mercoledì 18 dicembre 2013

Si sposa in rosso

Il rosone decorato colorava la luce creando un gioco cromatico delizioso. La navata centrale, per quanto riuscisse a vedere era gremita di gente: parenti, vassalli e altri che non conosceva. Era emozionata e la veste candida non faceva accentuare il rossore sulle gote. Davanti a lei, il vescovo in persona, venuto ad officiare la cerimonia recitava una litania in latino. Ansa non conosceva la lingua e pochi nella corte di suo padre potevano vantarsi di conoscerla.
Con timidezza sollevò lo sguardo verso il futuro marito, Sigurd. Era alto, prestante e con un lunga chioma bionda raccolta in una folta treccia dorata. Era il figlio di un capoclan che dalle terre degli antenati era finito per stanziarsi nei territori dominati da Aimone, il padre di Ansa. Costui non aveva un titolo prestigioso, era un semplice vassallo e in virtù di tale carica aveva ricevuto dal duca un territorio comprendente due villaggi e un bosco. Proprio in questo bosco Voden, il padre di Sigurd aveva portato il suo clan. Il duca preferì lasciare ad Aimone il compito di dirimere la questione. Vedendone l'utilità Aimone concesse alcuni piccoli appezzamenti a Voden e alla sua gente, inoltre sapendo che non avrebbe potuto sperare nulla di meglio, concesse sua figlia.
Ansa era la minore aveva solo sedici anni quando il matrimonio tra lei e Sigurd venne combinato. Era terrorizzata, spaventata soprattutto a causa delle storie che le raccontavano le sorelle maggiori, sposate con funzionari di scarso prestigio. Invidiose della sorella minore  le avevano raccontato storie terrificanti su quanto succedeva la prima notte di nozze.
Ansa sperava che non sarebbe successe nulla di così orribile, ma ogni volta che sbirciava Sigurd da sotto il velo vivide immagini le si concretizzavano nella testa.
Fece di tutto per non gridare e scappare via, si conficcò le unghie nel palmo della mano e un rivoletto di sangue le colò sulla manica. Sentiva su di se gli occhi di tutti, specialmente di suo padre.
La tradizione voleva che le famiglie sedessero separate in chiesa, i genitori dello sposo nel lato della sposa e viceversa. Un borbottio diffuso si levava dalla parte di Voden e della sua gente: non erano ancora cristiani e l'arianesimo era la religione dominante. Come atto di sottomissione avrebbero dovuto abbracciare la fede del Cristo nella sua forma ortodossa, ma le vecchie tradizioni erano dure a morire. In segno di buona volontà Voden aveva permesso al figlio di sposarsi secondo il rito cristiano, ma questo non significava che gli piacesse.
L'aria si fece sempre più calda e l'atmosfera più pesante. Ancora poco e Ansa sarebbe scoppiata, ma finalmente la cerimonia finì, e gli astanti, primi tra tutti Voden e i suoi, spalancarono le porte di legno e uscirono all'aria fresca dell'autunno padano.
Alla cerimonia seguì il festoso banchetto nella corte di Aimone: più festoso di un banchetto tra soli romani cristiani, meno festoso di un banchetto tra soli germani.
Sigurd si sedette al posto d'onore, non indossava più la tunica di lino azzurro e le brache rosse, ma una corta tunica di pelle non conciata, bracciali, calzoni e stivali e lo scramasax, la corta lama a doppio taglio simbolo di libertà.
Ansa si sedette accanto a lui: occupavano i posti centrali della lunga tavolata mentre ai loro fianchi erano sedute le rispettive famiglie.
Durante il banchetto Ansa ebbe tutto il tempo per osservare il marito: sembrava la copia più giovane del padre. Erano simili anche nell' appetito: Sigurd divorava ingenti quantità di carne, non importava di che tipo, così suo padre. Due formidabili carnivori.
Dal canto suo Ansa non mangiò nulla, lo stomaco contratto le impediva di ingurgitare qualsiasi cosa. Bevve solo un paio di bicchieri di vino caldo aromatizzato.
Appena Sigurd vide che la sua sposa non stava mangiando nulla estrasse il suo coltellaccio e tagliò una larga fetta di carne di maiale a Ansa. Questa si fece forza e mangiò e appena ebbe terminato il boccone i convitati scoppiarono in un fragoroso applauso. Sigurd e suo padre parvero compiaciuti. La musica attaccò più forte e il vociare si fece ancora più allegro. Il banchettò durò tutta la giornata tra esibizioni di saltimbanchi, ballate di menestrelli e ricche pietanze.
Il sole era ormai sparito all'orizzonte quando Aimone con un batter di mani annunciò la fine del banchetto. Pochi tra i convitati avevano mantenuto una parvenza di dignità: almeno una dozzina dormiva saporitamente sotto i tavoli, alcuni si erano impadroniti delle serve ed erano scomparsi dietro i pesanti tendaggi. La maggior parte continuava ad ingozzarsi.
<<Mie cari>> esordì. Il vociare si abbassò fino a spegnersi. <<L'ora è tarda e i nostri sposi sono stanchi, è tempo di condurli a letto.>> Non vide o finse di non vedere l'occhiata terrorizzata che gli lanciò la figlia.
I convitati ligi alla tradizione seguirono i due sposi fino alla camera da letto. Le madri di entrambe avrebbero vegliato davanti alla porta tutta la notte, perché solo a matrimonio consumato i due sarebbero divenuti veramente sposi, e le donne erano li per assicurarsi che questo avvenisse. Siccome la madre di Sigurd era morta qualche anno prima, ed il padre Voden non ne aveva voluto sapere di prendere in moglie un'altra donna, a vegliare insieme alla madre di Ansa, Aligarda, era stata scelta una sorella di Sigurd, Frej.
Si posizionarono ambedue su uno sgabello proprio davanti alla porta della camera e aguzzavano l'orecchio ad ogni minimo rumore. Da fuori proveniva il chiasso della festa: quella nella corte era finita, ma quella del clan, fatta di strani riti intorno al fuoco e di bevute esagerate era appena iniziata.

