venerdì 10 gennaio 2014

Il giorno più splendente

La prima cosa che vedo è la sabbia, una distesa sconfinata di sabbia. Davanti a me solamente le dune dorate. 
Il bip elettronico del portale interrompe la contemplazione di quel mare infinito. Quando mi volto, il portale, una scarica di energia azzurra, si sta già richiudendo. Scorgo dall'altra parte qualche frammento del laboratorio, ma solo per poco. Quella piccola anomalia estetica (azzurro chiaro ma vivido di energia contro il giallo-oro della sabbia) scompare. 
Ora sono veramente solo.
Sento il calore del sole e i pesanti vestiti che indosso non aiutano affatto. Sono coperto da una lunga tunica blu che mi scende fino ai piedi. In testa ho una sorta di turbante, il cui unico pregio è quello di raccogliere le gocce di sudore che scivolano sulla fronte. Ma come cazzo facevano a vivere in un posto simile? Sembra di stare all'inferno.
Lo so che imprecare non mi serve a nulla, ne mi tirerà fuori da questa situazione, ma è così appagante.
Dunque la prima cosa che devo fare è orientarmi. Sarebbe molto più difficile se dovessi farlo solo con il sole: per quanto siano cose che ti insegnano all'accademia, sono in un altro tempo, in un luogo sconosciuto e soprattutto non c'è un fottutissimo punto di riferimento. Anche un dannatissimo John Rambo riuscirebbe a perdersi in questo nauseante deserto di nulla.
Fortunatamente ho con me alcuni gingilli, sponsorizzati dal governo centrale degli stati uniti d'Europa, che mi aiuteranno nel compito. Il più utile è sicuramente l'orologio che ho al polso destro. Oltre a segnare le ore (cosa che ora mi risulta inutile) possiede altre diverse funzioni: radio, navigatore (la mappa è già segnata e dettagliata grazie alle spedizioni precedenti), telefono satellitare e segnalatore.
Al fianco, ben visibile, ho una specie di lungo coltello, che eventualmente potrei usare. Agganciato alla coscia, nascosta bene sotto gli strati del vestito, ho uno stocco ad onde. Lo stocco è molto simile ad una di quelle doppiette caricate a pallettoni, ma anziché sparare una rosa di proiettili, emette delle microonde. Il malcapitato che si trovasse nel raggio dell'arma esploderebbe, per via di tutta quell'acqua che ci si porta dietro. Lo stocco è molto utile quando hai a che fare con persone che conoscono solamente spade e archi.
Allaccio stretto, fino a farmi male, lo stocco alla coscia, dopo aver inserito la sicura, e sono pronto a partire. Chiedo all'orologio la direzione. Mi risponde una voce femminile, l'IA dell'aggeggio è particolarmente sviluppata, ma non così autonoma.
<<Buon giorno sergente Mcleod.>>
<<Buon giorno a te...>> dico sentendomi ridicolo, anche in mezzo al deserto.
<<Il mio nome è un insieme di lettere e numeri che farebbe fatica a ricordare ogni volta>> risponde.
Ci penso un attimo.
<<Ti chiamerò Magdalene>> dico ridendo per la spiritosa intuizione.
<<Come vuole sergente>> risponde l'IA, senza alcuna inflessione. Forse non ha capito la battuta.
<<Bene, dammi la direzione allora.>>
<<Il luogo è nord-ovest da qui, con un passo sostenuto arriverà entro sera.>>

