domenica 25 agosto 2013

 Direzioni sbagliate
Ha cominciato a tormentarmi da qualche mese. Si tratta di una faccenda seria, e sembra che solamente io me ne sia accorto. All’inizio non gli diedi peso né importanza, pensavo fosse un effetto della stanchezza e non da ultimo del sonno che sempre mi accompagnava alla fine della giornata.                                                    Ritengo sia meglio cominciare dall’inizio: questa storia risulta ancora misteriosa per me che l’ho vissuta, figurarsi ad un estraneo.
La mia ragazza (splendida persona) abita a circa quindici chilometri da me. Ho percorso la strada che ci separa almeno quattro volte la settimana, sempre di sera. Dopo una serata piacevole in sua compagnia mi congedavo quando ormai la mezzanotte mostrava già le avvisaglie dell’una. La prima volta mi accorsi del  fenomeno con uno strano presentimento, avevo bruciore di stomaco e mal di testa. Qualcosa non andava per il verso giusto, lo sentivo, come si sente il suono lontano delle sirene. La strada si snodava sinuosa davanti a me: un rettilineo, una leggera curva a destra, ancora qualche metro di rettilineo e infine lo stop. Quel breve tratto di strada era fiancheggiato da grigi e spogli capannoni, fabbriche e grandi spazi per il parcheggio. Viaggiavo a una certa velocità e per questo quel che vidi mi parve, in un primo momento, confuso. C’era un grande parcheggio davanti ad una di quelle fabbriche anonime nel quale era ben visibile un grosso camion. Quel che m'impressionò non fu il camion, elemento quasi d’obbligo in un paesaggio così urbano ma quello che c’era dentro. Inizialmente lo scambiai per l’autista: mi sembrò ovvio, il camionista che dorme nel proprio camion. Quando però questo si alzò e si rese visibile nell’abitacolo mi accorsi di quanto mi fossi   sbagliato. La figura era umana, ma la rassomiglianza con l’homo sapiens terminava lì. Ho rimosso, volutamente, tutto quello che vidi eccetto un unico particolare che ancora non riesco a dimenticare, nonostante gli sforzi. Gli occhi di quella cosa (non riesco a definirlo in altro modo, e ogni volta che ci ripenso non posso che tremare) mi fissarono. Brillavano di un'oscura  luce in quella strada illuminata solo a tratti. In quegli occhi scorsi il Male .                                                                                                                                                                        Schiacciai sul pedale e superai quel maledetto tratto, bruciai lo stop e per  mia fortuna non arrivò nessuna macchina. Sentivo quegli occhi su di me, mi sentii al sicuro solo una volta a casa. La sensazione di essere finalmente in salvo però non mi impedì di voltarmi almeno una dozzina di volte e di trasalire a ogni minimo rumore. Dormii male quella notte, rividi nei miei sogni - incubi a dire il vero la creatura al volante. Il mattino successivo avevo rimosso almeno in parte tutto quello che era successo e non riuscii a spiegarmi come mai i vetri della macchina fossero coperti a tratti da una polvere bianca, simile allo zucchero a velo.
La sera  successiva la mia ragazza venne da me. Percorse i quindici chilometri che ci separavano con la sua piccola macchina azzurra. Pensai lì per lì di raccontarle tutto, o almeno quello che mi ricordavo. Decisi di aspettare. Alla fine della serata, tutto mi fece pensare che l’avessi sognato. Tuttavia quando lei già era salita in macchina le chiesi che strada avrebbe preso. <<La solita, no? Quella delle fabbriche, ci metto meno>>. Rabbrividii, ma lei non se ne accorse. La salutai affettuosamente e rimasi in strada finché l'auto non scomparve dietro la prima curva.                                                               Si levò un vento freddo che mi fece rientrare. Ancora una volta tremavo.                                                                                                              
L’impegno costante che l’università mi chiedeva mi tenne lontano per qualche tempo da quella strada. Arrivato il fine settimana, però, pronto a recitare in quella grande opera che si chiama consuetudine, inforcai la macchina come un cavalier cortese sul suo bianco destriero, dimentico quasi del tutto dello spiacevole avvenimento di sette giorni prima. Erano le otto e mezzo imboccai la strada statale, in breve fui da lei.
