I figli del millennio
Mi hanno chiamato in mille modi: l'eletto, il prescelto, qualcuno mi chiamava Gesù Cristo (ma chi è questo Gesù ?) ma mai nessuno si prese la briga di ricordare il mio nome. Non ho un nome altisonante, non ho il nome di re o di imperatori (anche se non ne ho conosciuto neanche uno). Il mio è un nome semplice. Mi chiamo Ivan Maxim Maximovich. Lo so non vi dice niente, ma vi assicuro che sono una persona importante. Grande Ammiraglio dell' armata dei bambini, ultimo della generazione e blà blà blà.
Il merito di quello che sono diventato, lo ammetto, va ad una bomba, ma non bomba inteso come una ragazza dalle curve generose, come potrebbe pensare qualcuno di mia conoscenza, bensì ad un ordigno, specificatamente un ordigno nucleare.
Forse prima però conviene fare un grande passo indietro: era il millenovecentonovanta ed il mondo era sull' orlo di una guerra nucleare, mai si seppe chi sganciò la prima bomba. U. R. R. S. e Stati Uniti si annichilirono in un solo giorno di conflitto. Io nacqui quel giorno. Mia madre morì investita da una massiccia dose di radiazioni e così mio padre e pure tutti i medici in sala parto e nell'ospedale. Probabilmente non me la sarei cavata ed ora non sarei qui a comandare una nazione se Piotr non m'avesse trovato. Piotr era un barbone che durante l'attacco si era rifugiato nelle metro di Mosca e che ne era uscito subito dopo spinto dal suo hobby preferito: sciacallare. Non riuscì mai a capire come sopravvisse alle radiazioni, ma ho qualche teoria in proposito, riguardanti il troppo (o troppo poco) alcool che gli girava nel corpo in quel momento. Mi trovò tra i calcinacci, e quel suo vecchio cuore da ubriacone lo spinse a raccogliermi e a portarmi al sicuro.
Crebbi forte ed in salute, ma sopratutto immune alle radiazioni. Piotr morì il giorno del mio decimo compleanno come molti altri del resto. Sembrava che tutti coloro che non fossero nati quel giorno, ma che semplicemente fossero sopravvissuti a quel giorno, nel giro di qualche anno morissero. Lo constatai con Piotr e con gli altri del rifugio. Alla fine rimasi solo io, avevo dieci anni in un mondo sconosciuto. Inizialmente pensai di essere l' ultimo sopravvissuto, l'ultimo compagno della grande madre Russia. Vagavo per le immense rovine di Mosca senza una meta quando incontrai lei.
Si chiamava Anja. Anja e basta. Non mi stupì più di tanto quando mi disse di aver dieci anni. Mi raccontò una storia che per certi versi era simile alla mia. Nata durante il bombardamento, sopravvissuta per miracolo, raccolta dai rifugiati ed infine sopravvissuta a tutti quanti. Mi disse che conosceva un posto dove potevamo stare, tra le rovine di Mosca. Raggiungemmo il posto in poche ore, non pativamo le radiazioni questo è vero, ma il freddo lo sentivamo eccome. Mai sentii così tanto freddo in vita mia. Il luogo, come tutto il resto, era un cumulo di rovine e lamiere, la prima notte creammo un posto riparato con pezzi di auto e legname. Faceva davvero freddo ma, miracolo o no, sopravvivemmo.
Il mattino seguente con tanto olio di gomito costruimmo una casupola, dotata perfino di una finestra di vetro. Faceva schifo a vedersi, ma l'avevamo costruita noi e ci rendeva orgogliosi. Era la nostra reggia.
Ogni notte accendevamo due o tre fuocherelli fuori dalla baracca, per avvisare che eravamo li, chiunque fosse passato. A quel tempo avevo già un idea in proposito ma la condivisi con Anja solo qualche anno dopo. I fuochi funzionarono a dovere ed in poco tempo fummo raggiunti da altri ragazzi.
Era il duemilauno ed eravamo già milleduecentocinquantasette a popolare la zona. Nel duemiladieci il villaggio ospitava circa ventitre milioni di abitanti. Tutti coetanei. Abbiamo ricostituito in breve tempo la civiltà, il villaggio era stato ribattezzato Nuova Mosca (lo so lo so, la fantasia scarseggia), io e Anjia fummo eletti re e regina, più tutti quei titoli sopracitati.
