Al segnale, applausi!
Il messaggio arrivò all'ora
di cena. I programmi abituali s'interruppero improvvisamente. Lo
schermo di ogni televisore o computer collegato in rete divenne in un
primo momento nero e poi bianco. Sullo sfondo comparve una frase: non
ora. Subito dopo si udì una voce cavernosa ripetere la frase.
Venne ripetuta due volte, a cinque minuti l'una dall'altra. Lo
schermo divenne bianco e poi nero. Come se niente fosse successo i
programmi ripresero il loro svolgimento.
Washington D.C,
Pentagono, 15 ore dopo il Messaggio
Il
presidente era rimasto sveglio tutta la notte a guardare quelle
registrazioni. Si faceva portare il caffè, forte come piaceva lui,
ad intervalli regolari di due ore. Le parole scorrevano sui trenta
monitor della sala principale ma solo uno di essi trasmetteva la voce
cavernosa.
Si
avvicinò al presidente un giovane tecnico che aveva l'aspetto di uno
rimasto sveglio quarantotto ore.
<<Presidente
abbiamo qualcosa forse.>> Il suo tono era esausto ma
soddisfatto.
Il
presidente, i ministri e tutti i generali seguirono il tecnico fino
alla sua postazione computer. Tutti gli altri addetti aspettavano con
il fiato sospeso.
Il
tecnico si sedette e armeggiò con il mouse. Sul monitor apparve
un'immagine molto nitida del globo. In un punto imprecisato della
Siberia lampeggiava un puntino rosso.
<<E'
il luogo?>> Chiese il presidente.
<<Sì
signore. Il segnale proviene da quel punto preciso.>>
<<Complimenti>>
si congratulò il presidente e gli mise una mano sulla spalla. <<Ora
bisogna solamente scoprire il motivo.>>
Stazione Spaziale
Internazionale, 2 ore dopo il Messaggio
<<Che
cazzo hanno questi strumenti. E' tutto scritto in russo dannazione.>>
Il
capitano Caldwell fluttuava a gravità zero nel modulo russo della
stazione spaziale. Oltre a lui c'era il suo secondo, Combon, con gli
strumenti per la riparazione.
<<Vai
a svegliare uno di quegli ubriaconi>> disse irritato il
capitano. Uno degli ubriaconi entrò nel modulo. Sembrava agitato.
<<Capitano
deve venire subito. C'è un problema.>> Il vecchio accento
dell'est era riaffiorato distorcendo le parole del membro russo.
<<Altri
problemi Sergeij? Non bastano quelli che abbiamo già?>>
Sergeij
Macsimovich non rispose si limitò a scuotere il capo e ad
abbandonare il modulo.
<<Forse
dovremmo seguirlo, capitano>> suggerì Combon.
Caldwell
lo trafisse con lo sguardo e, dopo aver borbottato qualcosa di poco
appropriato ad un graduato del suo livello, si diede la spinta verso
il modulo europeo.
Quando
vi arrivò c'era già tutto l'equipaggio. C'era spazio a sufficienza
per tutti e sei nella sala computer. Caldwell salutò il secondo
membro russo, Anton, quello europeo e quello giapponese.
<<Allora
che succede?>>
Macsimovich
gli passò un paio di cuffie. <<Ascolti attentamente.>>
Caldwell
appoggiò le orecchie. Sentì solo fruscii e scariche elettrostatiche
inizialmente, poi udì la voce. Cavernosa.
<<Non
ora!>> Comandò.
Il
capitano tolse le cuffie e le passò al russo.
<<Cosa
ha sentito capitano?>> domandò Combon.
<<Una
voce...>> disse Caldwell visibilmente spaesato.
<<In
russo?>> chiese Macsimovich.
<<No
non era russo, era in inglese.>> Passò le cuffie a Hiroki, il
membro giapponese. <<Ascolta un po'.>>
<<Giapponese.
Questa volta è in giapponese>> commentò nel suo inglese
stentato.
<<Quando
è stato trasmesso per la prima volta?>> Chiese il capitano.
<<Circa
due ore fa>> rispose Macsimovich.
<<La
sorgente del messaggio. Chi lo sta inviando?>>
Sergeij
e Anton si guardarono imbarazzati i piedi. Nella stanza nessuno
parlò.
<<Allora?>>
chiese nuovamente spazientito il capitano.