La salutai alle due: mi ero attardato troppo e facevo fatica a tenere aperte le palpebre. Fuori faceva freddo, un freddo cane se mi è consentito.  Volevo evitare quella strada, per quanto il suo ricordo fosse solo una macchia sbiadita. La statale, come un lungo serpentone grigio, scivolava sotto le ruote della mia auto. Il punto di riferimento di quella strada, un enorme centro commerciale, brillava di una luce fredda e poco invitante che ricordava il neon degli obitori.  All'improvviso, come se qualche strano sortilegio mi guidasse, mi ritrovai a cambiare strada. Forse avrei potuto evitarlo, ma ancora una volta arrivai in quel luogo. Devo confessare che, in fondo, la situazione in cui mi stavo andando a cacciare un po' mi intrigava. Una parte di me mi gridava disperata di andarmene, di girare i tacchi e accelerare fino a che non ci fossero stati chilometri a separarmi da quella cosa. Zittii quella voce insistente e ascoltai l’altra voce, quella un po' perversa, che mi spingeva ad affrontare l'oscurità della strada. Non avevo argomenti validi, eppure il buio mi tentava. Decisi di rischiare.
Attraversai un’inconsistente barriera di polvere bianca che si depositò sui vetri. Provai ad azionare il tergicristallo, ma la polvere si solidificò bloccando le spazzole in movimento. Cominciai a non vedere più nulla e mi fermai. Mi trovavo esattamente davanti al parcheggio dove avevo visto il camion; questa volta però il pesante automezzo non c’era. Attesi parecchio tempo prima di scendere dall'auto e agire manualmente sul vetro: volevo essere sicuro che non ci fosse niente e nessuno in giro. Accesi gli abbaglianti - non mi ero mai reso conto di quanto una luce, per quanto piccola, possa recare conforto a un animo tormentato - e scesi.  La polvere aveva la stessa consistenza e durezza del ghiaccio che si forma dopo una notte d'inverno. Usai mani e gomiti e riuscii a liberare quel tanto che mi  bastava per vedere la strada. Rientrai di corsa in macchina (sicuro di aver sentito dei passi) e tirai un sospiro di sollievo. Il sollievo non durò molto, perché quando sollevai lo sguardo l’oggetto della mia fissazione si trovava fuori dal mio finestrino e oltre la strada.
Sul ciglio, in apparente sosta, riposava un camion identico a quello della sera precedente. Come un futuristico mostro meccanico borbottava. Fissai la portiera e la vidi aprirsi; qualcuno scese ma non lo vidi. Sentii il ticchettio degli artigli sull’asfalto. Non feci tempo a capire se fosse coperta di peli, di squame o di chissà che altro, poiché in quel preciso momento schiacciai nuovamente il pedale e partii spedito. Potrei giurare che quella cosa scesa dal camion mi stesse seguendo.
Dopo quella sera cominciai a vedere la strada ovunque, perfino nei miei sogni, che degenerarono in atroci, terribile ed interminabili incubi. In essi mi ritrovavo a percorrere quella strada senza mai fermarmi, notando ogni volta strani particolari. Temevo - al punto di avere paura di coricarmi - che presto mi sarei fermato anche nel sogno e, impossibilitato a ripartire, sarei stato preda della creatura che viveva nel camion. Cominciai ad avere paura di uscire di casa, specialmente in auto. Mi rintanai in camera e coprii le finestre con panni scuri. Temevo che i suoi occhi mi scrutassero dai vetri.
Nel giro di qualche giorno i miei genitori si accorsero che non stavo bene. Le occhiaie, gli occhi spenti e sospettosi e il pallore innaturale raccontavano da soli ciò che io non riuscivo a dire. Mi chiesero se ci fosse qualcosa che non andava, fino a domandarmi se mi stessi drogando. Evitai tutte le domande concedendo solo risposte vaghe e inconsistenti. Dissi loro che l’università e gli esami - a cui in realtà non stavo minimamente pensando - mi stavano stressando, ma che una volta terminati mi sarei ripreso. Sorrisi. A quanto pare li convinsi e da quel momento in poi cominciò il mio viaggio verso la follia.                                                             