Vivevamo in pace e serenità, non c'erano furti o omicidi, sommosse o rivolte, niente di tutto questo; sembrava che la violenza si fosse esaurita quando era stato premuto l'ultimo bottone. Questo non significava però che non ci fossero problemi.
Vi ho già detto quanti eravamo nel duemiladieci no? Solo nel duemilaquattordici eravamo tre milioni e l'anno successivo meno di due. Ci fu chi se ne andò, forse desideroso di fondare una sua comunità, chi invece morì a causa delle nuove malattie contro le quali eravamo impreparati, ma soprattutto in questi anni non nacque alcun bambino. Non avevamo più le conoscenze dei nostri genitori per far fronte a questa emergenza. Tutti ci provammo, perfino io e Anja, ma ogni bambino che nasceva viveva per soli cinque minuti. Eravamo disperati nel giro di un anno la razza umana si sarebbe estinta.
Io tuttavia credevo di saper come risolvere la situazione.
Chiesi ad alcuni amici di preparare i bagagli e di aspettarmi davanti alle mura di Nuova mosca, poi chiamai tutta la popolazione in assemblea. <<Amici cari , questa sera non dovrete preoccuparvi, giacete con le vostre donne. Vi assicuro che non avrete nulla da temere. Io vi salverò. Nasceranno i figli del millennio, tra nove mesi a partire da oggi, i nostri figli, i nuovi abitatori del mondo.>>
Pronunciai le ultime parole con enfasi ed ottenni l'esito sperato. Vidi i volti sorridenti di coloro che tornavano a casa fiduciosi del mio operato.
Anja mi guardò con un espressione indecifrabile. <<Dimmi di tornare a casa e io tornerò>> mi disse con la voce rotta dal pianto. Probabilmente aveva visto i preparativi ed i bagagli, non ebbi cuore di lasciarla li, così le dissi di venire con me.
Camminammo per giorni e solo io sapevo dove stavamo andando e perché stavamo facendo quel viaggio, solo Anja intuì qualcosa quando raggiungemmo il Complesso. Durante i miei sedici anni di regno avevo sentito parlare del Complesso; un enorme installazione militare al centro di Mosca, dove, sempre secondo le voci, erano state lanciate le bombe. Ci impiegammo nove ore ad arrivare nel sottosuolo di Mosca e trovare uno delle migliaia d' ingressi al Complesso. Purtroppo per noi era chiuso. Ci spostammo speranzosi attraverso la città deserta ancora per altre nove ore e trovammo un altro ingresso. Chiuso.
Camminammo ancora per parecchie ore, preoccupati per le scorte quando finalmente trovammo un ingresso aperto. Il Complesso era un intricato dedalo di corridoi bui e cunicoli; sbagliammo parecchie volte la strada e camminammo ore prima di arrivare al nucleo. Il nucleo era il luogo più interno, nascosto e sopratutto più protetto. Un enorme stanzone circolare completamente di vetro; al suo interno strani monitor e schermi di varia grandezza ammiccavano al buio. Funzionano! Pensai. Cominciai a cercare osservato dai miei compagni, fino a che non trovai quel che stavo cercando.
Quella notte ci accampammo li e ripartimmo il giorno dopo, nove ore e fummo di ritorno a Nuova Mosca.
Sono passati nove mesi dal primo viaggio al complesso, ora sono di nuovo qui al buio, ma non da solo, c'è Anja accanto a me.
<<Sei sicuro?>> mi sussurra all'orecchio tenendomi la mano.
<<Certo lo sai anche tu che è l'unico modo>> rispondo.
<<Già, forse è davvero così.>>.
Esito un momento poi sento la sua mano sulla mia, il suo palmo sul mio dorso, il mio palmo sul bottone. Schiaccio. Dopo meno di un minuto sento la terra tremare, i missili sono partiti ed esplosi. Fuori si sta scatenando l' inferno. Sento bussare alla porta ma forse è solo la mia immaginazione. Anja piange, mi siedo vicino a lei.
E' passata un ora da quando sono esplose le bombe. Assieme a noi altre persone stanno emergendo, ovviamente siamo immuni alle radiazioni ma non è questo che ci preoccupa. Dobbiamo cercare i bambini, che concepiti nove mesi fa, oggi, sono nati.