<<Non
si è capito chi, ma il messaggio arriva dalla Siberia.>>
Caldwell
guardò i russi con un espressione indecifrabile. <<Io non so
che cazzo stiano combinando quegli ubriaconi al Cremlino, ma giuro
che se ne sapete qualcosa...>>
<<Siamo
stupiti quanto lei capitano. Non è arrivato nessun ordine da Mosca>>
confessò Macsimovich.
Nuovamente
cadde il silenzio nel modulo. Caldwell si voltò verso Combon.
<<Apri
subito un canale con la Casa Bianca.>> Si rivolse nuovamente ai
russi. <<Contattate i vostri capi, questa faccenda va risolta
subito.>>
Vaticano, San Pietro, 18
ore dopo il Messaggio
Il
cardinale Bentivoglio pregava da qualche ora di fronte all'altare
maggiore di San Pietro. Era talmente concentrato da non accorgersi
nemmeno del tempo trascorso. Pregava in latino rivolgendosi
direttamente al Cristo davanti a lui.
Bentivoglio
preferiva pregare in una chiesa tanto monumentale che in qualche
piccola cappelletta: per lui la fede non era questione di umiltà e
intimità, come diceva il Papa precedente, ma tutto il contrario.
Improvvisamente
il Dies Irae risuonò ovattato dalla sua tasca. Si riscosse dalle sue
preghiere, fece un frettoloso segno di croce e rispose al telefono.
<<Pronto>>
<<Cardinale,
il rapporto>> rispose una voce modificata con qualche
apparecchio.
Bentivoglio
annuì. <<Arrivo.>>
Si alzò
e uscì dalla basilica senza dare le spalle alla croce. All'esterno
una folla di fedeli, visibilmente spaventata per quello che stava
accadendo, rumoreggiò alla vista del porporato.
Bentivoglio
si concesse il tempo di fermarsi e benedirli dal secondo gradino, poi
imboccò un corridoio secondario e scomparve alla vista dei fedeli.
Stava cominciando a piovere.
Il
cardinale si affrettò a raggiungere la stanza nell'immenso complesso
del Palazzo Apostolico, dove era stato convocato. Non incontrò
nessuno.
Arrivò
nella stanza camminando lentamente, aprì le porte e venne accolto da
un vago sapore d'incenso.
Vide i
due uomini vestiti completamente di nero. Lo stavano attendendo, uno
dei due aveva sicuramente fatto la chiamata.
Bentivoglio
chiuse le porte a chiave. Appoggiò la fronte alla porta e mormorò a
bassa voce una preghiera, quindi si volse verso i suoi ospiti.
<<La
stanza è sicura eccellenza. Non ci sono cimici, abbiamo
controllato.>>
Bentivoglio
annuì. <<Allora è ufficiale?>>
Uno dei
due si avvicinò al cardinale e gli porse un cd. <<Questo è
tutto il rapporto. La missione ha avuto successo, ancora una volta
l'Entità ha trionfato.>> L'uomo era soddisfatto.
<<La
sentirò più tardi>> disse il cardinale. <<Una sola
domanda. I sospetti erano fondati? Russi?>>
La spia
dell'Entità annuì con il capo.
<<Andate
allora, noi non ci siamo mai incontrati.>> Concluse il
cardinale.
Da qualche parte nella
Siberia orientale, Base Lenin, 16 ore dopo il Messaggio
Il
vecchio furgone sobbalzava sulla strada dissestata in mezzo alla
neve. Viaggiava solitario nella steppa russa.
Nevicava
forte, ma il conducente conosceva la strada e cercava di evitare le
buche. Nel retro, coperto da un semplice telone ormai fradicio,
sedevano sei uomini. Nessuno parlava, cercavano di stringersi nei
propri abiti per conservare il calore. Erano tutti scienziati, alcuni
russi, alcuni chirghisi e un polacco.
Il
furgone era diretto in un luogo inesistente. Non compariva sulle
mappe, non era rintracciabile dai satelliti, nemmeno quelli più
avanzati. Lì erano diretti gli scienziati.
Finalmente
il furgone si fermò, proprio sotto una struttura interamente coperta
dalla neve. Il guidatore scese e con in mano un kalashnikov si portò
sul retro. Aprì lo sportello e con poche mosse sbrigative fece
scendere gli scienziati.
In fila
indiana raggiunsero le porte della stazione segreta e vi entrarono.
Una voce femminile registrata li accolse in russo.
Gli
scienziati vennero presi due a due da soldati vestiti interamente di
bianco e vennero scortati nei loro uffici.
Alekseij
Kostantin Gregorovich venne scortato assieme al suo collega, per
ultimo. Sbrigativamente il soldato gli indicò l'ufficio e il piccolo
appartamento.