La tecnologia dei portali non è all'inizio, ma per qualche strano motivo, l'intelletto umano non riesce mai a raggiungere la perfezione. L'esempio è lampante. Gli scienziati mi hanno assicurato che sarei stato teletrasportato a pochi passi dal luogo, ed invece mi tocca una scarpinata di un giorno. Tremo solamente a pensare con quale imprecisione e inesattezza comparirà il portale dl ritorno. 
Magdalene, la mia bella IA mi rivela che sono molto lontano da qualsiasi rotta commerciale per questo sarà molto difficile trovare una carovana di mercanti. Ringrazio Magdalene per questa dritta così rincuorante.
A pensarci bene, intendo alla situazione in cui mi sono ritrovato, mi sfugge un sorriso. Reminescenze bibliche dell'infanzia mi riportano alla mente Maria Maddalena come una puttana, salvata ad un certo punto della sua vita da Gesù, che la conduce sulla retta via.
E' quello che sta facendo tutt'ora l'IA, ovvero condurmi sulla retta via. Paradossi, e non solo temporali.

Il sole sta calando tingendo il cielo di rosso. Se la missione dovesse protrarsi oltre il tempo necessario, la tuta aderente che indosso sotto il vestito, riciclerebbe ogni mia emissione, da quelle liquide a quelle solide, permettendomi di tirare qualche giorno oltre senza mangiare e soprattutto senza bere.
Qui il buio è veramente fitto, non si riesce a vedere assolutamente nulla quando il sole scompare. Calo sugli occhi il visore, quando ad un certo punto Magdalene mi dice che manca poco all'obbiettivo.
Vedo il piccolo villaggio. Bayti Lahmin, conosciuto meglio con altri nomi. Mi muovo silenziosamente tra le case. Tutte le luci sono spente e gli unici rumori provengono dai recinti in cui sono tenute le bestie, soprattutto le pecore. Cazzo sembra che gli ebrei provino una sorta di venerazione per questi animali.
L'obbiettivo si trova poco fuori il villaggio, appena lo vedo, mi fermo e mi siedo. Ho la schiena appoggiata al muro di una casa. Qui usano solo fango e argilla.
<<Obbiettivo confermato>> mi dice Magdalene.
La zittisco e spengo l'orologio. Non voglio distrazioni.
Ripenso al corso all'accademia, ci stanno preparando per questo tipo di missioni. Nella mia testa il professor Geesback sta facendo una ampia premessa sul perché della missione.
<<L'opinione comune è sempre diversa nei confronti di ogni guerra. C'è l'interesse economico, quelli politico, e quello etnico. Con queste motivazioni la gente rifiuta un altro tipo di motivazione, relegandola a pretesto, o semplice causa secondaria. Lo sapete bene di cosa sto parlando: la religione.>>
<<La religione è il vero motivo di ogni guerra, alla base di ogni conflitto c'è un motivo religioso.Senza la religione, qualsiasi intendo, non ci sarebbero odi, conflitti e quindi guerre.>>

Sono di nuovo attivo: la breve sosta mi è servita a fare mente locale. Raggiungo silenziosamente la capanna, le luci sono ancora accese. Il visore mi mostra una catapecchia fatta d'argilla e di paglia. Attivo il visore termico che e mi delinea il contorno degli esseri viventi. Due adulti (dal colore violetto) sono in piedi attorno al corpo di un bambino (rosso) sdraiato. Accanto a loro vedo il contorno di due animali: asini o forse buoi.
Dopo essermi assicurato che non ci sia nessuno in giro, estraggo lo stocco ad onde e lo carico al massimo.
<<Eliminare l'obbiettivo>> gracchia Magdalene nella sua voce registrata.

<<Non preoccuparti bellezza, l'ho sotto tiro.>>

venerdì 3 gennaio 2014

Febbre

Se guardate bene potreste osservare che sto perfino sorridendo. Il che è strano. La gente che mi circonda ha ben poco da sorridere, con tutto quello che è successo negli ultimi mesi, perfino il più ottimista tra gli stupidi avrebbe un muso lungo fino a terra. Quasi mi sembra di percepire la tristezza e l'angoscia di questo vagone. Nessuno parla, nessuno spinge, i cellulari non squillano, più che un treno sembra solo una bara affollata, ma coi tempi che corrono di bare non se ne vedono più: è più rapido ed economico bruciare i corpi. E' meno doloroso e si è sicuri di fermare il contagio.
Quando è successo a me credevo che fosse giunta ormai la mia ora, ma qualcuno a voluto che non fosse quello il momento ed ora sto bene, e per giunta sono immune. A quello scherzo del destino devo la mia salvezza. Se solo avessi potuto sfuggire a quella triste ironia, ora sarei a dormire con i miei cari.