Dormivo due-tre ore a notte, sonni inquieti nei quali creature impensabili popolavano i miei sogni. Il resto del tempo lo trascorrevo in una veglia angosciosa, tendendo l’orecchio per ogni minimo rumore. 
Sebbene cominciassi ad avere paura perfino della mia ombra volevo risolvere al più presto quell’insostenibile situazione. Sapevo dove mio padre teneva la pistola, una Smith & Wesson 29, con una canna di dieci centimetri. Erano rimaste solo quattro cartucce, ma sarebbero bastate per quello che avevo in mente. Nascosi l'arma in un posto sicuro, e nessuno sembrò accorgersi della sua scomparsa. 
Passarono i giorni, uno più terribile dell’altro. A causa di quella maledetta strada avevo raggiunto il punto più basso che la mente umana potesse toccare. Mi rendevo conto, nei brevi momenti di lucidità, di essere preda di comportamenti ossessivi tipici degli schizofrenici. Non facevo che pensare a quella maledettissima strada e alla suo ospite. Deve essere in quel periodo che terminò la storia con la mia ragazza: non ho ben chiaro chi abbia lasciato chi, ma ricordo che se ne andò, gridandomi che sarei dovuto andare da qualcuno bravo a farmi curare. Mi sentii sollevato in un certo senso, ora non avevo più nessuno a cui pensare.                                                                                  
Ero già in auto quando riflettei su questa cosa e la strada oramai la conoscevo bene, la consideravo mia amica, almeno fino al tratto maledetto. Questa volta sentii il malessere prima ancora di entrarci: bruciore di stomaco, mal di testa e nausea. Al mio fianco premeva l'arma, carica e pronta a sparare - se alla fine ne avessi avuto il coraggio.                                                                                                                                                                      Mi inoltrai nella leggera coltre di polvere bianca e assistetti a un evento inquietante: di colpo fu notte - una notte buia e viva, la sentivo attraverso il finestrino. Vidi il camion fermo nella stessa posizione di sempre, o almeno così mi pareva. Fermai la macchina, ma lasciai i fari accesi. Avevo le mani sudate e temevo che nel momento cruciale la pistola mi sarebbe scivolata, cadendo per terra. Cercando conforto nell’impugnatura in gomma, scesi e gridai in direzione del camion.
<<Ehi, facciamola finita! Scendi da quel cazzo camion e affrontami!>> La mia voce tradiva un’infinita inquietudine e insicurezza. L’unica cosa minacciosa in quel momento era la mia arma - e forse nemmeno quella, visto come mi tremava la mano.
Qualcosa si mosse sul sedile nell’abitacolo: comparvero la sagoma e gli occhi sinistri. Poi la portiera si aprì cigolando. Prima di tutto vidi le zampe nere e artigliate e sentii nuovamente il loro agghiacciante ticchettio sul cemento. Le braccia erano le uniche parti chiaramente visibili, il busto invece sembrava un enorme vortice oscuro che pareva risucchiare la luce. Il volto, anch’esso nebuloso e vorticante, divenne parzialmente visibile: riconobbi in esso il viso della mia ragazza – così come lo ricordavo l'ultima volta -, quelli dei miei genitori - angosciati e pronti a tutto per aiutarmi- e mille altri, compreso il mio. Mi sembrava di trovarmi davanti a uno specchio impolverato e sporco e di riflettermi in esso. Vidi allora che quella cosa, con il mio volto, mi sorrideva. Premetti il grilletto e finalmente sparai: sulla fronte della creatura si aprì un foro grande quanto un pugno, che ben presto si allargò risucchiando al suo interno la creatura.                                                                                                                           Gettai l'arma a  terra: la caduta provocò un rumore metallico, poi scomparve anch’esso. Non avevo premura di raccoglierla, così m’incamminai verso l’abitacolo  del camion e vi entrai. Era pieno zeppo di oggetti diversi: vidi uno stivale di pelle nero inconfondibilmente da donna, lenti da vista, una cravatta color senape e un orsacchiotto di peluche. C’erano anche altri oggetti che non riconobbi e sicuramente il rimorchio ne era pieno. Quando aprii il cruscotto mi cadde tra le mani la Smith & Wesson di mio padre.

“Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro”. Guardai nell'abisso, quella notte, e lo compresi, e me ne innamorai.  Capii in un istante l’esistenza e il mio appartenervi. Io ero l’abisso, io ero l’esistenza.
Rimisi la pistola al suo posto nel cruscotto. Mi sdraiai sul sedile in attesa. Sentivo la presenza di tutti quelli che vi si erano sdraiati , di tutti gli oggetti che avevano posseduto e che avevano lasciato in quell’abitacolo.  Anche loro avevano aspettato. La realtà era cambiata, lo stesso camion si era trasformato, assumendo gradualmente una forma familiare. Era la mia auto, parcheggiata sul ciglio di una strada deserta e poco battuta. 
Ora sto aspettando. Aspetto che qualcuno passi da questa strada maledetta, qualcuno sensibile e inquieto, qualcuno che riesca a vedermi. Qualcuno che prenda il mio posto.

martedì 20 agosto 2013

Danze Macabre

Girava in tondo e nemmeno lei sapeva da quanto. Le sue braccia stringevano con vigore le spalle di un giovane alto e snello. Lo osservava di tanto in tanto, sempre alla fine di ogni volteggio. Lui indossava una maschera nera, sotto di essa lei intravedeva lineamenti duri e decisi. Lui la stringeva sui fianchi trasmettendole una strana sensazione. Si accorse di essere sessualmente eccitata. Eppure c'era dell'altro, se lo sentiva. Tentava di reprimere la strana sensazione sotto il frastuono del suo animo ma questa tornava a galla come una bolla d'aria; si trattava della paura. La presa del giovane si fece più blanda, permettendole di guardarsi in giro. Non erano soli, molta altra gente ballava con loro, ma con meno grazia.
Cominciò a mancarle l'aria, si sentiva oppressa, finché sentì la presa del giovane diventare molle e fluida. Cadde sul pavimento di marmo. Ebbe paura di rompersi la testa, ma non si fece nulla; le sembrò di cadere sulla gelatina. Rimase distesa e guardò gli altri danzatori. Il giovane la osservava dall'alto, senza chinarsi.
<<Mi osserva?>> si chiese a bassa voce. Guardò a lungo il viso coperto del giovane, cercando di cogliere i particolari sotto le maschere. Una sensazione raccapricciante le attraversò l'animo quando incrociò gli occhi di tenebra del suo accompagnatore. Tentò di gridare senza riuscirci. Vide il giovane gemere e vacillare e tapparsi le orecchie con le mani, quando una mano guantata lo schiaffeggiò.
Lei non sapeva di chi fosse quella mano. La maschera del giovane cadde su di lei. Vide per la prima volta cosa le era rimasto celato tanto a lungo. Il volto non esisteva, al posto del naso, degli occhi e della bocca, troneggiava un grumo consistente di peli e capelli. Il giovane cadde sanguinando. La musica che fino ad allora aveva accompagnato i danzatori cessò, sostituita da un persistente battere di tamburi. Qualcuno piangeva e qualcuno urlava. La ragazza udì una voce stridula canticchiare con macabra allegria Stretta la foglia, larga la via.
Riuscì ad alzarsi aggrappandosi ai vestiti dei danzatori. Molte mani artigliate e scure l'aiutarono Si sentì toccare le caviglie nude da qualcosa di peloso. Qualcosa ululò quando la testa di un cavallo spense la luce. Grandi occhi luminosi le girarono attorno, occhi malvagi e pericolosi.
In quel preciso momento capì che sarebbe morta.