<<Avete
l'ordine di restare quì dentro finchè non verrete convocati. Ogni
trasgressione verrà punita con la morte.>>
Alekseij
accolse quesll'ultima affermazione con una smorfia ma non si fece
vedere dal soldato. Dietro di lui la porta si chiuse e potè
guardarsi attorno in quel piccolo posto. Non aveva valigie da
disfare, ma solo i vestiti che portava, e il piccolissimo aggeggio
che gli avevano innestato nel polso.
Si
diresse subito verso il bagno e quello che vide gli piacque. Cercava
una cabina doccia e l'aveva trovata. A prì l'acqua al massimo.
Controllò che non vi fossero cimici sotto il lavandino e dietro lo
specchio. Soddisfatto a quella ricerca attivò l'aggeggio con la
parola russa poka.
<<Rapporto giornaliero, tenente Brown. La segretezza con cui
siamo stati condotti in questa istallazione è invidiabile. Non ho
potuto memorizzare il percorso da Arcangelo fino a qui, ma ci saremo
inoltrati nella steppa per chilometri.>>
Si guardò attorno e proseguì. <<Operazione Red Dot, inizio.>>
Vennero a prenderlo un'ora dopo. Scortato per lunghi corridoi
completamente bianchi raggiunse i suoi colleghi in un ampio stanzone.
Erano disposti in fila, davanti a loro era stato allestito un piccolo
podio. Alekseij salutò i colleghi con un cenno sbrigativo e prese
posizione di fianco a loro.
Il podio venne ben presto da un uomo anziano, ma vigoroso. Indossava
la divisa dell'esercito russo, e le strisce e le decorazione che
portava sul petto lo identificavano come un generale. Molto
probabilmente il direttore dell'istallazione.
<<Andrò al punto>> disse in un russo fortemente
accentato. <<Tra di voi si nasconde una spia.>>
Alekseij rimase impassibile all'esterno ma dentro era un turbinio di
emozioni e pensieri.
I soldati comparvero dietro di loro.
<<Voglio essere magnanimo>> continuò il generale. <<La
spia si faccia avanti e forse potrà cavarsela con poco.>>
Nessuno si mosse. Alekseij era pronto a schiacciare la capsula di
cianuro posta tra i molari.
<<Nessuno eh? Bene.>> Il generale fece un gesto con la
mano. I soldati sollevarono i fucili.
Alekseij attese il colpo che non venne. Vide invece accasciarsi lo
scienziato polacco accanto lui, colpito dal calcio di un fucile.
<<Portatelo via>> ordinò il generale. Gettò per terra
un piccolo registratore molto all'avanguardia, ma non così tanto da
superare le difese della base.
Alekseij si sciolse, tutta la tensione gli si scaricò sulle gambe.
<<Ed ora tornate ai vostri posti.>>
Lo riportarono nella sua stanza dove si concesse un breve riposo.
Passò circa una settimana nella quale Alekseij lavorò per i russi,
registrando ogni singolo dettaglio della base sotterranea.
Aveva memorizzato attentamente la mappa del primo e del secondo
livello dell'installazione, ed aveva carpito anche altre
informazioni. Esistevano altri due livelli sotterranei ed uno di
controllo, ancora più in basso.
Agì solo dopo due settimane. Dopo aver preso tutte le precauzioni
una notte si portò agli ascensori. Aveva rubato, senza farsi notare,
una chiave elettronica da un soldato. Strisciò il chip della carta
contro il sensore e l'ascensore si aprì. Entrò furtivamente, pigiò
l'ultimo pulsante in basso. Le porte si chiusero e l'ascensore
cominciò a muoversi verso il basso.
Dopo una discesa che gli parve interminabile l'ascensore raggiunse il
piano e si fermò. Le porte si aprirono.
Alekseij venne raggiunto in pieno volto da un destro. Sentì lontano
una risata e poi più nulla.
Si risveglio legato ad una sedia e con la testa leggera. Non riusciva
a tenere gli occhi aperti a causa di una forte luce puntata sul suo
volto.
<<Una piccola spia, ecco cosa ci mandano gli americani.
Alekseij Kostantin Gregorovich, ma questo non è il tuo vero nome,
vero tenente?>>
Alekseij non rispose al russo. Aveva riconosciuto la voce del
generale. Cerco piuttosto la capsula innestata in bocca ma non la
trovo.
<<Non affannarti tanto, te l'abbiamo tolta. Così potremo
conversare.>>
Alekseij stava sudando sotto quelle luci. Aveva le mani e le caviglie
legate ben strette, non si sarebbe liberato.