La mattina colse tutti di sorpresa: perfino i tiepidi raggi di quel sole autunnale facevano male agli occhi dei convitati, i quali cominciavano ora a smaltire i postumi di una pesante ubriacatura. Aimone si levò dal morbido letto, tutto anchilosato, si sentiva come se la notte prima avesse combattuto una feroce battaglia. Si lavò la faccia nell'acqua fredda e si fece portare i vestiti più sontuosi: brache di seta e scarpe di velluto rosso, giacchetta rossa e mantella scura. Preferì il pugnale romano allo scramasax. Così bardato uscì dalla stanza seguito dai servi. Mano a mano che passava tra i corridoi della corti, i convitati svegli si univano all'allegra processione.
Aimone si fermò davanti alla camera degli sposi, di Voden nemmeno l'ombra. Al suo fianco era sopraggiunto il figlio maggiore Ado, al quale sarebbe passato il titolo una volta che Aimone fosse morto. Ado aveva in faccia un'espressione sorniona e maliziosa, tipica del giovane alle prese con qualsiasi faccenda inerente al sesso.
Aligarda e Frej avevano spostato silenziosamente gli sgabelli e si erano fatte da parte.
Aimone aprì la porta.
Le parole del discorso benaugurante gli morirono in bocca alla vista di quell'orrido spettacolo. La camera era interamente inzaccherata di sangue. Le pietre, i mobili, perfino il lampadario di ferro grondava sangue. Più che una camera da letto sembrava un macello.
Il letto di piume lacerato e il suo contenuto era sparso ovunque. Piume e sangue.
Degli sposi non c'era traccia, solo la finestra rotta dall'interno poteva suggerire qualcosa.
La corte era un vecchio edificio romano e aveva mantenuto intatte le sue caratteristiche. In sole due stanze le finestre in vetro, secondo l'uso romano, erano abbastanza grandi da far passare un uomo.
Aimone corse verso la finestra con la lama sguainata. Ogni finestra era rinforzata da sbarre di ferro spesse almeno quattro dita. Qualsiasi cosa avesse rotto le finestre aveva anche piegato le sbarre come se fossero esili e teneri ramoscelli, ed ora giacevano piegati come tanti denti storti.
<<Guarda padre>> disse Ado indicando qualcosa per terra. L'uomo si chinò e prese un pezzo di vetro, uno dei pochi all'interno della stanza. Non solo era macchiato di sangue ma c'era anche qualcos'altro: un ciuffo di peli marrone scuro. Lo guardò meglio e lo annusò, poi lo passò al figlio.
<<Sembrano peli di lupo>> azzardò.
<<Non essere sciocco, i pochi lupi della zona si tengono a largo da qui. E poi come avrebbe fatto un lupo ad entrare nella stanza?>>
Nel frattempo la notizia si era diffusa anche tra i famigliari di Sigurd, Voden arrivò trafelato, rosso in viso con la barba sporca. Non si era ancora ripreso totalmente dalla sbornia.
Appena vide il ciuffo di peli il suo volto passò dal rosso della foga al bianco cinereo. Sembrava stesse vedendo i fantasmi dei nemici uccisi. Balbettò una sola parola che pochi dei presenti intesero, ma che Aimone capì perfettamente.
Bersekr.