Ho seppellito personalmente mia moglie e mio figlio in una splendida giornata di luglio. Quando la sentii starnutire per la prima volta, la paura e il timore che potessero essere i sintomi del virus mi passarono sopra come un rullo compressore. Sembra pazzesco come una mente razionale possa essere  ottenebrata da una semplice emozione. Le avevo sempre promesso che l'avrei difesa da qualunque avversità, sarei stato il suo scudo nelle battaglie più difficili. Mi sentivo invincibile. Tutte quelle certezze crollarono come un fragile castello di carte a quel primo starnuto. Lei si accorse del mio stato d'animo angosciato, ma guardandomi come solo lei sapeva fare, mi rassicurò, dicendomi che si trattava di allergia. Ci credetti o forse ci volli credere.
Quella notte non dormii, la sentii tossire e starnutire tutta notte, ad un certo punto gli stessi identici rumori arrivarono dalla cameretta di mio figlio. Sentivo che soffriva e nella mente  immaginavo il suo piccolo torace che si alzava ed abbassava spasmodicamente. Lasciai definitivamente l'idilliaco mondo onirico, dove tua moglie e tuo figlio non muoiono per un banalissimo virus stagionale, e, senza accendere le luci lo raggiunsi. Il suo letto era bagnato dal sudore e un vago odore mi disse che c'era qualcos'altro. Si agitò tra le coperte ma non emise alcun gemito. Gli afferrai la mano ma lui non sembrò accorgersene, la strinsi finché non la sentii più muoversi. Rimasi accanto a lui tutta la notte, e dall'altra camera sentii i ripetuti colpi di tosse di mia moglie.
Quando i primi raggi di un sole troppo caldo invasero la stanza era già morto. La sua mano, ancora serrata alla mia, era fredda.
 Lo lasciai lì com'era, non cercai di sistemarlo.
Quando entrai nella nostra camera da letto, inaugurata solo qualche anno prima, venni colpito dall'acuto odore di sudore e orina. Lei, rivolta sul letto, con ancora indosso il pigiama, bagnato e chiazzato in più punti. Boccheggiava: vedevo la sua bocca cercare freneticamente l'aria come molti notti aveva cercato la mia bocca.
Riuscì a girare la testa e a guardarmi: anche se tutto in quella stanza mostrava i segni di una morte dolorosa, i suoi occhi erano ancora vivi ed intensi. Mi guardava e nei suoi occhi leggevo la paura. Mi avvicinai la baciai sulla bocca e le stetti accanto finché non se ne andò.
Non ebbi nemmeno il tempo di piangere che poco dopo sentì bruciare la gola. Cominciai a respirare a fatica e a tossire. Bene! Era giunta anche la mia ora.

Di quello che successe dopo ricordo ben poco, andavo e venivo come un televisore sintonizzato male. Quando credetti finalmente di morire anch'io tanto era insopportabile il dolore, questo svanì quasi di colpo. Non ci volle molto per riprendere lucidità e mi accorsi di essere stato sdraiato per tutto il tempo sul suo corpo. Avevo il suo odore addosso, e il caldo opprimente  non aveva certo migliorato la situazione. Il tanfo era terribile tanto che vomitai due volte prima di raggiungere l'uscita.
 Prima di tutto mi feci una doccia, ma per quanto mi lavassi non riuscivo a mandare via quell'odore.
Rassegnato raccolsi due sacchi neri per la spazzatura e dopo ore di manovre e mancamenti riuscii a chiudervi dentro sia lei che mio figlio. Feci tutto quanto con la massima indifferenza.
Era come se fossi morto dentro.
Il cimitero era poco distante da casa mia, ma da quel che sembrava era stato abbandonato in tutta fretta. Non dai morti, ovvio, quelli c'erano ancora, anzi ce n'erano più di prima. Non trovai custodi ne qualcuno che potesse darmi una mano, così decisi di bruciare i cadaveri, risparmiandomi una fatica immane.

