giovedì 26 settembre 2013

Il genio di Brown

Il racconto "Un giorno allo zoo" e quello che ancora dovrò pubblicare "Al segnale applausi!" sono stati ispirati dai racconti di Fredric Brown, a parere mio, uno tra i più capaci autori di fantascienza. In Italia le sue opere sono state pubblicate dall'immancabile Urania e molti dei suoi racconti inclusi in antologie intitolate Cosmolinea B-1 e B-2. 
Tutti i suoi racconti si sviluppano in poche pagine, con uno stile rapido ed essenziale, capace di evocare mondi alien ie realtà alternative in pochi tratti.
Il caso emblematico è sicuramente il suo racconto più famoso "Sentinella", che narra di una guerra tra uomini e alieni dal punto di vista degli alieni. 
In poche righe riesce a sviluppare una trama solida e evocativa, ma ben strutturata. 
Insomma io lo reputo un genio e un grande maestro e consiglio a chiunque ancora non abbia letto niente di procurarsi al più presto qualche sua opera. Ne vale la pena.
Al prossimo racconto.

venerdì 20 settembre 2013

Fan più male i ricordi

Vado a prenderla questa sera.
Ci sono segni ma non me ne accorgo. Sono innamorato. L'amore non è per nulla razionale, non è molto dissimile dalla follia. Ti fa fare cose sublimi, ti eleva, ma allo stesso tempo ti distrugge se solo provi ad abbassare la guardia.
In questo momento non mi rendo conto di essere così vulnerabile.
Salgo in auto insicuro. Il mio cuore batte a mille. Controllo che le rose non si siano sciupate, che la cravatta non si sia spiegazzata. Con un sospiro mi metto al volante e parto.
Non c'è nessuno in strada, la via è sgombra. Solo qualche camioncino ogni tanto.
Arrivo al terminal dell'aeroporto prima del previsto.
Ci sono momenti in cui ti senti impotente davanti al mondo e ai suoi eventi. Questo è uno di quei momenti. Non posso far altro che sedermi e aspettare. Il tabellone degli arrivi è forse la cosa più angosciante. Continuo a guardare gli orari in modo ossessivo. Il mio cuore batte più forte, le mani mi tremano e la gola si è seccata.
Mi ripeto che va tutto bene, ma tutto bene forse non va. Continuo a ripetermi che le cose si aggiusteranno, che siamo entrambi forti.
Le rose sono a posto e profumano.
Le porte si aprono, i passeggeri cominciano ad uscire. Mi alzo in piedi e allungo il collo per vederla. Cerco i suoi capelli dorati, il suo bel viso dolce.
Eccola finalmente.
Non mi vede. Mi avvicino sorprendendola. La guardo negli occhi ma non riesco a capire. I miei brillano di gioia, mentre i suoi sembrano spenti.
Le prendo il viso tra le mani e la bacio. In quel momento, in quel preciso momento tutti i miei timori, le paure e le incertezze scompaiono.
Purtroppo mi sbaglio.
Entriamo in macchina e arriva il momento tanto temuto: parliamo.
Alla fine della corsa le cose sono chiare per tutti e due. Due sole parole che fanno più male di qualsiasi altra cosa: è finita.

Torno a casa mia solo con il corpo. La mente vagando libera si è fermata sul ricordo di cinque anni prima, quando, ancora inesperti e immaturi, le nostre strade si sono incrociate. Alle volto odio avere una memoria così vivida. Rivedo ogni singolo momento di quell'incontro: i sorrisi, l'imbarazzo, gli abbracci e il bacio. Il primo.
Arrivo a casa e mi butto sotto le coperte. Il sonno non arriva ma me ne rimango a letto finchè il sole non sorge.
I due giorni che seguono sono disastrosi. Mi muovo come un zombie in preda alla fame. Il fatto che sia estate, sentire la natura viva e tutti i tipici rumore di un pomeriggio di luglio, non mi aiuta affatto.
Vivo ma non vivo. Sono morto dentro.
Fino al terzo giorno. Dormo solo qualche ora verso il mattino ma quando mi sveglio inspiegabilmente sto meglio. Il peso sul cuore è svanito, il suo ricordo non mi fa più male e soprattutto riesco di nuovo a sentire qualcosa. Nell'arco di una notte lei è scomparsa e io mi sento di nuovo meglio. Per la seconda volta mi sbaglio.

Ora posso affermare che la causa scatenante ha le sembianze di un SMS. Mio. Le scrivo a proposito di un libro che non riesco a trovare e che forse è in mano sua. Dimentichiamo presto la questione e mi chiede di vederci per un gelato. Accetto.
Passiamo qualche ora a parlare, a camminare e a scherzare. Insomma un momento piacevole.
Non si può dire lo stesso di quella notte. Spesso sogno e i miei viaggi onirici sembrano quadri metafisici, tanto sono assurdi. Ho l'abitudine di scrivermi su un quadernetto che tengo vicino al letto tutto quello che sogno.
Questo è il primo di una lunga serie.