Dopo meno di un'ora metà degli abitanti della corte, e del villaggio vicino furono alla ricerca della ragazza e del giovane, chi a cavallo, i più a piedi. Molti portavano fiaccole, pochi erano armati, impugnavano più che altro roncole e forconi.
Aimone cavalcava davanti a tutti assieme a Ado e Voden. Le poche tracce, fatte perlopiù di brandelli del vestito di Ansa, conducevano nel piccolo bosco allodiale. La macchia non si estendeva per molti chilometri, in compenso era molto fitta e la luce faceva fatica a penetrare.
Al limitare del bosco Voden venne chiamato da uno dei suoi e fu costretto a rallentare, Aimone e Ado rimasero in testa soli.
<<Ascoltami bene figlio e non perderti nessuna parola>> bisbigliò Aimone al ragazzo. Ado dovette avvicinarsi per udire il padre, ma appena lo ebbe a tiro d'orecchio lo ascoltò attentamente, scuro in volto.
<<Hai visto l'espressione che Voden aveva questa mattina? Ha paura che sia successo qualcosa di brutto.>>
<<Come noi padre.>>
<<No, taci e ascoltami. Lui teme che suo figlio abbia fatto qualcosa di brutto.>> Aspettò che il figlio meditasse su quelle parole e riprese. <<Appena ha visto i peli ha pronunciato una parola nella sua lingua, bersekr.>>
<<Che cosa significa?>>
Aimone sospirò. <<Nella lingua dei nostri padri il berserkr era un formidabile guerriero, un essere più bestia che uomo. Ogni maschio di ogni tribù covava nel cuore questo empio demone che usciva durante le battaglie per fare scempio di nemici. Spariva qualsiasi traccia di lucidità, diventavano orsi o lupi negli atteggiamenti e l'unica cosa che li muoveva era il sangue e non importava che fosse amico o nemico.>>
Ado deglutì ripensando alla pelle d'orso indossata da Voden durante il banchetto.
<<Così credi che...>>
<<Non credo nulla, spero. Spero che tua sorella sia viva, e che quel bruto non le abbia fatto del male. Guarda, i cani hanno fiutato una pista.>> In effetti il gruppo di quattro bracchi che aprivano la pista si era fiondato, muso a terra e coda alzata, a seguire una traccia olfattiva nel fitto sottobosco.
Non fecero molta strada prima di interrompersi davanti all'ingresso di una grotta artificiale. Aimone notò subito il loro strano atteggiamento: due stavano letteralmente tremando invece, gli  avevano assunto una posa minacciosa e mostravano le fauci.
<<Fai portare via i cani>> disse ad Ado.
La volta della grotta risultò più bassa del previsto, Aimone dovette abbassarsi. Uno dei falegnami del villaggio si offri di seguirlo: in una mano reggeva una fiaccola, nell'altra una scure brunita. Aimone impugnava nella destra lo scramasax ma un tremito tradiva tutta la sua sicurezza. Benchè fosse protetto dal gambeson fino alla coscia, temeva che non sarebbero bastati.
Ado ritornò con due giovani con i quali era solito bere, armati anch'essi. Uno sopratutto impugnava una lancia, arma assai scomoda in uno spazio così ristretto. Aimone, in testa, si fece passare la fiaccola e si inoltrò nelle profondità di quelle grotte. Trovarono il primo ostacolo a qualche metro dall'ingresso: un bivio.
Aimone sentiva ancora il nitrire dei cavalli all'ingresso, non erano troppo lontani, ma la luce faceva fatica a raggiungerli.
<<Andiamo a sinistra>> decise Aimone.
Il corridoio naturale sembrava scendere nelle profondità della terra ma ben presto dovettero fermarsi, era un vicolo cieco.
<<Torniamo indietro, c'è solo roccia davanti a noi.>>