Le luci si spensero e se ne accesero altre, questa volta sul soffitto.
Potè finalmente capire dove si trovava: in una stanza per gli
interrogatori.
Il generale era seduto davanti a lui, impeccabile nella sua divisa.
<<Voi americani sempre a dare la colpa a noi russi. Scoppia una
bomba nel Pacifico? Colpa dei russi. Guerra civile in Congo? Colpa
dei russi. Sempre colpa dei russi.>>
<<Che avete intenzione di fare? Sono stato addestrato da gente
peggiore di voi, non riuscirete a cavarmi niente.>>
Il generale sorrise. <<Abbiamo già tutto quello che ci
serve.>>
Gli mostro un piccolo congegno di forma rettangolare. Istintivamente
Alekseij si guardò il polso: al suo posto vide una benda intrisa di
sangue che gli copriva tutta la mano.
<<Ora invieremo questi dati, con qualche nostra piccola
aggiunta alle tue autorità. Possiamo dire che la tua missione è
conclusa con successo.>>
Il generale si alzò e dalla fondina estrasse la pistola e gliela
puntò contro.
<<Un ultima cosa tenente. Non siamo noi ad aver lanciato il
messaggio.>>
Londra,
Studi della BBC, 16 ore dopo il messaggio
<<Chi si nasconde dietro il messaggio e che cosa vuole? Per
rispondere a queste domanda questa sera in studio abbiamo invitato
Joshua Penbrock, vescovo di Gloucester e l'ambasciatrice britannica
presso la Federazione Russa, Lora Kleine.>> La voce di Harker,
il presentatore delle news, suonava calma ma accattivante.
Dopo aver presentato gli ospiti il giornalista fece alcune domande di
rito agli ospiti. Quando dalla regia gli diedero l'ok cominciò a
porre quei quesiti per i quali la quai totalità del popolo
britannico si era sintonizzata sul canale della BBC.
<<Signora Kleine innanzitutto la ringraziamo per aver accettato
il nostro invito. Conosciamo tutti il suo lavoro presso l'ambasciata
russa a Mosca, un lavoro di grande responsabilità. Come commenta
questa fuga di notizie, più o meno ufficiali, secondo cui il
messaggio non sia altro che una strategia dei russi per causare una
terza guerra mondiale?>>
Kleine si concesse un sorriso ironico.
<<In un momento delicato come questo credo che sia naturale
cercare un nemico da accusare. Mi stupisco che non si sia ancora
parlato della Repubblica Cinese.>>
<<Dunque lei non crede a queste voci?>>
<<Harker mi ascolti. Faccio questo l'avoro da dieci anni e so
come si comportano i russi. Non sono tanto diversi dalla Corea del
Nord, abbaiano ma non combinano nulla.>>
<<Allora se escludiamo i russi e i cinesi secondo lei di chi è
la colpa?>>
<<Perchè si ostina a chiamarla colpa? Io non vedo nessuna
colpa in tutto ciò. Qualcuno, ancora non sappiamo chi, ma le
assicuro che è questione di momenti prima di conoscere l'autore, si
è divertito a creare un po' di scompiglio tutto qua.>>
<<Quindi secondo lei tutto questo allarmismo è esagerato.>>
<<Ha colto nel segno.>>
Harker sistemò la cartelletta e si rivolse al vescovo.
<<Rinnovo anche a lei i ringraziamenti per la sua
partecipazione.>>
<<Grazie a voi per avermi invitato>> rispose pacato il
vescovo.
<<Andiamo al dunque. Da quando è comparso il messaggio lei si
è fatto portavoce di un movimento escatologico, possiamo chiamarlo
così? >>
Il vescovo annuì.
<<Secondo lei, e qui cito testualmente "sono giunti i
tempi". Può spiegarci più dettagliatamente?>>
L'alto prelato si sistemò comodamente sulla poltrona e si rivolse al
presentatore.
<<Che cosa vuol dire non ora? Non è ora per l'uomo? No
signore, io credo che non sia più l'ora per il Male con la M
maiuscola. È giunta l'ora per gli uomini di agire con rettitudine,
di abbandonare i costumi immorali, le sozzure e le pratiche blasfeme
di questa terra per purificarsi e accogliere Dio nel proprio cuore.