Sfondo completamente nero. C'è una sola luce ed è puntata verso di lei. Indossa un vestito bianco e lungo. In una sola parola è bellissima. Anzi va oltre il concetto di bello. Credo non esista niente capace di rappresentare un tale stadio di perfezione.
Cerco di avvicinarmi ma i miei movimenti sono lenti. Mi sembra di galleggiare in un mare di melassa. Lei si volta e si allontana. La luce si spegne.

Mi sveglio turbato. So che è normale sognarla ma sento di non aver compreso quella visione. Forse c'è altro ma la testa non vuole collaborare.
Mi dimentico e la giornata procede normalmente, ma la notte arriva di nuovo.

Lo scenario è cambiato. C'è tanta luce. Ho davanti a me la casa dei miei sogni. Immersa nella campagna si erge solitaria in quel paesaggio ameno. Ci sono perfino le lanterne colorati appese tra i rami degli alberi. Lei è seduta sul dondolo con le gambe distese. Indossa un vestito nero a pois bianchi e ha un cappello di paglia con una margherita nella fascetta. Mi fa segno di sedermi accanto a lei. Sposta le gambe facendomi spazio.
La guardo nei suoi bei occhi nocciola. Senza accorgermente sto sorridendo. Lei volta lo sguardo alla casa.
<<E' bello qui>> dice.
<<Lo so. Era tutto quello che desideravo.>>
<<Era?>>
<<Era.>>
<<Ma non è quello che voglio io. Devi capirlo.>> La sua voce si è abbassata.
Alza il braccio e stringe la mano a pugno. Il mio sogno trema, la casa comincia a cadere e a disfarsi sotto i miei occhi. Gli alberi bruciano e tutto il verde si colora pian piano di grigio.
Lei si alza con un sorriso soddisfatto e mentre si allontana vedo che la corruzione agisce su di lei. Sul vestito, sulla pelle e sulle ossa.

Mi sveglio confuso. Credo che questa volta il messaggio sia chiaro.
Il cellulare vibra, è lei. Ci accordiamo per il pomeriggio. Sono indeciso se raccontarle i sogni, sinceramente ho paura della sua reazione. Alla fine opto per starmene zitto evitando così di rovinare una bella giornata.

Siamo io e lei abbracciati. In piedi sulle onde, al tramonto. Non vedo terra da nessuna parte ma la cosa non mi preoccupa.
<<Adesso stai veramente bene.>> Non è una domanda la sua, ma una constatazione.
<<Adesso sì. Sto veramente bene.>>
Lei si scioglie sinuosa dall'abbraccio e mi mette la mani al collo. Stringe. Sento i suoi pollici spingere  sulla gola.
Mi sveglio senza aria. Qualcosa mi ostruisce la respirazione, come se stessi annegando. Annaspo, tiro le coperte, le dita si contraggono. Rotolo giù dal letto e finalmente tossisco. Finalmente l'aria rientra nei polmoni.

Un bene. Un bene che in quei giorni abbia conosciuto un'altra ragazza. Non faccio il nome, voglio tenerla fuori da questa brutta storia ma non potrò mai ringraziarla abbastanza. Le parlo del sogno, non sa darmi alcun consiglio, ma il solo parlarne mi aiuta.
Torno a casa con la paura di addormentarmi. Ho paura di incontrarla nei miei sogni, ho paura di vederla.

Sono a casa solo io. La sala è silenziosa e poco illuminata. Lei entra ma non è da sola. Ce ne sono altre quattro che la seguono.
Sono del tutto simili l'una all'altra se non fosse per un piccolo dettaglio. Si dispongono a ventaglio attorno a me. Davanti a me c'è quella originale, o almeno credo.
<<Non hai mai creduto in noi>> bisbiglia.
<<Io? Io l'ho fatto sempre e lo sto facendo anche ora>> rispondo. Le mie stesse parole mi fanno male.
Sembra che non mi stia ascoltando.
<<Non hai creduto in noi. Non sei stato forte.>> Detto questo sorride mostrandomi una fila di denti acuminati.
Le altre si avvicinano e mi tengono ferme le mani e i piedi. Lei, quella originale, avvicina il suo volto al mio petto...

... mi sveglio prima che possa succedere qualcosa. Stavolta il mio cervello ha agito in anticipo e non le ha permesso di farmi del male. Per questa notte non dormirò più.