Imboccarono il corridoio di destra. Scendeva nelle viscere della terra ancora più in profondità del corridoio precedente. Mano a mano che si inoltravano i rumori naturali dell'esterno divennero sempre più deboli e indistinguibili.
<<Da qui in poi si fa più stretto>> riferì Ado. Dovettero procedere in fila indiana e anche così facevano fatica a procedere: sassi e rocce ostacolavano il cammino.
Aimone abbassò la torcia su una roccia su cui brillava qualcosa.
<<Sangue>> mormorò Aimone. Temeva il peggio per la figlia, in fondo alla fila Voden era sempre più nervoso. Nel caso in cui il figlio avesse fatto del male alla figlia del suo signore l'unico epilogo possibile sarebbe stata la morte per se e per tutto il suo popolo.
Arrivarono in un punto più largo, in cui il corridoio terminava e si apriva un grande spazio naturale.
L'aria era umida, grosse gocce colavano sulla roccia.
Gli uomini di Aimone poterono sparpagliarsi e illuminare ogni buio anfratto di quella grotta sotterranea.
Fu in uno di questi angoli remoti che trovarono quello che stavano cercando.
Videro Sigurd rannicchiato in posizione fetale, aveva gli occhi aperti ma non sembrò accorgersi di Aimone e di tutti gli altri uomini. Diverse ferite gli solcavano il petto e le braccia e tutto il sangue si era raggrumato attorno a quei tagli.
Aimone si gettò su di esso e cominciò a scuoterlo, pazzo di rabbia.
<<Dov'è mia figlia, mostro! Ti giuro che se le hai fatto del male...>>
Sigurd si riscosse dalla trance in cui era caduto, sentendosi addosso le mani che lo strattonavano, sollevò Aimone con entrambe le braccia e lo spinse lontano.
Ado sfoderò la spada e gli armigeri puntarono contro Sigurd le lance. Voden aveva reagito allo stesso modo e, snudato il ferro, si era messo dalla parte del ragazzo.
Aimone si rialzò rifiutando l'aiuto degli armigeri. <<Abbassate tutti quanti le armi.>>
Gli armigeri con riluttanza obbedirono. <<Anche tu Voden, se non vuoi peggiorare le cose. Non puoi difendere tuo figlio, ha commesso un crimine e pertanto dovrà pagare.>>

Ritornarono sui loro passi solamente quando furono sicuri di non trovare nient'altro. Nessuna traccia di Ansa e nessuna confessione da Sigurd. Tornarono alla corte e subito Aimone diede l'ordine di preparare il patibolo. La tradizione voleva che l'imputato difendesse il proprio onore in un duello mortale, ma Aimone voleva vedere finita quella storia nel modo più veloce possibile, anche a costo di andare contro la tradizione. Sapeva che Voden avrebbe protestato, per questo lo fece rinchiudere in una delle prigioni della corte, con i suoi uomini.
Torturarono Sigurd, ma questi sopportò stoicamente. Ripeteva di non ricordarsi di quello che era successo, ne come fosse finito in quella grotta. Aimone ne ebbe abbastanza, pur sapendo che non avrebbe riveduto la figlia, ordinò che il giovane venisse impiccato.
Molta gente accorse a vedere, provenivano anche dai villaggi vicini. Il giovane venne scortato al palco con il volto coperto da una sacco. Al cappio lo accolse il sacerdote della corte, che un'ultima volta gli chiese di confessare i peccati e rivelare dove avesse nascosto o seppellito la ragazza. Per tutta risposta Sigurd rimase in silenzio.
La folla attendeva silenziosa l'esito mortale di quell'evento e sussultò quando si udì il primo ruggito provenire dal folto della foresta. Poi un secondo e un terzo, sempre più vicini. Infine la bestia comparve, uscì dalla foresta incedendo minacciosa.
Era alta almeno due metri, il corpo ricoperto da un fitto pelo nero, proprio come gli orsi. Tremenda a vedersi si ergeva eretta sulle zampe posteriori, una bava biancastra gli correva lungo muso bestiale e occhi rossi sanguigni dardeggiavano in direzione del patibolo.
A quella terribile vista il prete tremante si fece il segno della croce, mentre i contadini e molti del seguito di Aimone cercavano di scappare dalla bestia, calpestandosi a vicenda.
Solo Aimone, dopo lo sgomento iniziale, si riscosse, e, saldo nelle sue decisioni, ordinò che gli venisse portata la lancia.
Corse incontro alla bestia ma mancò l'affondo. La bestia scartò di lato e afferrò la lancia per il manico. Aimone non poteva sperare di vincere in forza con un mostro simile, mollò preso e sguainò la spada. Il mostro spezzo l'asta in due come un ramoscello. Una freccia lo ferì tra le scapole, mentre un'altra gli perforò la mano. La bestia gridò furibonda e si gettò su Aimone che non fece in tempo evitarla. Venne travolto dalla furia di quella belva. Sentì i suoi artigli penetrargli nelle carni e i denti acuminati squarciargli il petto.
Aimone sapeva di stare morendo ma con le ultime forze sollevò la spada. Con un unico colpo trafisse da parte a parte il collo del mostro.
Morirono nello stesso momento, il primo a causa del troppo sangue perso, il secondo per la ferita mortale. Ma quando sopraggiunsero servi e vassalli, e tutti quegli altri che erano scappati si verificò un fatto insolito.

Il corpo della bestia cominciò a rimpicciolirsi, i peli scomparvero lasciando il posto alla pelle rosea. Gli arti tornarono alle loro proporzioni umane e la testa ferina assunse i tratti di una giovane fanciulla, che tutti riconobbero: Ansa, la figlia di Aimone e futura sposa di Sigurd.