Passati due anni sembra che tutto sia tornato alla normalità, o ad un certo tipo di normalità, un tipo che proprio non mi piace. I grandi della Terra al sicuro nei loro bunker con un eccezionale riciclaggio d'aria, hanno decise di riunire tutti i superstiti nelle grandi città di ogni stato. Come vedete sono a Milano e questa è la metro rossa, fermata di QT8.
Sto andando al complesso, un centro emergenza costruito in tutta fretta in cui noi, i pochi immuni alla malattia, vengono sottoposti ad esami e test continui in cerca di una cura efficace. A volte mi chiedo perché sto continuando ad aiutare l'umanità, potrei andarmene e scomparire da questa città. Ma forse c'è un perché: voglio ammalarmi anch'io ed andarmene come tutti gli altri. Per questo inconsciamente mi avvicino sempre ai gruppi più numerosi e drizzo l'orecchio per ogni sternuto che sento. Ma sembra che questa dannata immunità sia davvero intaccabile.
Il vagone su cui sto viaggiando è non è pieno, anzi tutto il contrario. La gente cerca di allontanarsi il più possibile e si infastidisce quando qualcuno si avvicina troppo. Non vedrò più quegli incredibili assembramenti che straripavano dal vagone.
C'è una ragazza, direi molto giovane se non avesse occhiaie così pesanti, che, seduta, guarda il suolo con sguardo assente. Poco più in la, un uomo di origine araba, stringe qualcosa al petto, sembra una borsa di plastica. Poi c'è una mamma con il figlio piccolo in braccio e sebbene il figlio sembra scoppiare di salute, la mamma è sciupata e ha i capelli sporchi, che il bimbo ogni tanto afferra per giocare, ma lei non sembra accorgersene. In mezzo al vagone ci sono io appoggiato ad un palo, il mio mezzo sorriso ha attirato diverse attenzioni. Mi guardano di sottecchi due fidanzati seduti in disparte: mostrano i segni della paura. Un tizio corpulento con sotto il naso un paio di folti baffi bianchi mi guarda direttamente con aria di sfida.
So per certo quello che stanno pensando: perché sta sorridendo? E' per caso pazzo o cosa? Bisogna che qualcuno faccia qualcosa per farlo smettere. E via di seguito.
Finalmente lo stallo si rompe e all'altezza di Buonarroti il signore corpulento si avvicina con i pugni chiusi e lo sguardo minaccioso. Ora che mi è vicino riesco sentire l'odore acido del sudore mischiato a quello dolce del vino: l'alito non lasciava dubbi che fosse un avvinazzato, in cerca di guai per di più.
Ma chi sono io per giudicare, in questi tempi così bui?
Lo vedo che freme, che storce la bocca indignato e disgustato.
<<Ragazzo>> mi interpella sgarbatamente. <<La vogliamo finire?.Stai facendo paura a tutti qui con quel tuo dannato sorriso, smettila subito.>>
<<E a lei non faccio paura?>> dico a bassa voce senza smettere di sorridere.
L'uomo non si aspetta certo una risposta del genere, è rosso in volto per la rabbia ma è evidente che ha paura. Immagino stia per insultarmi ma qualcosa non va per il verso giusto, e anziché coprirmi di'improperi mi starnutisce in faccia.
Tutti si voltano spaventati verso di lui; mentre mi pulisco il volto dal muco faccio un passo indietro e mi appoggio alle porte scorrevoli. Il treno è ripartito e si avvicina a Pagano. In tutto questo tempo non ho mai smesso di sorridere.