giovedì 8 agosto 2013

Cani

<<C'è un cane!>> gridava uno dei due quando avvistava qualsiasi esemplare di razza canina.
Andrea e Chiara erano fidanzati da tre anni e da qualche mese avevano inventato quello strano gioco.
<<C'è un cane!>> gridava Andrea, mentre davanti a lui passava rapido un barboncino al guinzaglio, oppure lo gridava Chiara quando vedeva un grosso labrador all'interno di un auto.
Il gioco non aveva un vincitore, né una fine: alle volte era in testa Andrea, che aveva visto più cani, altre volte invece il primato spettava a Chiara.
A chi li avesse guardati dall'esterno, superficialmente, sarebbero potuti sembrare strani, e avrebbero sicuramente considerato quel gioco poco divertente.
Loro, malgrado tutte le impressioni, si divertivano molto. Dopo ogni avvistamento ridevano a crepapelle, come se avessero ascoltato la barzelletta più divertente del mondo.
Oppure succedeva che bisticciassero scherzosamente per chi ne avesse visti di più.
Giunse l'estate e i due fidanzati decisero di andare al mare. Affittarono per una settimana una piccola casetta su un'isola. Il tempo incantevole fu loro complice, girarono e visitarono le tante spiagge dell'isola. In quell'apparente spensieratezza, tipica delle persone in vacanza, un'occhiata attenta e mirata avrebbe sicuramente colto alcuni piccoli indizi rivelatori in entrambi di una certa tensione. Entrambi passeggiavano, nuotavano, ballavano, mangiavano e bevevano solo con il 99% dei loro sensi, l'1% restante era dedicato alla ricerca di cani. Era diventata una gara di velocità, nella quale misurare i riflessi e la perspicacia.
Negli ultimi giorni della vacanza, quella divertente competizione divenne una sfida vera e propria. Entrambi i contendenti avevano deposto la maschera spensierata e disattenta dei vacanzieri e avevano imbracciato le armi, contendendosi il primato con le unghie e con i denti.
Fu proprio questo il motivo di discordia tra i due fidanzati, e i piccoli dispetti e punzecchiature sfociarono, l'ultima sera di permanenza sull'isola, in una litigata coi fiocchi. Il motivo primo del litigio, i cani, venne ben presto dimenticato, ed affiorarono altri rancori che erano stati seppelliti per il quieto vivere.
Andarono a letto ribollenti di rabbia, si coricarono schiena contro schiena e spensero la luce.
Ben presto anche le auto smisero di passare sulla strada, appena sotto casa, ogni rumore cessò, ed il silenzio regnò sovrano.
Andrea aveva sempre avuto un sonno molto leggero, e qualsiasi rumore, anche quello più piccolo, riusciva a svegliarlo. Si girava e rigirava, sotto le lenzuola: sudato e assetato non riusciva a trovare la posizione ideale. Nel dormiveglia percepì qualcosa nella stanza. Subito si rilassò e tese le orecchie per captare il più lieve schricchiolio. Il sonno e la stanchezza erano scivolate via, ora c'era solo la preoccupazione. Il cuore batteva a mille ed il sudore scendeva copioso.
Un lieve uggiolio si levò dal fondo della stanza. Andrea si voltò verso Chiara: stava dormendo e non si era accorta di nulla.
Il rumore si ripetè, questa volta più vicino, seguito da un sommesso brontolio. Andrea guardò oltre ai propri piedi, ma l'oscurità era tale da permettergli di vedere solo una macchia più scura avvicinarsi.
Quando la cosa, sempre più vicina, cominciò a ringhiare, Andrea venne preso dal terrore.
La bestia entrò in una porzione di stanza illuminata dalla luna. Andrea riuscì a vederla solo per pochi secondi: era una grossa creatura a quattro zampe. Scorse alcune pieghe del volto, ma erano troppo deformate per poter essere reali.
<<C'è un cane!>> disse, nel tentativo di svegliare la fidanzata. La voce gli si era fatta tremante e la frase gli uscì dalla bocca a pezzi.
Chiara si rigirò nel sonno, ma non si alzò né tantomeno lo guardò. Lei non aveva percepito la belva.
<<Smettila Andrea e torna a dormire. Sono le tre di notte e sei veramente stupido a svegliarmi con questa cazzata>>. Biascicò queste parole e di nuovo sprofondò la faccia nel cuscino.
Andrea era rimasto solo con la belva, che durante quello scambio di parole si era avvicinata al letto. Salì sul materasso con passo lento, le molle cigolarono sotto la sua mole.

Andrea colse uno scintillio che poteva provenire dagli occhi, come dai denti dell'animale. Come ultima risorsa e gesto di una mente ancora razionale chiuse gli occhi. La belva era sempre più vicina.