparvero sulla porta e sul pavimento, sul letto e sulle pareti. In cerca d'acqua si recò in bagno ma le piastrelle erano tappezzati di numeri rossi e vividi. Udiva le voci, udiva i numeri, distorti e innaturali. Gridò di tacere a tutti quanti, di smetterla di tormentarlo. Ma queste tornarono, e con esse i trilli del telefono che nella sua testa suonava in continuazione.
Arrivò allora l'illuminazione. La causa di tutte quelle voci non poteva che essere il telefono. Tornò nuovamente in camera, agguantò il telefono con entrambe le mani e lo scagliò contro il muro. L'apparecchio volò per tutta la lunghezza del filo della corrente e raggiunta la sua massima estensione precipitò a terra. In quel precisò istante suonò. Giorgio esasperato staccò la spina, ma il telefono continuò a squillare. L'uomo si gettò a terra rannicchiandosi in posizione fetale, cercò di gridare ma dalla bocca non gli uscì altro se non un rantolo. Poi gli capitò tra le mani il filo del telefono.
Il problema, capì, non era nel telefono, ma nella sua testa.

Al funerale parteciparono in molti. Il prete stava ammonendo i fedeli sull'immoralità del suicidio ma pochi lo ascoltavano. I più erano presenti per assistere all'esito della scommessa. Di certo non si sarebbero aspettati una fine simile.
Erano stati tutti entusiasti ad assecondare Giorgio, la sera prima del fattaccio. Ubriaco marcio aveva proposto che chiunque nel bar avesse indovinato il numero scritto sul sottobicchiere sarebbe stato ricompensato con parecchie migliaia di euro, appena ricevuti in eredità. L'idea era piaciuta perfino al proprietario del bar che aveva offerto la stanzetta sopra al locale e che sperava di vincere il premio. Ma le cose non erano andate come dovevano andare ed il cadavere era stato trovato solo la sera dopo, appeso alla trave della stanza con il filo del telefono.