Vi starete chiedendo perché continuo a sorridere no? Inizia tutto con una certezza, la certezza di non potersi ammalare. Lo so per quanto riguarda il mio caso ma non sono sicuro per gli altri. Teoricamente le città sono aperte solamente ai sani, tutti gli altri vengono lasciati fuori a morire.
Ma non per forza è così, io so che gli altri si ammaleranno prima o poi, ma io no. Come lo so?
Non lo so.
Quello che può passare come sorriso di scherno o di sfida, non è nient'altro che un sorriso amaro, sorrido per non piangere, sorrido perché altrimenti non posso fare.

La paura che quel semplice starnuto possa essere il sintomo di qualcos'altro di ben più pericoloso è letale sta pervadendo tutti quanti sul vagone. Il primo ad essere stupito è proprio l'uomo corpulento che si tocca incredulo il naso. La paura gli ha fatto perdere completamente il colore, ha gli occhi dilatati per la paura, suda parecchio.
Il primo ad agire è l'arabo, grida qualcosa di incomprensibile nella sua lingua e si getta sull'uomo. Quest'ultimo per quanto spaventato reagisce e gli sferra un colpo alla mandibola. Si alza anche il fidanzato e uno tra i vecchi seduti più in là. Riescono a tenere fermo l'uomo: l'arabo cerca con lo  sguardo anche il mio aiuto, ma faccio segno di no con la testa.
Il fidanzato tira il freno d'emergenza e il treno inchioda, cadono uno sopra l'altro, poi rialzatisi goffamente tutti quanti  si guardano spaventati l'un l'altro.
Ma è questione di pochi attimi. L'uomo corpulento viene letteralmente sollevato dall'arabo aiutato dal fidanzato, il vecchio nello stesso momento ha aperto le porte del vagone. Il forte odore di bruciato invade le mie narici ma sembra che gli altri non se ne siano accorti.
La situazione è quasi comica. L'uomo agita le braccia convulsamente, sembra un enorme pesce annaspante. Lo prendono in due e lo gettano fuori: il volo scoordinato termina con un tonfo sordo. Si sente il rumore di un ramo che si spezza e quando l'uomo si rialza capiamo il perché.
L'uomo corpulento sanguina copiosamente dalla fronte, la ferita sembra profonda, molto profonda.
Accecato e contuso cerca a tentoni l'ingresso del vagone, sfortuna vuole lo trova. Sfortuna sua intendo.
La scena si svolge in pochi istanti ma ha la capacità di rimanere impressa nella mente per moltissimo tempo. Il treno riparte e le porte si chiudono sui fianchi dell'uomo salito solo per metà. E' aggrappato alla sbarra di metallo che si trova al centro di ogni scompartimento, le guaine di gomma della porta stringono sull'uomo. Boccheggia e sgambetta fino a che la velocità del treno non diventa eccessiva e sia per la mancanza di fiato che per la scarsa atleticità, smette di correre. Lo vediamo consumarsi proprio davanti noi: il sangue macchia i vetri e se ci fosse la luce anche nelle gallerie potremmo vedere i pezzi di carne e i brandelli di vestiti.
La parte al sicuro, quella nel vagone, grida in modo disumano per poi spegnersi piano piano in rantoli e fiotti di sangue.
Quando arriviamo a Conciliazione è morto, si aprono le porte e il corpo, o quello che ne rimane, scivola sotto il vagone.
Escono dal treno tutti quanti spaventati  da quello che è successo: i due fidanzati escono barcollanti mentre lui cerca di consolare lei, scossa da singhiozzi rotti, invano. Io non scendo, quella non è la mia fermata e nemmeno la loro, ma sono troppo sconvolti per proseguire su quel vagone. L'arabo voltandosi mi getta uno sguardo indecifrabile, non capisco se si tratta di odio o invidia. Si chiudono le porte ed il treno riparte.
Sorrido.