Il malvagio non avrà scampo, questa è la parola di Dio.>>
Si rivolse direttamente alla telecamere, aveva abbandonato il tono
quieto e pacato di poco prima. Puntò il dito contro i
telespettatori. <<Pentitevi o le fiamme della dannazione vi
bruceranno l'anima!>>
<<Una posizione a dir poco anacronistica>> commentò
sarcastica l'ambasciatrice interrompendo il vescovo nella sua
invettiva.
<<Non osare contraddire la parola del signore>> la
minacciò il vescovo che sembrò aver ripreso tutta la sua verve.
<<Ma non si rende conto delle assurdità che sta dicendo?>>
<<Taci sgualdrina!>> Gridò il vescovo mentre Harker
faceva segno di chiudere.
Kleine si alzò rossa in viso. <<E lei si definisce un uomo di
chiesa? Ma se ne vada al diavolo!>>
L'ultima cosa che i telespettatori britannici videro, prima che la
trasmissione venisse interrotta, fu la piccola pistola nelle mani del
vescovo, puntata alla schiena dell'ambasciatrice.
Stazione
spaziale internazionale, 48 ore dopo il Messaggio
<<Secondo lei capitano, ha sparato?>>
Caldwell non rispose era troppo impegnato a capirci qualcosa. <<Il
mondo sta impazzendo si limitò a dire.>>
Continuavano ad arrivare immagini da tutto il mondo. Isteria di massa
e nessuno capiva il perchè. Il messaggio era stato analizzato da
teologi, filosofi, psicologi, filologi e tanti altri ologi, e tutti
concordavano che non ci fosse nulla di minaccioso, se non il tono
della voce.
Eppure da quando tutto era cominciato, l'umanità tutta aveva perso
il senno. Caldwell aveva saputo del suicidio di massa di Phoenix,
Arizona, dove dodicimila persone si erano suicidate ingurgitando un
intruglio fatto di cianuro e latte di soia.
Aveva visto il video della gigantesca esplosione in piazza s. Pietro:
un pazzo si era fatto saltare gridando che non c'era più tempo.
Migliaia di morti e feriti.
Un cecchino aveva preso di mira il campus della Sorbona uccidendo 122
studenti e mezza dozzina di professori.
Lo schermò della comunicazioni con Houston brillò. Caldwell alzò
il microfono, dall'altra parte una voce anonima.
<<Capitano Caldwell.>>
<<Chi Parla?>>
<<Non importa, questa linea è sicura. Le parlo a nome del
presidente. Gli Stati Uniti d'America stanno per dichiarare guerra
alla Russia, sappiamo che ci sono loro dietro il messaggio.>>
Caldwell era rimasto senza parole.
<<Vogliamo che arresti e prenda in consegna i due membri russi
dell'equipaggio fino a nuovo ordine.>>
Caldwell, istupidito non rispose nemmeno.
Ordinò a Combon di prendere le armi ma non disse il perchè.
S'incontrarono con i due membri russi a metà strada tra i moduli.
Anche loro erano armati.
<<Cremlino?>> Chiese Caldwell.
<<Da>> rispose Macsimovich.
Nessuno sparò.
La loro attenzione venne catturata da una serie di lampi rossastri
che scoppiarono come funghi nell'atmosfera terrestre. Li videro dagli
oblò.
Era uno spettacolo terribile, era uno spettacolo affascinante.
Orbita
di Giove, 72 ore dopo il Messaggio
In un ambiente completamente estraneo al pensiero umano due essere
tentacolari si muovevano nell'oscurità della nave. Parlavano tramite
suoni acutissimi, modulando armonie totalmente aliene.
Sembravano entrambi corrucciati.
<<Non è andata come speravamo>> affermò il primo
fischiando.
<<No fratello.>>
<<Gli umani sono persone strane, paranoiche.>>
<<Eppure non capisco dove abbiamo sbagliato>> confermò
contrito il secondo. Emise un secondo fischio per rimarcare il
concetto.
<<Abbiamo sbagliato a pianificare, non ci siamo messi nei loro
panni. Finora, in tutti i pianeti che abbiamo incrociato ha
funzionato. Gli indigeni smettevano di fare la guerra tra di loro, si
disarmavano e si facevano invadere facilmente, senza poter opporre
alcuna resistenza.>>
<<Invece questi umani si sono fatti saltare. Hanno distrutto il
loro stesso pianeta pur di non farsi conquistare>> concluse
secco, con un fischio più grave, il secondo.
<<Siamo stati sconfitti fratello.>>
<<Almeno ci abbiamo provato.>>
Il primo essere azionò con il tentacolo una leva. La nave cambiò
forma e sfrecciò nello oltre il sistema, confondendosi nelle
oscurità dello spazio siderale.