La cosa mi sta sfuggendo di mano, ad andare avanti così finisce che ci rimango. Per risolvere la questione devo andare alla radice, cioè lei. Lei è il vero problema.
Le chiedo di vederci e le sottolineo per l'ultima volta. Forse lei non se lo aspetta. Ci sediamo su un muretto e con le gambe a penzoloni svuoto il sacco. Tutto quello che penso, le parole più cattive, i concetti più tristi escono dalla mia bocca senza alcun freno. Quando finisco i suoi occhi luccicano.
Una parte di me mi odia, un'altra si sta complimentando.
Non aspetto nemmeno che mi saluti, me ne vado. Il mio compito è finito.

Siamo nuovamente io e lei da soli. Lei brilla di luce naturale, splende come un piccolo sole.
<<Grazie>> mi dice.
In pochi secondi comprendo che non è la sua immagine quella con cui sto parlando, ma la mia stessa coscienza.
<<Mi avevi rinchiusa nella speranza di ritrovarla un giorno. Ma hai finalmente capito che non sarà così e ora sono libera. Grazie davvero.>>
La abbraccio un'ultima volta ma scompare tra le mie mani.
Ora ho solo il ricordo e sorprendentemente non fa più male.

martedì 17 settembre 2013

Un giorno allo zoo

Era una splendida giornata, la tipica da giornata da attività all'aperto. Non c'era ragione di sprecare tutto quel ben di Dio di sole, di aria frizzante e di tepore, chiusi in casa a vedere qualche programma noioso o qualche vecchia fiction. Mamma e papà decisero allora di portare i figli allo zoo. Il più piccolo dei due non sapeva nemmeno che cosa fosse lo zoo, ciononostante il suo entusiasmo non era secondo a quello del fratello.
Così tutti insieme salirono sul mezzo di Papà e in meno di quindici minuti furono allo zoo della città.
Subito notarono il grande manifesto all'ingresso, che reclamizzava un nuovo arrivo nello zoo. Vicino alla biglietteria, un individuo dentro ad uno strano costume gridava ai passanti la novità.
<<Venite signori a vedere le grandi bestie feroci e i mansueti erbivori. Venite a vedere anche la novità del nostro zoo, la stella del nostro spettacolo. Arriva da un pianeta lontano, molto molto lontano a migliaia di anni luce dal nostro. Signori non spaventatevi quando lo vedrete, è innocuo.>>
Lo strillone riprese a gridare, la famiglia fece i biglietti ed entrò.
<<Facciamo così>> disse il papà. <<Guardiamo tutti gli animali e per ultimo teniamo quello nuovo, così la gente sarà andata via e potremmo guardarlo con tutta calma.>>
Tutti annuirono concordi con la saggezza di papà.
Così guardarono tutti gli animali dello zoo: alcuni erano spaventosi, altri invece piccolini e simpatici, che si avvicinavano quando gli si dava mangiare.
Camminarono tutto il giorno e solo verso la fine del pomeriggio si avvicinarono all'ultima gabbia.
La creatura al suo interno stava dormendo producendo un rumore regolare, ma si svegliò forse infastidito dai rumori della famiglia.
Si alzò sulle due zampe, si stirò gli arti superiori ed emise un verso tra il rantolo e il gemito. Diede un'occhiata alla famiglia e fece un altro verso, questa volta differente. Il tono dei versi crebbe d'intensità: i bambini si rifugiarono dietro le gambe della mamma.
La creatura sembrò perdere interesse per la famiglia, si distese dando loro la schiena e riprese a dormire.
<<Che animale strano che è>> disse il figlio più piccolo.
<<Sembra un Quvari ma ha quattro zampe anzichè tre.>> disse il secondo.
<<Ci dovrebbe essere il suo nome lì>> suggerì il padre indicando la placca bronzea vicino alla gabbia. Si avvicinò e cominciò a leggere.
<<Esemplare di Gordonwhite, età non specificata. Il Gordonwhite è un animale unico nel suo genere. Gli ultimi studi rivelano che il suo pianeta d'origine si trovi nel braccio di Orione della nostra stessa galassia. E' stato trovato in oggetto alla deriva nello spazio. Non sembra essere un animale intelligente: comunica a gesti e a versi e si nutre di sostanze per noi velenose. La particolarità del Gordonwhite è la doppia pelle: la prima bianca e spessa lo ricopre interamente, la seconda , rosa e più morbida, è in alcuni punti coperta da lanuggine.>>
<<Wow!>> esclamarono i bambini all'unisono.
La giornata era ormai al termine e presto sarebbero sorte le due lune. Il papà disse che era ora di tornare e la famiglia al completo si diresse verso il mezzo, sulle sei zampe artigliate.
La luce verdastra del sole si era ormai spenta ma nel giro di qualche ora sarebbe cominciata una nuova splendida giornata.